È ancora tempo di invocare la realizzazione dell’integrazione socio-sanitaria?

«È ancora tempo – è il quesito posto da Francesco Marcellino, commentando un articolo pubblicato nei giorni scorsi sulle nostre pagine – di invocare la realizzazione dell’integrazione socio-sanitaria? Non è detto, infatti, che “invocando” qualcosa di “pensato” trent’anni fa e magari applicato nei prossimi dieci anni (e quindi ormai “vecchio” di quarant’anni!) possa essere ancora idoneo a quella ricercata qualità del diritto di cittadinanza e di ben-essere della popolazione»

Omino a fianco di un punto di domandaHo letto sulla rivista «Superando.it» l’articolo dal titolo È ancora lontana, in Lombardia, l’integrazione socio-sanitaria e pensando subito alle altre esperienze regionali, mi è sorta spontanea la domanda se sia ancora tempo di invocare la realizzazione dell’integrazione socio-sanitaria, oppure no.

L’integrazione socio-sanitaria è il frutto di un’evoluzione culturale, scientifica e giuridica, che trova previsione normativa nel Decreto Legislativo 502/92 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), nei primi provvedimenti sui Livelli Essenziali di Assistenza e nella Legge 328/00 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali).
Benché, quantomeno sui miei territori [l’Autore opera in Sicilia, N.d.R.], spesso si imputi la disciplina dell’integrazione socio-sanitaria alla Legge 328/00, quest’ultima ne rappresenta solo una sorta di completamento di un percorso, anche giuridico, sorto ancor prima dello stesso Decreto Legislativo 502/92 (la cosiddetta “Legge Bindi” di riforma del Sistema Sanitario Nazionale).
Oggi, quindi, siamo a vent’anni dalla Legge 328/00 e a ventotto dal Decreto Legislativo 502/92. E siamo ad oltre trenta-trentacinque anni dall’esordio di quel percorso culturale, scientifico e giuridico che pose le fondamenta degli atti normativi sopra richiamati e che introdusse l’integrazione socio-sanitaria non come presupposto, ma come “esito” di una valutazione multidimensionale, interdisciplinare e interprofessionale dei bisogni delle persone e degli interventi e servizi.
Ha quindi senso, dopo tutto questo tempo trascorso e alla luce degli ulteriori avanzamenti scientifici, culturali e giuridici, continuare ad invocare, oggi, la realizzazione dell’integrazione socio-sanitaria?
Ha ancora senso, anche alla luce delle esperienze compiute dalle Regioni nelle quali vi sono state applicazioni sociali e giuridiche dell’integrazione socio-sanitaria – non sempre strettamente corrispondenti e adeguate alle previsioni legislative – invocarne la corretta applicazione?
Ha ancora senso, sempre tenendo conto anche delle esperienze compiute nelle altre Regioni, che le Regioni nelle quali un vero e proprio avvio dell’integrazione socio-sanitaria non vi è mai stato, o che lo hanno avuto in modo molto frammentato, originale (posso affermare anche stravagante?), queste perseverino o tentino di realizzare l’integrazione socio-sanitaria (eventualmente anche come prevista e voluta dalle normative nazionali)?
Pur dovendosi ricordare che fin tanto che la Legge è vigente è e deve essere applicata e rispettata, da un punto di vista tecnico-scientifico e, quindi, de iure condendo, mi pongo e pongo il quesito.

Sappiamo che una certa (stravagante) applicazione e/o interpretazione dell’integrazione socio-sanitaria ha spesso determinato confusione tra fonti e criteri di finanziamento, tra servizi e prestazioni e le loro rispettive fonti e criteri di finanziamento, tra un’area (quella sanitaria) e l’altra (quella sociale) dell’amministrazione pubblica, oltre che confusioni con specifiche discipline regionali (socio-assistenziali; socio-educative ecc.), ben diverse dall’integrazione socio-sanitaria prevista dalla normativa nazionale, anche se esse stesse primogeniture di quella che è divenuta l’integrazione socio-sanitaria di cui al Decreto Legislativo 502/92 e alla Legge 328/00.
Sappiamo anche che l’integrazione socio-sanitaria, frutto di un’analisi tecnico-scientifica dei bisogni omnicomprensivi e complessi delle persone – e in particolar modo dell’area delle fragilità – ha determinato ragionevoli e considerevoli aspettative da parte “dell’utenza”, ma anche da parte di alcune “aree” sociali e socio-assistenziali di erogatori di servizi e prestazioni.
Sappiamo infine che anche grazie all’integrazione socio-sanitaria, si è inteso spingere il sistema dell’offerta verso il territorio, verso la domiciliarità, sostenendosi, condivisibilmente, la necessità di mettere “al centro la persona” e i suoi bisogni.
Ebbene: anche alla luce del considerevole tempo trascorso, è legittimo chiedersi se tutto questo si sia realizzato? E soprattutto, come si sia realizzato?
A maggior ragione, oggi, ormai nel 2020, è legittimo chiedersi se ha ancora senso invocare un’integrazione socio-sanitaria? O un’integrazione socio-sanitaria come si è, di fatto, realizzata (o non realizzata)? Oppure, non è forse il caso di soffermarsi sulle innovazioni scientifiche sopravvenute, nelle materie dell’assistenza sociale, della psicologia, della medicina (neurologica, psichiatrica, neuro-psichiatrica infantile, fisiatrica), nell’area della valutazione dei bisogni e del “funzionamento” delle persone (e non degli handicap), indipendentemente, quindi, dalle “etichette sociali e diagnostiche” per un verso, nonché nella “governance”, nell’organizzazione, gestione, accesso, fruizione e offerta dei servizi e delle prestazioni sociali e sanitarie, per altro verso?
È legittimo, o viene ritenuto troppo avveniristico, immaginare, ormai, un’inadeguatezza, tardività e una non più sufficientemente adeguata (se non persino controproducente) condizione, nel forzare strumenti, risorse e rami dell’amministrazione verso un’“integrazione” incompiuta dopo oltre venti-trent’anni, quando l’obsolescenza tecnologica e la ricerca scientifica hanno tempi considerevolmente più veloci e diversi?
Può immaginarsi che non sia più un tema da considerare all’ordine del giorno (almeno per me non avrebbe mai dovuto esserlo) “l’integrazione tra i rami dell’amministrazione”, ma tra i “bisogni” delle persone e la soddisfazione adeguata di essa? E come oggi ciò possa anche essere perseguito con dei banali sistemi informatici?
È legittimo pensare che sia ormai obsolescente pensare a “categorie” di servizi e di prestazioni e non a “percorsi” di prevenzione, cura e di abilitazione e riabilitazione, intensivi, estensivi e di mantenimento, di assistenza, socializzazione, inclusione, sulla base della valutazione dei bisogni e sul raggiungimento degli obiettivi, di cittadinanza e qualità di vita, che si fondino su un ben-essere raggiungibile e possibile del cittadino? Che è il “percorso” (e non il servizio o la prestazione) che deve caratterizzarsi per una modulazione in complessità, intensità e durata?
Posso manifestare ed enfatizzare di avere utilizzato la parola “percorsi” e non più quella di “progetti” (di vita, di autonomia, di… diritti esigibili… alle volte solo sulla carta)?
Posso spiegare che un “percorso” (di prevenzione, di cura, di assistenza ecc.) ha sempre una meta (o più mete) e che può condurre anche a “marce indietro”, verifiche o cambiamenti di rotta, sia in tema di quantità di supporti e di qualità e modalità degli stessi?
Affermo questo anche in quanto dovremmo riuscire a mettere in correlazione il “vecchio” (almeno per me!) sistema con gli indirizzi e gli sviluppi futuri (già esistenti in medicina, ma che certamente si presenteranno anche nelle altre scienze sociali ed assistenziali) che fondano l’assistenza su Linee Guida, Protocolli Operativi costituenti “buone prassi clinico-assistenziali” – anche di cui alla cosiddetta “Legge Gelli” [Legge 24/17, sulla sicurezza delle cure e della persona assistita, N.d.R.] – e che orientano, ormai, l’operatore sanitario (e in futuro quello sociale), nell’esecuzione della prestazione, ma che in un futuro potrebbero orientare anche il sistema complessivo di governo, di gestione, di organizzazione e di remunerazione di quell’attività clinica, terapeutica, riabilitativa e… assistenziale.

Posso dunque tentare di rappresentare che il percorso di prevenzione, di cura ecc. si fonda già, di per sé, su protocolli e linee guida sociali e sanitarie ottimizzate e personalizzate ai bisogni del cittadino e ai potenziali e concreti obiettivi da questo raggiungibili?
Comprendo che il presente ragionamento, alla vigilia di Natale – e magari mentre molti dei Lettori sono impegnati in acquisti per manifestare amore agli affetti più cari – e alle soglie dell’avvio di un nuovo decennio, possa considerarsi una somma di domande. Ma credo sia questo ciò che debba compiere la “ricerca” e il “ricercatore”. Farsi domande e soprattutto dare delle risposte.
Ma la domanda dev’essere: come posso migliorare il sistema? E penso che sia una domanda che accomuni utenti ed erogatori. La Politica e i Cittadini. Le persone, insomma.
E oggi devo pensare ai prossimi vent’anni con l’esperienza dei trent’anni precedenti. Ma non è detto che “invocando” qualcosa di “pensato” trent’anni fa e magari applicato nei prossimi dieci anni (e quindi ormai “vecchio” di quarant’anni!) possa essere ancora idoneo a quella ricercata qualità del diritto di cittadinanza e di ben-essere della popolazione. Pensiamoci.

Avvocato (a questo link il suo sito).

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