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E tu, che normodotato sei?

Segnali stradali veri e non, in una realizzazione grafica di Gianni Minasso

(Realizzazione grafica di Gianni Minasso)

Nel giugno del 2017 era immeritatamente apparso in questo spazio il mio pezzo E tu, che disabile sei? e allora, “a grande richiesta” (quattro persone, fra cui due miei familiari, uno che mi deve dei soldi e un altro a cui ho insultato la suocera), ho deciso di replicarlo in una nuova versione. Cominciamo quindi con la prefazione riadattata.

Prima o poi andava fatto, quindi tanto valeva togliersi il pensiero. Eccovi allora una sintetica sfilza delle varie tipologie in cui si incarnano le persone colpite (e affondate) dalla “normalità motoria”. Infatti è facile dire “normodotati”, ma l’esperienza con i disabili ci (vi) insegna che pure le differenze tra i senz’handicap ci sono, eccome.
Naturalmente non ho la pretesa di esaurire qui la classificazione, in quanto esistono ulteriori categorie, magari più sparute, di persone deambulanti, ma non volevo sovraccaricare lo spettabile pubblico.
Dunque diamo il via alla rassegna di quest’Armata Brancaleone, e che i miei pochi Lettori sappiano perdonarmi.

Il Sessopposto (da prendere con le molle)
Ha una sola, macroscopica, particolarità: appartiene a un sesso differente da quello del disabile che incontra. Può anche essere un “ragazzo della terza età” o magari una “giovane cozza”, ma non importa, perché si sa, in genere gli esenti C02, maschi e femmine, hanno una bassissima autostima e sono sempre in cerca di quel tipo di affetto (eufemismo al posto di hot sex) che gliela rialzi, ergo i malcapitati Sessopposti rappresentano un ghiotto obiettivo.
Questi bersagli si suddividono a loro volta in due sottogruppi: i platonici e i sensualoni. I primi non sono un pericolo giacché sfoggiano fin da subito un netto linguaggio ammazza-illusioni, mentre i secondi, sinceri o ambigui, oppure, peggio ancora, sadicamente coscienti, sono in grado di procurare dolori inenarrabili a noi disabilini.

Il Sotuttomì (da bloccare prima che nuoccia)
Ovviamente il riferimento in ballo non riguarda la conoscenza in senso lato, bensì la presunzione di sapere fin nei minimi dettagli di cosa (cavolo) ha bisogno un portatore di handicap. Il tutto è poi aggravato da un’ulteriore caratteristica di questo “Wikipedico dell’aiuto”: l’immodestia di credere di saperlo fare, e bene.
Gustando così dal vivo l’aforisma di Carletto Marx «La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni», questo tipaccio ci apparecchierà un gustoso menù a base di cadute dalla carrozzina, incidenti coi pulmini attrezzati, distorsioni degli arti, assunzione di farmaci errati e via via infortunando.

Il Volontario (da accettare pazientemente)
L’ampia casistica di questo gruppo rende difficile una trattazione omogenea, perché chi ci si avvicina con solidale spirito disinteressato può essere in grado di suonare Bach al clavicembalo (i meno) oppure non saper fare una O col bicchiere (i più). Oddio, se proprio volessimo essere pignoli, esiste una caratteristica abbastanza comune: è, ahinoi, l’avanzata età anagrafica. Infatti la diffusa “crisi di vocazioni volontaristiche” del mondo odierno ha rarefatto le fila di questo benemerito esercito, lasciando a combattere solo volontari per lo più della Belle Époque. Attenti, quindi, a secernere grandi dosi di sopportazione, a parlare a voce alta scandendo bene le parole, a ripetere gli ordini più volte e a tutti gli annessi e connessi dell’agire con bacucchi. Se poi il volontario fosse un ragazzotto imberbe del Servizio Civile, beh… le precauzioni saranno esattamente le stesse!

Il Pietista (da schivare in fretta e furia)
Lo si riconosce già da lontano: occhio languido e mani al capo nella tipica postura di chi ha appena visto precipitare uno scuolabus dal viadotto. Il nostro Pietista non è un appartenente alla corrente religiosa protestante del Seicento, bensì un moderno esponente della spesso untuosa reazione della società alla scandalosa presenza nel suo seno di handicappati in carrozzina. Il suo leitmotiv, «Ohimè, poverino…», è deprimente come una mosca sul gelato, anche perché è inutile spiegargli la sottile ma basilare distinzione tra solidarietà e pietà, tanto non la vedrebbe a causa degli occhi sempre pieni di lacrime.

Il Religioso (da sopportare con pazienza)
Rintracciabile soprattutto nei pellegrinaggi, ma saltuariamente anche nella vita ordinaria, il Religioso non è così nocivo poiché in genere, esclusi i pochi casi di fanatismo, può danneggiare il prossimo in sedia a rotelle soltanto annoiandolo.
Il suo spirito caritatevole lo renderà disponibilissimo a esaudire (quasi) ogni nostro desiderio, incluso l’utilizzo, seppur maldestro, di padelle e pappagalli. Se poi dovesse eccedere nei suoi slanci di proselitismo e tirar fuori santini e Bibbia, ricordatevi che insultarlo non servirà a nulla, vista la bontà di fondo e il precetto del “porgere l’altra guancia”.

Il Costretto (da non molestare)
Talvolta, ammettiamolo, il nostro handicap è davvero ingombrante, e così quei portatori di normalità che, pur legittimamente, vorrebbero ignorarci, si trovano invece obbligati a prendere in considerazione questi strani esseri in carne e metallo (della carrozzina). Non si può nemmeno biasimarli troppo, perché sovente anche a noi capita di dover frequentare umanoidi sgraditi e perciò sappiamo cosa vuol dire. Quindi è meglio non stuzzicarlo, non forzarlo, né cercare di coinvolgerlo: si peggiorerebbe di sicuro la situazione. E poi a che pro, in fondo cosa ce ne frega…

L’Implicato (da valutare singolarmente)
In questo variegato elenco non è da trascurare l’esemplare in oggetto. Si tratta di chi, per guadagnarsi la pagnotta (e magari anche qualche ostrica), interagisce quotidianamente con noi, resi disabili da una sorte crudele e ria, e quindi rappresenta una facile occasione di scontro… pardon, volevo scrivere “incontro”.
Detto ciò, si apre un ventaglio davvero enorme di possibilità: dal medico altezzoso all’infermiere maldestro, dall’educatore con la vocina infantile all’assistente sociale incapace, dall’ortopedico cupìdo al terapista occupazionale invadente, dall’insegnante di sostegno sempre in mutua al disability manager sempre fuori ufficio, dal sibling depresso al badante furbastro eccetera. Sono tutti elementi con peculiarità diverse, ma contraddistinte da un unico modo corretto per affrontarle: si salvi chi può!

L’Ottimista (da spingere nella vasca dei piranha)
Intanto bisogna subito precisare che costui, quando interagisce con noi, ergastolani della carrozzina, si colloca nella sottospecie dei “Fuori luogo”. Infatti, ben lungi dall’afferrare la gravità della nostra condizione, si comporta come se avessimo appena vinto il campionato mondiale di culturismo. Diventa quindi necessario sorridere alle sue inopportune barzellette, ascoltarne gli sproloqui sulla bellezza dell’essere disabili, ringraziarlo per gli incoraggiamenti e fare la faccia da pesce lesso alla sua teoria sulla nostra presunta superiorità, mentre si vorrebbe volentieri cacciare due dita in quegli occhi foderati di mortadella!

Il Pessimista (da rinchiudere in un rettilario)
«Il mondo è bello perché è avariato», recita la parodia di un vecchio adagio, ma in questo caso si esagera l’aggettivo. In effetti gli sfortunati portatori di contrassegno che s’imbattono in un Pessimista, hanno il destino (e il pomeriggio) segnato: ascoltare i suoi tetri commenti sulle cause della nostra disabilità ci abbasserà il morale sotto le ruote della carrozzina, mentre le sue previsioni sulla nostra patologia e sul futuro del Welfare State ci porteranno ad acquistare le lamette da barba per tagliarci rapidamente le vene. Perciò state attenti: è più pericoloso di un grizzly nutrito per un mese con uno yogurt magro al giorno.

Il Magnifico (santo subito)
Forse è meglio non sporcare con troppe parole la scintillante descrizione di questo rarissimo patrimonio dell’umanità. Lo si può identificare immediately: è chi ci aiuta solo (!) quando è il momento giusto, chi non fa (!) domande curiose, chi ci chiama (!) per nome e non “diversabili”, chi ci tratta (!) da pari a pari e chi si abbassa (!) alla nostra altezza di carrozzati per parlarci.
Disgraziatamente, a oggi, ne è stato avvistato un unico specimen nella Tasmania del Nord, rientrato poi subito dopo nella boscaglia.

Norma Lee

Nella colonnina qui a fianco a destra, riportiamo l’elenco dei vari contributi di Gianni Minasso pubblicati da «Superando.it», per la rubrica intitolata A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia).