Lavoro e disabilità: quanti altri protocolli si dovrebbero sottoscrivere?

«Bene quel protocollo – scrive Sandro Paramatti – siglato nei giorni scorsi tra la Regione Lazio, l’INAIL e tante altre organizzazioni, che punta a promuovere l’inclusione lavorativa delle persone con una disabilità conseguente a un infortunio sul lavoro o a una malattia professionale. Esso, però, riguarda solo qualche centinaio di persone. Quanti altri protocolli, invece, si dovrebbero sottoscrivere in tempi brevi per rendere giustizia alle migliaia e migliaia di persone con disabilità che hanno diritto ad essere incluse nel lavoro?»

Figure bianche che coprono una donna in carrozzina (© Dadu Shin)

Elaborazione grafica dedicata alla segregazione delle persone con disabilità (©Dadu Shin)

Ben venga, naturalmente, quel protocollo di cui si è letto su queste stesse pagine, siglato tra la Regione Lazio, l’INAIL, le organizzazioni maggiormente rappresentative delle persone con disabilità, le organizzazioni sindacali e altri numerosi soggetti, che punta a promuovere l’inclusione lavorativa delle persone con una disabilità conseguente a un infortunio sul lavoro o a una malattia professionale.
Ma stiamo parlando di quante persone? Direi centinaia, come ordine di grandezza. Le persone viceversa interessate dalla Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) sono, nella stessa area, il Lazio, circa 100.000, delle quali 80.000 solo a Roma, e sono persone che colpite lo sono dalla nascita, e che da anni attendono un’inclusione lavorativa, cioè persone la cui situazione attuale è ben diversa da quella degli interessati da questo protocollo.

Proprio qui vien fuori il nocciolo della questione. I lavoratori interessati da questo protocollo vanno ad incrementare attualmente – e non certo per loro volontà – il numero dei lavoratori con disabilità in carico ai vari datori di lavoro. In questo modo vediamo situazioni in cui il datore di lavoro – che dovrebbe assumere come da Legge 68/89 – può addirittura dichiarare di essere in esubero, sempre in riferimento alla Legge, e dunque non essere tenuto ad assumere lavoratori disoccupati con disabilità.
L’effetto di diminuzione delle persone da assumere, o addirittura di esubero, diventa perverso e moltiplicato. Esso scende di pari misura del numero dei lavoratori che si trovano nelle condizioni richieste nel protocollo; poi scende ancora, perché dalla base di calcolo per ricavare il 7% (come da Legge 68/99), sparisce un numero pari proprio a quello dei lavoratori che con questo protocollo passano dal novero di “senza disabilità” a quello di “con disabilità”.

Sono queste alcune riflessioni che ci danno l’occasione per richiamare l’attenzione di tutti proprio su questo fenomeno, di recente genesi, che penalizza fortemente la categoria delle persone con disabilità iscritte al collocamento mirato.
Soprattutto il datore di lavoro pubblico non dovrebbe mai dimenticare la propria funzione e vocazione sociale e mai dovrebbe operare in maniera tale da penalizzare le persone con disabilità interessate dalla Legge 68/99. Invece, siamo purtroppo costretti a vedere una norma basilare come la Legge 68/99 resa progressivamente inapplicabile fino alla sua totale inefficacia.
Cosicché in tal modo una categoria già così profondamente colpita viene privata di qualcosa di essenziale come il lavoro, che ha per essa anche una valenza terapeutica, motivazionale e antidepressiva, e che avvia il processo di trasformazione di una persona totalmente a carico della società (in teoria, per altro!), in un lavoratore che produce, guadagna, si rende indipendente e paga tasse e contributi. È accettabile il perdurare di questa vergognosa situazione?

Bene dunque quel protocollo, ma quanti altri protocolli andrebbero sottoscritti in tempi brevi per rendere giustizia a tutte le persone con disabilità che hanno diritto ad essere incluse lavorativamente?

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