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La guerra non regala mai niente

Militari italiani durante la ritirata di Russia

Militari italiani durante la ritirata di Russia, uno tra gli episodi più tragici della seconda guerra mondiale

Ogni piccolo paese sui monti ha una lapide o un monumento dedicato ai caduti della prima e della seconda guerra mondiale. Lunghi elenchi di persone, spesso con lo stesso cognome, a rappresentare l’essere stati fratelli e figli di madri mutilate nei loro affetti più cari.
Ogni casa aveva un ricordo di un disperso al fronte e una o più foto sul comò, con un lumino acceso. Chi era ritornato aveva fatto fatica a riprendere il corso interrotto della propria vita. I manicomi ne avevano accolti molti che non ce l’avevano fatta, per altri i segni erano rimasti indelebilmente fissati nelle menti e sui corpi, anche se erano tornati a sopravvivere fra la loro gente.

Uno di questi era il Cavaliere Pereck. Ci teneva ad essere chiamato “Cavaliere”. Era ritornato apparentemente indenne dal fronte. I suoi baffi all’antica e la logora giacca militare, con filari di medaglie recuperate non si sapeva come, non incutevano certo rispetto ai ragazzini che continuavano a salutarlo alla militare, per poi prenderlo in giro parodiando saluti e complimenti inviati da personalità inesistenti.
I mutilati della prima guerra mondiale si erano per lo più reinseriti nelle attività delle loro famiglie e nelle faccende quotidiane. Era così per lo zio Nela, che abitava in una casa affacciata sul cortile.
Dopo avere bussato e sceso i tre gradini interni alla grande cucina, lo vidi che armeggiava con la gamba fatta di stecche in ferro e cinghie di cuoio, che gli avevano dato in sostituzione della sua, lasciata a Caporetto.
Lo zio era stato al fronte con il nonno, e quando ci si riuniva al tepore delle stalle nelle serate fredde d’inverno, a volte raccontavano episodi vissuti al fronte. Noi bambini seguivamo quelle narrazioni, con la bocca spalancata, e le donne facevano il segno della croce ogni volta che veniva citato il nome di un caduto sotto il fuoco dei Tugnitt (Austriaci).
Alle loro storie si alternavano le narrazioni degli adulti più giovani, che raccontavano del gelo della Russia e del caldo del deserto africano. La serata si chiudeva fra sospiri di donne, sbadigli di bambini assonnati, e amari commenti di chi era sopravvissuto.
Il giorno riprendeva poi al canto dei galli della contrada, e ognuno, sano o invalido che fosse, riprendeva il lavoro quotidiano.

I tabelloni appesi nelle aule di scuola con il disegno dei residuati bellici e del pericolo che rappresentavano se toccati, scomparvero. La guerra oramai era nei ricordi dei vecchi, sulle pagine dei libri, o in televisione, troppo lontana e inodore per turbare i nostri sonni.
Gli iscritti al collocamento come reduci di guerra diminuirono nel corso degli anni e sono stati sostituiti dagli invalidi militari provenienti dalle missioni di pace e dagli invalidi civili di guerra, pochi per fortuna; forse perché l’esercito inserisce in attività di servizio le persone che hanno subìto ferite poco invalidanti, mentre per altri più gravi la pensione di guerra consente loro di non ricercare un lavoro.

L’articolo 1 della Legge 68/99 prevede che possano iscriversi al Collocamento Disabili «le persone invalide di guerra, invalide civili di guerra e invalide per servizio con minorazioni ascritte dalla prima alla ottava categoria di cui alle tabelle annesse al testo unico delle norme in materia di pensioni di guerra, approvato con decreto del Presidente della Repubblica…», ai quali cui si aggiungono gli orfani di deceduti per cause di guerra e i figli di grandi invalidi per cause di guerra.
Oggi questa categoria di iscritti al Collocamento Disabili è quella numericamente meno significativa e le modalità di inserimento non si discostano da quelle degli altri disabili iscritti.
In quindici anni di attività di collocamento, chi scrive si è dovuto occupare solo di tre persone con questo riconoscimento di invalidità. Auguriamoci che sia sempre così.

Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco (marino.botta@umana.it).