La “moderna schiavitù” in Paesi che hanno ratificato la Convenzione. E altrove?

Sconvolgenti situazioni di “moderna schiavitù”, con trattamenti inumani e degradanti di persone con disabilità, emergono da due istituti della Bosnia-Erzegovina e dell’Ucraina, denunciata, quest’ultima, anche dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità. Ma al di là dell’indignazione e della necessità di intervenire quanto più rapidamente possibile, vien da chiedersi: cosa accade in altri Paesi che pure hanno ratificato la Convenzione ONU, come hanno fatto sin dal 2010 Bosnia-Erzegovina e Ucraina? E siamo proprio certi che il nostro Paese sia sempre immune da quegli orrori?

Scultura di figura antropomorfica con mani davanti alla faccia

Una scultura antropomorfa che ben rappresenta la segregazione delle persone con disabilità

Premessa: cosa significa e cosa comporta ratificare una Convenzione delle Nazioni Unite? Significa che uno Stato, attuando tale passaggio, fa propri gli effetti di quel Trattato Internazionale, così come ad esempio ha fatto l’Italia, con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, rendendola la Legge 18/09 del nostro Paese.
Tra gli altri Stati che hanno finora ratificato la Convenzione (circa 180), ci sono anche l’Ucraina e la Bosnia-Erzegovina, che lo hanno fatto rispettivamente il 4 febbraio e il 12 marzo 2010, ratificando, nelle stesse date, anche il Protocollo Opzionale alla Convenzione, testo che consente al Comitato ONU sui Diritti Umani delle Persone con Disabilità di ricevere ricorsi individuali, provenienti sia da singoli che da gruppi di persone, e di avviare eventuali procedure d’inchiesta).

Passiamo ora a raccontare due fatti molto recenti, riguardanti vicende a dir poco gravi.
«Bambini con disturbi mentali – si legge in una nota diffusa dall’ANSA il 23 novembre – minacciati e legati ai letti e ai termosifoni, visibilmente denutriti e sottoposti a maltrattamenti disumani e inaccettabili, e calmati con metodi e dosi di sedativi fuori da ogni standard. Sono le immagini shock provenienti da un istituto di Pazarić, presso Sarajevo, che stanno provocando sdegno, condanna e proteste in Bosnia-Erzegovina».
A denunciare tale situazione, è stata la parlamentare Sabina Ćudić, che dopo avere diffuso immagini e altre prove delle violenze inflitte ai minori con disabilità, ha sollecitato l’immediato intervento delle autorità e dure sanzioni per i responsabili. «Nell’istituto di Pazarić – ha dichiarato – sono “ospitati” 350 bambini con problemi mentali, e la loro posizione si potrebbe definire di “schiavitù moderna”. Restano infatti legati e immobilizzati anche per 14 ore».
La denuncia, come detto, ha portato a proteste popolari che hanno visto tra l’altro centinaia di persone radunarsi davanti alla sede del Governo della Federazione, chiedendo l’immediata destituzione dei vertici della struttura sotto accusa.
«Recentemente – si legge ancora nella nota dell’ANSA – il nuovo direttore dell’Istituto, Redžep Salić, aveva denunciato numerosi abusi dell’amministrazione precedente: i fondi destinati alla ristrutturazione dell’Istituto venivano usati per la costruzione o la ristrutturazione delle case della direttrice precedente e dei suoi collaboratori, mentre i lavori relativi alla struttura sarebbero stati eseguiti con materiali scadenti, e non è un caso che nei locali dove soggiornano i bambini vi sia grande umidità».
Le autorità bosniache, dunque, hanno reso noto che verranno effettuate verifiche e controlli, sia sulle denunce di violenze nei confronti dei bambini con disabilità, sia sulle irregolarità amministrative, disponendo, se necessario, il commissariamento dell’istituto. Vedremo.

Ancor più grave e sconvolgente, se possibile, è la notizia proveniente dall’Ucraina, anche perché in questo caso non risultano affatto grandi proteste popolari, tutt’altro.
Qui la denuncia – riguardante la Pliskiv Psychoneurological Residential Institution di Vinnytsia – è arrivata qualche settimana fa da un’organizzazione non governativa (USER), che fa parte della rete dell’ENUSP, la Rete Europea degli (ex)Utenti e Sopravvissuti alla Psichiatria. Quest’ultima, insieme all’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, ha sùbito prodotto una dichiarazione di ferma condanna «dell’abuso e delle gravi violazioni dei diritti umani dei residenti di quella struttura».
«I filmati inquietanti raccolti dagli attivisti – si legge infatti nella nota – hanno mostrato pratiche alle quali nessuno dovrebbe mai essere sottoposto: i residenti, tutte persone con disabilità psicosociali e di altro tipo, sono stati tenuti chiusi in una stanza buia e fredda, completamente nudi, indipendentemente dal loro sesso e dall’età. Rinchiusi, senza alcun supporto o possibilità di comunicare con l’esterno, in una stanza senza mobili e senza poter accedere a un bagno». In tal senso, il filmato girato da USER è stato pubblicato alla fine di ottobre dal canale media ucraino «UA Vinnitsia».
«Vorremmo ricordare alle Autorità Ucraine – hanno scritto ENUSP e EDF – che tali trattamenti e condizioni costituiscono atti di tortura e maltrattamenti e sono vietati dai Trattati sui Diritti Umani. Ricordiamo inoltre alle Autorità Ucraine che ogni persona ha il diritto di essere trattata nel rispetto dei propri diritti e della propria dignità. Sottolineiamo inoltre il fatto che queste gravi violazioni dei diritti umani sono state scoperte solo grazie al lavoro di controllo effettuato in seguito alle denunce ricevute da alcuni cittadini. Tuttavia, sulla base delle testimonianze dei residenti e di altri cittadini, vi sono prove che tale situazione è sistemica e l’abuso sui residenti è in atto da anni. Inoltre, ci sono altre istituzioni dello stesso tipo in Ucraina dove non esiste possibilità di effettuare alcun controllo».
«Invitiamo pertanto le Autorità Ucraine – prosegue il comunicato – ad estendere il processo di indagine attualmente in corso nei confronti di questa particolare istituzione e a monitorare altre istituzioni simili. Questo monitoraggio deve sempre prevedere la partecipazione di attivisti della società civile, utilizzando strumenti di valutazione internazionali, come il programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui Diritti alla Qualità, nonché la supervisione e la consulenza di organizzazioni europee e nazionali di persone con disabilità, come USER. Tutto ciò dovrà garantire che qualsiasi ulteriore violazione dei diritti delle persone inserite in questi istituti in Ucraina, illegalmente e contro la loro volontà o i cui beni personali siano utilizzati abusivamente da tali istituzioni, siano rivelati, sanati e prevenuti in futuro».
Arriva quindi il punto che si ricongiunge alla nostra premessa iniziale, ove ENUSP e EDF ritengono «fondamentale sottolineare che ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Ucraina nel 2010, le persone con disabilità hanno il diritto di vivere nella comunità (articolo 19) e il diritto di godere degli stessi diritti e libertà degli altri (articolo 5), e di essere libere da torture o punizioni o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (articolo 15). Questo scandalo dimostra chiaramente che la cultura istituzionalizzante non solo nega alle persone il diritto di vivere nella comunità, ma consente anche pratiche crudeli e disumane».
«Invitiamo dunque le autorità dell’Ucraina – conclude la nota – a porre immediatamente fine a queste violazioni dei diritti umani e a garantire la deistituzionalizzazione  e l’abolizione degli istituti per le persone con disabilità psicosociali e di altro tipo nel  loro Stato. Naturalmente, e in parallelo, questo processo deve essere pienamente accompagnato dallo sviluppo dei necessari servizi di sostegno nella comunità. Ci auguriamo inoltre che i residenti dell’Istituto Pliskiv di Vinnytsia vengano protetti da ulteriori violenze e che presto possano vivere in un ambiente accogliente ed attento, che favorisca il recupero della loro salute e del loro benessere, in modo che possano raggiungere il loro pieno sviluppo potenziale ed essere completamente inclusi come membri della comunità, godendo di tutti i diritti e le libertà su base di uguaglianza con gli altri».

Due riflessioni: la prima, abbastanza facile, è riferita all’enorme percorso che ancora resta da fare in decine e decine di Paesi del mondo, per far sì che i princìpi della Convenzione ONU – pur fatta propria e divenuta Legge dello Stato – diventino realtà effettiva.
La seconda ci riguarda ancor più da vicino. Certo, le sconvolgenti denunce che abbiamo riportato sono relative a Paesi diversi dal nostro, con un’evoluzione storica e sociale assai differente. Ma possiamo davvero considerarle vicende così lontane da noi?
Diciamo che di fatti tanto gravi, almeno in questo momento, non vi è notizia nel nostro Paese. E tuttavia non può non tornare alla mente un libro uscito lo scorso anno del quale ci siamo già occupati in varie occasioni, vale a dire La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia (Maggioli, 2018), curato da Giovanni Merlo e Ciro Tarantino.
In particolare torna alla mente un passaggio su cui si sofferma il ricercatore Gianluca Giachery, in una sua recensione della Segregazione delle persone con disabilità, ove ricorda i numeri che in quel libro emergono dall’intervento di Daniela Bucci, la quale sottolinea che in Italia «sono 13.203 i presìdi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi al 31 dicembre 2014 (ultimo dato disponibile), per un totale di circa 400.000 posti».
«Qui – scrive Giachery – l’attenzione si concentra su due fattori: lo status delle persone inserite nelle residenze (per la maggior parte anziani); la qualifica degli operatori che sono deputati all’assistenza. Oltre al clima organizzativo interno, che solo può garantire un livello dignitoso se non elevato di assistenza, vi è il fattore della contenzione, evidenziato sempre da Bucci, che non ha nel nostro Paese – infatti, a differenza di quanto si possa pensare, è una pratica diffusa e continuativa – una specifica dimensione normativa: si passa dalla contenzione fisica a quella meccanica (con le classiche “fettucce” che legano la persona mani e piedi a letto), a quella farmacologica e ambientale, legata alla sorveglianza in ambienti “custodiali” e, pertanto, coercitivi. È evidente che, in questa situazione così labile, il potere di intervenire sulla persona con difficoltà o disabilità è delegato quasi interamente alla discrezionalità valutativa dell’operatore o di chi gestisce la struttura residenziale. In questo caso, come si può immaginare, gli abusi e le violenze sono difficilmente monitorabili (se non nei casi esecrabili che la stampa fa emergere come eventi relegati alla cronaca di costume), ma ciò sta ad indicare proprio quel che Merlo ribadisce con sobria inquietudine e che si può riassumere in questo modo: se si limitano le libertà individuali (ovvero legate alla tutela dello spazio perimetrale fisico), aumenta la possibilità di violare continuamente quella stessa capacità di agire che ci permette di riconoscere il pieno valore della nostra soggettività».

Concetti sin troppo chiari, dunque: i terribili fatti che abbiamo segnalato sono stati denunciati in Bosnia-Erzegovina e in Ucraina. Ma altrove, cosa accade? E siamo proprio sicuri di essere immuni da quegli orrori? (Stefano Borgato)

Per la vicenda riguardante l’Ucraina, ringraziamo Luisella Bosisio Fazzi per la collaborazione.

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