Un corpo è anche la scelta che vuole vivere

«È nelle sue scelte – scrive Tonino Urgesi – che una persona con disabilità può veramente “volare” in un corpo libero in relazione con il “mondo”. Ma per far sì che questo sia possibile, bisogna educare ed educarsi all’incontro con le proprie limitazioni e con le limitazioni dell’altro e forse si arriverà a poter liberamente scegliere di essere un “corpo che fa parte del mondo”, che si relaziona con il mondo nella sua interezza»

Fabiola Quezada, "Corpi/Bodies"

Dipinto di Fabiola Quezada, immagine-simbolo della mostra “Corpi/Bodies” della stessa Quezada, Milano, 22 febbraio-20 marzo 2007

Dopo un’approfondita lettura e studio sul concetto di “corpo” del filosofo Umberto Galimberti, provo a chiedermi, per tentare di capire, che cos’è un corpo. Non è solo la parte organica: membra, braccia, gambe o altro… ma piuttosto un organismo che vive, un corpo che desidera, un corpo che muore, e non solo quando è consegnato alla sepoltura di una tomba; è un corpo che muore ogni volta che non può vivere la scelta che vorrebbe. Quindi si potrebbe dire che un corpo è anche “la scelta che vuole vivere”, nel senso che diventa tutt’uno con tale scelta.
Ma se un corpo è anche la sua scelta, quante volte scegliamo veramente di vivere un’azione o un desiderio? Da qui la domanda: un corpo disabile può scegliere? Se non può scegliere, la mia tesi è debole perché nella società di oggi, così com’è strutturata, un “corpo-menomato” non può scegliere di vivere quello che vorrebbe. Vorrei invece dimostrare che anche un corpo disabile potrebbe scegliere, o meglio, dovrebbe avere l’opportunità di poter scegliere.

Un corpo, dunque, è tutta la sua intera relazione tra l’io e il mondo, il mondo e l’io. In questo binomio esistono il corpo e la corporeità. Posso rendermi conto di avere un corpo solo se vivo la relazione con tutto il mondo che mi circonda, ed è il mondo che mi circonda a rendermi consapevole che sono vivo in esso e attraverso esso; quindi, se il mio corpo è tutta questa relazione, anche un corpo disabile può essere vivo, relazionarsi con il mondo intero attorno al proprio sé. Se il corpo invece non è in questa relazione, non è vivo, è solo organismo; quando infatti muore qualcuno, non si dice che è un “corpo morto”, ma un cadavere senza vita, senza “relazione”.

Tento ora di capire cosa sia una scelta. Può sembrare scontato, ma tutti noi ci misuriamo con delle scelte, anche le più banali. Alzarsi, andare a prendere un bicchiere d’acqua e bere: è una scelta che può sembrare banale, ma non lo è affatto, perché ci vuole un organismo che veicoli la scelta stessa e non tutti i corpi possono veicolare le scelte.
Un corpo che non è in relazione con il mondo è un “organismo disabile” e questo limita, frustra la scelta e il desiderio. Non può alzarsi a prendere quel bicchiere d’acqua, e così quell’organismo che desidera deve servirsi di un altro “corpo nel mondo” che possa renderne possibile quella scelta. Non perché quell’organismo non sia autosufficiente, ma perché tutto il nostro contesto sociale ed etico non è pronto ad affrontare un “organismo disabile” e inoltre, con le sue barriere architettoniche e mentali, rende ancora una volta in più quel corpo in balia della non-scelta.

Qui mi pongo un’altra domanda ancora più radicale. Una persona disabile ha un corpo? Una persona che è un disabile è in un corpo identificato come tale? Automaticamente la risposta è no! Perché, per essere riconosciuto e confermare la tesi che ho esposto, un corpo ha bisogno di essere riconosciuto dal mondo e “dall’altro,” perché il mio mondo è anche l’altro che mi rende affermato come “corpo”. L’altro, invece, il più delle volte elimina ed elide il corpo disabile perché ha paura di rispecchiarsi in quella disabilità, dicendo a se stesso: “Non mi appartiene quel corpo costretto nel suo essere disabile».
Quindi la disabilità non è il corpo, non è il non poter fare o non fare, l’essere o il non essere. La disabilità è solo la condizione che il corpo vive, è invece il contesto che rende l’organismo disabile, ma non è il “corpo” che vive la disabilità, non è la persona disabile che non vuole vivere la relazione con il “mondo” intero, perché il più delle volte è il contesto sociale che vuole vedere e vivere quel “corpo”, rendendolo solo organismo, membra.

Allora posso affermare che ogni corpo può vivere la propria scelta, i propri desideri e aspirazioni e anche la propria sessualità che va oltre il sesso.
Come ho sostenuto più di una volta, su queste stesse pagine, la sessualità è tutto il concetto di trovarsi nell’altro. Se io mi trovo nell’altro, vivo la sessualità, vivo il mio essere persona, uomo, donna. E questa scelta non è limitata dal corpo che io sono, ma dalla relazione con l’altro che sovente, di fronte a un organismo disabile, fa di quel “corpo” soltanto un organismo che viene frustrato, ucciso e negato.

C’è un altro aspetto che voglio prendere in considerazione per fornire il quadro più completo possibile di ciò che cerco di dimostrare.
Tutti coloro che si arrogano il diritto di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato per l’altro, e quindi anche per una persona disabile, pensano di sapere come muovere quell’“organismo disabile” con le loro tempistiche e con i loro gesti, senza ascoltare i bisogni reali di quel “corpo”, di quella persona. Se quel corpo vuole essere appoggiato su un fianco o sull’altro, non viene ascoltato, ma gli viene detto «so io come andrebbe fatto». Nel momento, però, in cui l’altro pronuncia queste parole, quel corpo viene annullato dal mondo, non si relaziona più con il mondo intero, ma con la parola dell’altro, che allontana il disabile dal “mondo”.
L’altro è l’assistente, il medico, il familiare; l’altro è colui che pensa di relazionarsi con il corpo della persona disabile, anche con le migliori intenzioni, ma annulla la relazione tra il “corpo disabile e il mondo”, rendendolo solo organismo. Servirebbe mettersi un po’ più in ascolto di quel corpo, ovvero di quella relazione che è “l’io e il mondo”.
Un corpo, come ci insegna la psicologia, ha uno sguardo, un linguaggio che nasce da un silenzio, il silenzio di un corpo disabile. Sembra che non parli, quel corpo, sembra inerme, vulnerabile, statico, ma il più delle volte quello stesso corpo leva un urlo di dolore. Un dolore che nasce da tutta una relazione inesistente con il mondo che parte proprio da quell’organismo e che a volte ritorna in quel corpo senza nessuna relazione, rendendolo solo un organismo da accudire.

Ritorno da dove ho iniziato. Il corpo che vive in un contesto disabile può vivere la propria scelta? La può vivere solo a una condizione: se viene vissuto interamente fuori da quel contesto organico e se ogni scelta che il corpo vuole esaudire può essere realizzata estrapolandolo da quel suo contesto sociale disabilizzante.
Ancora una volta, come ho già scritto in diverse occasioni, servirebbe una nuova pedagogia della disabilità, per proporre la possibilità di vivere fuori da un contesto disabilizzante, educando chi vive e chi si rapporta con il disabile a relazionarsi entrambi con il mondo, creando un “nuovo mondo”.
Se gli altri vedessero la “persona” al di fuori dalla sua disabilità, al di fuori da quel contesto, e non vedessero solo un fisico organico, ma un “corpo che si rende pensiero”, chi vive la propria disabilità potrebbe vivere anche la propria scelta, la scelta di sognare, come quella di amare ed essere amato, di fare l’amore e di sognare l’amore.
La scelta di amare o essere amati non è mai così automatica per chiunque, ma serve vederla nel mondo di una persona con disabilità. Quest’ultima, infatti, sceglie chi amare, ma il più delle volte senza essere corrisposta. Pensa, giustamente o erroneamente, che l’altro o l’altra lo rifiuti per la propria disabilità. E se analizzassimo bene tutti gli innamoramenti che le persone con disabilità vivono, dovremmo concordare, perché è difficile accettare un organismo disfunzionale, perché in questa società fatta di stereotipi e modelli perfetti, l’immagine del disabile risulta letteralmente “fuori tema”.
Se invece analizzassimo la storia di “quei due”, potremmo vedere che lei o lui il più delle volte dicono “no”. Ma quel “no” non è legato al fisico, all’organismo; è legato al pensiero del disabile perché fa più paura il “pensare” del disabile piuttosto che la disabilità stessa. Addirittura fa più paura l’innamoramento che la persona con disabilità prova o trasmette, anziché il suo organismo, il suo deficit.
E allora è nelle sue scelte che una persona con disabilità può veramente “volare” in un corpo libero in relazione con il “mondo”. Ma per far sì che questo sia possibile, bisogna educare ed educarsi all’incontro con le proprie limitazioni e con le limitazioni dell’altro e forse si arriverà a poter liberamente scegliere di essere un “corpo che fa parte del mondo”, che si relaziona con il mondo nella sua interezza.

Persona con disabilità, esperto di affettività e sessualità delle persone con disabilità.

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