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Uniti nella distanza, anche per quelli che rischiano di più

Nicole Orlando, per la campagna "#distantimauniti"

Anche l’atleta con disabilità Nicole Orlando è tra i testimonial della campagna “#distantimauniti”

Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri firmato il 9 marzo ed entrato in vigore il giorno dopo [ieri, 10 marzo, N.d.R.], le misure di contenimento del contagio del coronavirus riservate alle cosiddette “zone rosse” (la Lombardia e quattordici Province di Piemonte, Veneto, Emilia e Marche) sono state estese a tutta l’Italia.
Il virus si trasmette per via aerea con molta facilità, e per evitare il contagio è necessario ridurre al minimo il contatto con le altre persone ed evitare gli spostamenti non strettamente necessari.

Chi scrive abita in Toscana e ieri, 10 marzo, i giornali locali davano notizia di 56 nuovi casi in 24 ore. Salgono dunque a 264 i contagiati nel territorio regionale (in Lombardia erano 5.791), mentre sono 4.427 le persone in isolamento domiciliare.
Fino al 9 marzo la Toscana non era soggetta a misure così restrittive, ma di fatto mi attenevo già alle limitazioni previste nel provvedimento. Non per psicosi, non mi sembra di essere particolarmente ansiosa o paurosa, direi per prudenza. Per rassicurarci riguardo all’epidemia, gli esperti ci hanno spiegato in tutti i modi che solitamente il virus non è letale per i giovani e per chi non ha importanti patologie pregresse, ma non ho ben capito quali rassicurazioni siano state date alle persone anziane e a chi ha “importanti patologie pregresse”. Ora, stanno correggendo la comunicazione specificando che il virus può dare notevoli problemi anche a chi ha 40, 50, 60 anni.

A cinquant’anni non posso definirmi anziana e credo di godere di una discreta salute, ma vivo con una persona con un’insufficienza respiratoria, e l’idea che in caso di contagio io possa cavarmela con qualche disagio, mentre a quella persona potrebbe costare assai più caro – preferisco non pensare quanto caro -, non la trovo per niente rassicurante.
Il coronavirus non ha lo stesso effetto su tutte le persone, alcune rischiano di più, e la loro esposizione al rischio dipende anche dalla nostra condotta. Serve a poco che io sia virtuosa, se gli/le abitanti della mia comunità continuano a sottovalutare il problema e a non modificare i propri comportamenti.
Possiamo raccontarci che essere responsabili nei confronti degli altri/e sia un gesto altruista, e forse in parte lo è. Tuttavia dovremmo riflettere meglio sul fatto che qui in Italia sono relativamente poche le famiglie nelle quali non vi siano anche persone anziane, e che non esporle a rischi è un modo per tutelare le nostre relazioni ed i nostri affetti.
Come ulteriore esercizio, possiamo anche supporre che qualcuno/a non abbia legami stretti con soggetti a rischio, e dunque non sia particolarmente motivato ad avere una condotta responsabile.
Nei giorni scorsi c’è stato, ad esempio, chi ha lasciato la “zona rossa” per andare a sciare (ora tutti gli impianti sciistici sono stati chiusi). Chi ragiona così deve anche augurarsi di non avere bisogno di servizi sanitari urgenti (ad esempio per un incidente, una malattia improvvisa, uno shock anafilattico, un infarto), perché se il contagio non viene fermato, il nostro Sistema Sanitario ben difficilmente sarebbe in grado di reggere l’urto dell’emergenza causata dal virus e, contemporaneamente, di ottemperare a tutte le altre richieste di servizi sanitari con tempestività ed efficienza.
In alcune zone siamo già al collasso. In un’intervista pubblicata nel sito del «Corriere della Sera», Christian Salaroli, dirigente medico, anestesista rianimatore dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che opera in una delle zone più colpite dal virus, racconta che non potendo rispondere a tutte le richieste, è necessario operare una scelta tra chi curare e chi no: «Si decide per età, e per condizioni di salute. Come in tutte le situazioni di guerra. Non lo dico io, ma i manuali sui quali abbiamo studiato».
Alla domanda se esista ancora un diritto alla cura, risponde poi: «In questo momento è minacciato dal fatto che il sistema non è in grado di farsi carico dell’ordinario e dello straordinario al tempo stesso. Così le cure standard possono avere ritardi anche gravi».
Nell’intervista Salaroli ribadisce l’invito che fanno anche gli altri medici: «State a casa. State a casa. Non mi stanco di ripeterlo. Vedo troppa gente per strada. La migliore risposta a questo virus è non andare in giro. Voi non immaginate cosa succede qui dentro. State a casa». Fare in modo che il nostro sistema sanitario rimanga efficiente non è una questione di altruismo, direi invece che sia un interesse di tutti e di tutte.

Uno degli aspetti più stranianti di tutta questa storia è che di solito nelle situazioni di difficoltà cerchiamo la vicinanza, il contatto, l’abbraccio… esattamente tutto ciò che, per il momento, dobbiamo evitare, per impedire al virus di diffondersi.
In questi giorni molti personaggi dello spettacolo e dello sport stanno lanciando appelli per convincere le persone a restare a casa. Molti/e campioni/esse dello sport, ad esempio, hanno aderito alla campagna #distantimauniti.
Mi piace molto il pensiero di ritenerci uniti anche nella distanza. Mi piace il sotteso di considerare la salute come una responsabilità collettiva. E sarebbe bello se, visto che ci siamo, oltre al virus, riuscissimo a debellare anche l’individualismo che ammala la nostra epoca. Possiamo farcela, e torneranno anche gli abbracci.

Responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), nel cui sito questo testo è già apparso. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.