Il buio del pregiudizio è il più duro da vincere

«Ho fatto diverse esperienze di “buio” – scrive Anna Ferraiolo, volontaria dell’UNIVOC (Unione Nazionale Italiana Volontari Pro Ciechi) – sempre chiedendomi: come fanno i non vedenti a muoversi con quella sicurezza che riconosco loro? Quei percorsi al buio, dunque, hanno mutato il mio modo di considerare le cose quotidiane, facendomi sperimentare quanto il limite sia sempre punto di partenza di una nuova opportunità. E invito tutti a non avere paura del buio, perché quello fisico è superabile, ma quello dell’indifferenza, dell’ignorare, del pregiudizio è certamente più duro da vincere»

Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri", 1797, Madrid, Museo del Prado

Francisco Goya, “Il sonno della ragione genera mostri”, 1797, Madrid, Museo del Prado

Il buio è per me come il silenzio, capiente e accogliente. Ci posso mettere dentro le mie paure o la mia timidezza, la mia fantasia, il mio desiderio di libertà, il mio limite e la mia possibilità.
Ho fatto diverse esperienze di “buio”: un paio di cene, un paio di percorsi, e sempre, quando la luce cessa di essere il faro della mia mente, sento il cervello “impazzire” improvvisamente e avverto la dilazione spasmodica delle mie pupille. Luce, luce, luce. Ne ho bisogno come l’aria.
Quando però faccio tacere la paura e il disorientamento smette di essere la bussola del mio cercare, una grande sensazione di sfida guida i miei gesti: nel buio tocco gli abiti della boutique, mentre l’olfatto mi invia un profumo dolce di sandalo, e tocco il braccio del compagno sconosciuto che sta facendo il percorso con me. Un contatto tra sconosciuti, che sarebbe un problema nella normale visione quotidiana, diventa quasi un conforto nel sentirsi senza punti di riferimento.
Toccare le verdure nella bottega dell’ortolano mi fa rendere conto che non sono così ferrata nel percepire le sottili differenze tra il sedano e il prezzemolo!
Intanto le voci ci guidano, e sembrano rimbombare da ogni dove, mi disorientano. Mi fido di me stessa e tocco il muro, lo seguo fino all’uscita, dove la luce finalmente offende i miei occhi, quietati dal buio protettore.

Mi hanno detto che avere pensieri di cecità è normale: ma questa esperienza mi ha messo dinanzi a una diversa realtà di percezione, e di capacità personale.
Lo sconcerto fa posto a domande importanti: come fanno i non vedenti a muoversi con quella sicurezza che riconosco loro? Quante difficoltà hanno dovuto superare per ciò che per me e noi tutti vedenti è la normalità? Quanti pensieri difficili hanno affrontato a testa bassa, senza rivelare a nessuno il peso di una diversa abilità?
E poi le tante curiosità: se io ad un primo sguardo giudico una persona come gradevole o sgradevole, bella o brutta, interessante o respingente, come fa un non vedente a soddisfare delle curiosità simili?

Il percorso al buio, insomma, ha mutato il mio modo di considerare le cose quotidiane, facendomi sperimentare quanto il limite sia sempre punto di partenza di una nuova opportunità.
E da volontaria dell’UNIVOC, con grande semplicità e altrettanta forza invito tutti a non avere paura del buio, perché quello fisico è superabile, ma quello dell’indifferenza, dell’ignorare, del pregiudizio è certamente più duro da vincere.
Coraggio , lasciatevi contaminare dal buio e ri-scoprite la bellezza della vostra luce!

Ringraziamo per la collaborazione Salvatore Petrucci.

Volontaria dell’UNIVOC di Napoli (Unione Nazionale Italiana Volontari Pro Ciechi).

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