I ragazzi con disturbi specifici di apprendimento, la prossimità e il tempo

«Tantissimi bambini e ragazzi con disturbi specifici di apprendimento – scrive Giampaolo Celani – quali la dislessia, la disgrafia, la discalculia o la disortografia sono rimasti soli con la propria famiglia, soli davanti agli impegni che richiede la scuola. Per sostenerli l’unico modo sarebbe la prossimità. Perché non pensare di munire i tutor DSA, ovvero gli specialisti che li seguono nello studio, di dispositivi individuali di protezione, e di sottoporli a verifiche periodiche delle condizioni fisiche, permettendo loro di riprendere questi preziosi momenti con i ragazzi?»

Realizzazione grafica centrata su un bimbo con disturbi specifici di apprendimento

Una realizzazione grafica centrata su un ragazzo con disturbi specifici di apprendimento

«Pronto? La cerco perché ormai è un mese che non viene a casa mia per mio figlio. Ha tanti compiti, non ascolta, non riesco a farlo studiare», dice la mamma disperata al telefono. E il bambino: «Vieni, io voglio studiare, ma con te!». Allora il tutor gli risponde: «Non posso venire, la legge dice che non posso uscire di casa». E il bambino risponde: «Allora, facciamo che vengo a stare a casa tua»…

Due milioni di persone, bambini, ragazzi, giovani e adulti hanno visto riconosciuta la loro condizione: il disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), spesso ignorato, non compreso, non conosciuto.
La Legge 170/10, approvata l’8 ottobre 2010, ha per la prima volta introdotto in un testo legislativo, la definizione di DSA, di dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia [di tali disturbi si legga nel box in calce, N.d.R.]. E ha così dettato norme in àmbito scolastico.
Probabilmente a molti non sono note le effettive difficoltà che queste persone hanno nell’apprendimento. La matematica, ad esempio, è un ostacolo per molti di loro insormontabile con una semplice didattica. I termini “aggiungere”, “fare la somma”, indicati con un segno, genericamente non sono compresi per il loro valore accrescitivo. Il problema è il recupero delle etichette delle parole: per i ragazzi con dislessia restano vuote, non si legano alla mens. Non è imparare il significato delle parole: il problema è archiviarle e recuperarle correttamente. Spesso il dislessico va nell’archivio delle parole, indovina il “cassetto”, ma ne prende una simile a quella che cercava. Solo un atteggiamento paziente e che elimini ogni forma di ansia potrà aiutarlo. E il recupero del lessico diventerà più semplice se la parola sarà associata a una storia, a un’esperienza o a un’emozione, se si trasformerà la parola stessa da semplice suono a oggetto visivo (uno schema colorato, per esempio) o oggetto manipolabile. Per essere aiutati, cioè, hanno bisogno di spiegazioni diverse e fatte più volte e in modo diverso.

La memoria di lavoro è un punto fragile nei dislessici. Vanno in confusione se si dice loro «esci dalla stanza, gira a sinistra, prosegui per tutto il corridoio, poi scendi la scala che ti trovi sulla destra». Al secondo comando il dislessico si è già perso! Se per esempio si parla loro, anche per un po’ di tempo, che so, per dare una spiegazione, spesso si perdono, magari sono restati all’inizio del discorso. A distanza è impossibile capire, e solo se si è lì, accanto a loro, si può spronarli, richiamarli. Bisogna sentire le loro emozioni. Impossibile a distanza!

Molti ragazzi non sanno neanche di sapere. I più problematici devono sentire che si crede in loro, bisogna guardarli nelle loro espressioni e intuire quello che provano, per superare l’insicurezza che spesso serve loro di giustificazione per non tentare neppure di fare. Bisogna essere molto attenti a non offenderne la sensibilità, bisogna guadagnare la loro fiducia, far loro capire che si è lì con loro e per loro. Solo così è possibile far loro credere in se stessi e di potercela fare.
Ma davanti a un esercizio, anche inviato a distanza, come in questi giorni può avvenire, lo studente a chi, come, chiede di farsi aiutare? Riuscire ad ottenere che un ragazzo si senta di poter fare una richiesta di aiuto perché non capisce, non è cosa semplice: sono pomeriggi e pomeriggi di incontri, di minuti trascorsi insieme, momenti di serenità alternati a momenti di sconforto, attimi anche lunghi di silenzio che succedono ad altri di dialogo, giocosità alternata a serietà. Quel bambino chiede del tutor proprio per questo motivo, non perché la mamma non è una buona madre.

I tutor DSA sono quegli specialisti che in molte situazioni accompagnano nello studio questi ragazzi. Essi sono chiamati a stare accanto a loro, li incontrano, si dedicano a loro. O in centri specializzati o nelle abitazioni degli studenti. Hanno dedicato uno studio specifico proprio ad accompagnare l’apprendimento di questi ragazzi e il loro aggiornamento è continuo. Sono professionisti a Partita IVA, compensati per il numero di ore nelle quali si dedicano alla singola persona. A carico delle famiglie, non essendoci alcuna forma di sostegno economico riconosciuto dalla normativa vigente.
Come il tutor ha detto al bambino, però, da un mese a questa parte, proprio per motivi emergenziali, tutto è stato interrotto.

Questi ragazzi oggi restano soli con la propria famiglia. Quella mamma ha telefonato perché non ha assolutamente la pazienza di stargli accanto e attendere, anche la capacità di comprendere quando e come intervenire, per sollecitare, per sostenere, per accogliere le difficoltà, per percorrere altre strade utili a raggiungere il risultato atteso.
Suo figlio, che in questi anni è entrato in relazione con una persona diventata quasi di famiglia: addirittura il bambino chiede al tutor di trasferirsi a casa sua, visto che la legge impedisce al tutor di venire da lui: è la testimonianza più concreta che il bambino oggi resta totalmente solo, si sente solo davanti agli impegni che richiede la scuola e comunque nell’esercitarsi nelle materie di scuola. Improvvisamente si vede cambiato il suo schema. Questo mese è trascorso, si sarà pure riposato, ma per quanto tempo ancora può andare avanti questa situazione? La prossimità è l’unico modo per sostenerlo.

Altra considerazione: il tempo è fondamentale. Dare tempo, dedicare del tempo alle persone, specie nell’apprendimento, nella situazione corrente è molto difficile, perché tutto va sempre più rapidamente, appare un vantaggio generalizzato guadagnare tempo e rendere tutto più veloce: basta vedere un cartone animato degli Anni Settanta e confrontarlo con gli analoghi prodotti per bambini di questi anni. Tanti restano indietro, e socialmente si risponde che di queste persone è la difficoltà di adattamento, senza porsi invece il problema che in tantissime situazioni questo aspetto rappresenta una barriera, un ostacolo, esattamente come le barriere architettoniche per le persone anziane, le donne in gravidanza e le persone con disabilità motoria. Tanto è vero che agli studenti con dislessia, anche all’università, è concesso più tempo per svolgere le attività richieste a tutti gli altri.

Il paradosso di questi tempi strani, contrassegnati dallo slogan #iorestoacasa, è che le ore non scorrono mai, ve ne sono tante a disposizione, eppure la scuola (probabilmente con tante eccezioni) sta offrendo solo lezioni a distanza.
I tutor DSA sono persone non di famiglia. Come potrebbero entrare in casa con tranquillità in questi tempi emergenziali? Quali genitori si fiderebbero? E la famiglia dello specialista si fiderebbe di questi interventi domiciliari? Fino ad oggi tutto è stato interrotto. E non ci sono tracce, almeno pubblicamente, di segnalazione di queste necessità, apparentemente non prioritarie.

Il tempo scorre e questi ragazzi che diventeranno? E i tutor stanno a casa senza essere pagati? Ci verrebbe da chiedere perché non pensare a munire gli specialisti di dispositivi individuali di protezione, perché non sottoporli a verifiche periodiche delle condizioni fisiche e permettere loro di riprendere questi preziosi momenti con i ragazzi…
Perché nelle varie Ordinanze Ministeriali non si prevede di fare qualcosa di concreto? Non si tratta tanto di completare un programma scolastico, quanto proprio di esercitare costantemente questi studenti, tenerli in attività. E non si parla di pochi ragazzi.
Non perdiamo tempo, il tempo, in questi giorni, è preziosissimo.

Associazione Culturale Buona Idea!, Roma.

La dislessia e gli altri DSA (disturbi specifici dell’apprendimento)
Il più diffuso DSA (disturbo specifico di apprendimento) è la dislessia, cioè il disturbo specifico della lettura, che si manifesta e si evolve in concomitanza dell’inizio dell’attività scolastica, quando emergono le prime difficoltà nell’attivare in maniera fluente e senza affaticamento tutte quelle operazioni mentali necessarie per leggere, quali riconoscere le lettere singole, le sillabe e quindi le parole, associandole ai suoni corrispondenti. Frequenza degli errori e lentezza nella decodifica ne sono i tipici aspetti: il bambino può, per esempio, presentare difficoltà nel riconoscere, scambiandoli tra loro, grafemi che differiscono visivamente per piccoli particolari quali: “m” con “n”, “c” con “e”, “f” con “t”, “a” con “e”.
La persona con disortografia, invece, evidenzia la difficoltà a tradurre correttamente le parole in simboli grafici e a confondere il suono delle lettere (per esempio “f/v”, “t/d”, “p/b”, “c/g”, “l/r”).
Un terzo disturbo che impedisce alla persona di esprimersi nella scrittura in modo fluido è la disgrafia, caratterizzata da una grafia spesso illeggibile, da una pressione eccessiva sul foglio e dallo scarso rispetto degli spazi sul foglio.
C’è infine la difficoltà a comprendere simboli numerici e a svolgere calcoli matematici, conosciuta con il nome di discalculia. Stando ai dati, circa il 3% della popolazione studentesca è affetta da tale disturbo, che complica la lettura e la scrittura dei numeri e soprattutto l’elaborazione delle quantità. Gli errori collegati a questa problematica molto spesso non vengono riconosciuti nell’immediato. Diversi, infatti, sono i casi di discalculia erroneamente diagnosticati come dislessia.
(a cura dell’AID – Associazione Italiana Dislessia)

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