Le donne con disabilità e i modi di contrastare la violenza

Al di là del fatto che la disabilità venga esplicitamente citata solo in due occasioni nella Convenzione di Istanbul (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”), in quel Trattato, secondo Anna Maria Gioria, non manca affatto l’attenzione verso le stesse donne con disabilità. E rispetto ai modi di contrastare la violenza, «forse – come ha scritto Simona Lancioni – dovremmo smettere di concentrarci, come di solito facciamo, su una particolare vulnerabilità alla volta»

Particolare di un graffito realizzato dalla street artist brasiliana Panmela Castro

Particolare di un graffito realizzato dalla street artist brasiliana Panmela Castro

Molte donne con disabilità si sentono escluse, o meglio non tutelate, dalla Convenzione di Istanbul del 2011, ovvero la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica [ratificata dall’Italia con la Legge 77/13, N.d.R.].
Quel Trattato ha tre finalità, proteggere, prevenire e perseguire. Considerato che i princìpi di uguaglianza e di non discriminazione sono due cardini del Trattato stesso, la domanda che sorge spontanea è: come si pone la Convenzione di Istanbul nei confronti delle donne con disabilità?
In modo esplicito si fa riferimento alla disabilità solo due volte all’interno degli ottantuno articoli e dell’allegato che compongono la Convenzione. A tal proposito è intervenuta Simona Lancioni, responsabile di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa), affermando che se ci si ferma ad un’analisi superficiale del testo della Convenzione, si può pensare che effettivamente ci sia questa lacuna, ma se lo si esamina con maggiore attenzione, si capisce che tale interpretazione non è corretta.
Di recente Lancioni ha pubblicato su queste stesse pagine l’articolo di approfondimento intitolato La Convenzione di Istanbul, le donne con disabilitò e il contrasto alla violenza ribadendo l’impegno e l’attenzione della Convenzione nei confronti delle donne con disabilità.
«Avendo letto la Convenzione con attenzione – ha scritto – ho ritenuto che questa interpretazione non fosse corretta, come dimostrano i diversi riferimenti volti a tutelare i bisogni specifici delle persone in situazione di particolare vulnerabilità e la prescrizione di garantire l’accessibilità dei servizi e delle strutture della rete antiviolenza».
Il focus del discorso sta nell’espressione «persone in circostanze di particolare vulnerabilità» usata molte volte nella Convenzione stessa. La domanda, quindi, che si pone Lancioni è se in questa categoria di donne rientrino anche quelle con disabilità ed è lei stessa a darsi una risposta affermativa, sottolineando come, proprio per garantire la maggiore inclusione possibile, nel testo si parla di donne in condizione di vulnerabilità in generale, affinché sia data loro una protezione adeguata, indipendentemente da quale sia la causa della vulnerabilità stessa.

Un altro aspetto che ribadisce l’attenzione della Convenzione di Istanbul verso le donne con disabilità è il fatto che il GREVIO, il Gruppo di esperti indipendenti che monitorano l’attuazione nei vari Stati di quella Convenzione, abbia recentemente prodotto il proprio rapporto sulla situazione in Italia, invitando il nostro Paese a rafforzare le misure di prevenzione per combattere la violenza nei confronti delle donne che si trovano  in una particolare situazione di discriminazione intersettorale, come appunto le donne con disabilità, quelle appartenenti a minoranze etniche e le donne anziane.

I dati dell’ISTAT riguardanti la violenza esercitata sulle donne con disabilità sono drammatici: risulta infatti che circa il 36% di loro abbia subito violenze fisiche o sessuali, a fronte del 30% delle donne considerate “normodotate”. Il rischio di stupro è doppio, così come si alza quello di stalking. I numeri della violenza domestica, in particolare quella psicologica, sono davvero preoccupanti: si parla infatti del 31,4%. Nella maggior parte dei casi, chi esercita violenza su una donna con disabilità è un familiare o comunque una persona che si prende cura di lei. Spesso le vittime, a causa di problemi mentali e/o psicologici, non si rendono nemmeno conto di quello che sta succedendo; o sottostanno a ogni volere, perché sono totalmente dipendenti.

Sulla Convenzione di Istanbul è intervenuta con una riflessione anche la filosofa e scrittrice Michela Marzano, affermando nel suo blog che «è ormai urgente riscrivere la grammatica delle relazioni affettive». Secondo Lancioni, però, questa riscrittura deve forse «investire anche i modi di contrastare la violenza. Forse dovremmo smettere di concentrarci, come di solito facciamo, su una particolare vulnerabilità alla volta, quella che conosciamo meglio, quella che ci tocca personalmente, o che riguarda persone significative solo per noi».

Il presente testo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “I numeri della violenza sulle donne con disabilità e il valore di una Convenzione”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

Per approfondire ulteriormente il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità, accedere al sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa), alla Sezione intitolata La violenza nei confronti delle donne con disabilità. Più in generale, sul tema Donne e disabilità, oltre a fare riferimento al lungo elenco di testi da noi pubblicati, presente a questo link, nella colonnina a destra dell’articolo intitolato Voci di donne ancora sovrastate, se non zittite, ricordiamo anche la Sezione Donne con disabilità, sempre nel sito di Informare un’h.

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