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Assistenti educativi all’autonomia e alla comunicazione: la Torre di Babele

Pieter Bruegel (o Brueghel) il Vecchio, "Torre di Babele", 1563

Pieter Bruegel (o Brueghel) il Vecchio, “Torre di Babele”, 1563

Ho scelto di lavorare nel welfare a 6 anni. Era il 1980 e la “Legge Basaglia” aveva chiuso i “manicomi”. Basaglia era appena morto e non voleva la legge così: voleva le strutture territoriali aperte, voleva la riabilitazione vera, voleva un mondo migliore. Sognava il “Welfare di Stato”, che non etichettasse, che non si limitasse ai vincoli di bilancio, voleva una società giusta, per tutti.
Come me, che accompagnavo mia madre in ospedale, perché era infermiera in Neurologia e Psichiatria, e i “matti” erano tutti lì, dopo il 1980. Perché li avevano liberati, ma non avevano detto loro da cosa e, soprattutto, non avevano detto loro dove andare e chi li avrebbe aiutati a sognare una vita diversa.
Ho vissuto con loro i primi anni della mia vita, ed era la mia normalità. Uno di loro era la mia babysitter. Era alto due metri e mi metteva sulle spalle, facendomi vedere il mondo dalla sua prospettiva.
Poi sono nate le Cooperative Sociali, che hanno sostituito, anche con buone intenzioni, lo Stato che non sapeva, o voleva, occuparsi del welfare.
Quindi, nel 1992, la Legge 104 e, fra le altre cose, la nascita della figura dell’assistente educativo all’autonomia e alla comunicazione per i bambini con disabilità, per assicurar loro il sacrosanto diritto all’istruzione, ma demandando questa competenza agli Enti Locali, e non al Ministero dell’Istruzione, come sarebbe stato ovvio.
Poi, il nulla. Comuni e Regioni che fanno ciascuno di testa propria, moltiplicando, suddividendo le figure dell’assistenza scolastica e badando bene di non doversene occupare, pagando le Cooperative per farlo. Col risultato che, per essere pagati 7 euro all’ora nove mesi l’anno, bisogna compilare fogli firma complicatissimi, in cui gli insegnanti attestano il lavoro svolto, e poi le segreterie delle scuole, i Dirigenti Scolastici, che controfirmano e timbrano i fogli, e poi le Cooperative, che li ricontrollano, e poi ancora i Municipi, che alla fine pagano.
Siamo i lavoratori più certificati e controllati d’Italia, a fronte della munifica paga oraria di 7 euro l’ora.

A un certo punto arriva il coronavirus e la chiusura delle scuole che ci blocca. Ma non tutti. Qui nel Lazio, ad esempio, gli assistenti alla comunicazione sono di tre tipologie: operatori educativi per l’autonomia e la comunicazione (ex AEC), che lavorano dalla scuola dell’infanzia alla secondaria inferiore, gli assistenti LIS e gli assistenti specialistici che lavorano nella scuola secondaria superiore. Le ultime due categorie sono in carico alla Regione, la prima, a cui appartiene chi scrive, al Comune di Roma. La Torre di Babele!
La Regione Lazio dispone subito, già dal 7 marzo, che i colleghi riprendano a lavorare e vengono inseriti nella didattica a distanza, che non è davvero il migliore dei mondi possibili. Però è l’unico possibile adesso.
Gli operatori educativi aspettano; dal momento, però, che i bambini non possono aspettare e hanno bisogni “speciali”, come spesso si dice con malcelata ipocrisia, iniziano a lavorare “di nascosto”, perché non potrebbero, nessuno li ha autorizzati a continuare a seguire i bambini stessi.

Arriviamo così al Decreto Legge cosiddetto “Cura Italia” e all’articolo 48 di esso, quello riguardante le Prestazioni individuali domiciliari, di cui ho già diffusamente parlato su queste stesse pagine. È fortemente interpretabile, ma dice che, nel nostro caso, anziché attingere a risorse come la cassa integrazione o il fondo di integrazione salariale, gli Enti Locali devono utilizzare i fondi già stanziati per finanziare il servizio, altrimenti si profilerebbe un illecito risparmio su un servizio pubblico essenziale.
Sembra la soluzione. Ma così non è. Perché il welfare è una moneta elettorale potente, ma anche un elemento letterario quasi romantico, quello di un mondo, come sognava Basaglia, fatto di uno Stato che considera la protezione degli ultimi, dei “diversi”, dei “difformi”, il primo dovere civile ed etico da perseguire.

Nei giorni scorsi, dunque, la Direzione Socio-Educativa del Comune di Roma, a quasi un mese dalla chiusura delle scuole e due settimane dopo l’emanazione del citato Decreto “Cura Italia”, ha emanato una Circolare in cui si demanda ai Municipi della Capitale “possibili” accordi con cooperative e scuole per riprogrammare il servizio. Inoltre, l’assessore comunale alla Scuola Veronica Mammì, ha ribadito alla radio, fra le altre cose, che «non spetta al Comune di Roma occuparsi della riprogrammazione». E questo nonostante un Regolamento, la Delibera dell’Assemblea Capitolina n. 80 del 23 novembre 2017, affermi chiaramente che «il servizio di assistenza per l’autonomia degli alunni con disabilità» vede coinvolti diversi attori, fra i quali un ruolo fondamentale è rivestito dalle famiglie e dalle scuole, che devono poter «gestire la soluzione delle proprie esigenze ricorrendo alle reti territoriali e all’intervento di figure professionali specialistiche, che sappiano rispondere ai bisogni e alle aspettative nel modo più mirato». E ancora, nella stessa Delibera si parla della necessità di «garantire omogeneità ed equità nell’accesso al servizio di “assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici o sensoriali e intellettivi” su tutto il territorio di Roma Capitale».
Trattandosi quindi di una vera e propria modifica strutturale e organizzativa del servizio, sarebbe necessario emanare delle Linee di Indirizzo. Perché quello che accadrà è più che prevedibile: ci saranno Municipi che si attiveranno e altri no, Cooperative che proporranno progetti e altre no, scuole che si attiveranno e altre no.
E così, in barba al principio dell’uguale accesso ai servizi del welfare per tutti i cittadini, sarà la “Torre di Babele nella Torre di Babele” e si perderà altro prezioso tempo.
Così come è successo in altre parti d’Italia, come ad esempio a Bari, si affermerà il principio che per gli insegnanti non vale: le ore da pagare saranno di meno delle ore frontali, perché è evidente che la didattica a distanza richiede uno sforzo di programmazione, messa in atto (materiali, creazione di video, strategie alternative, software accessibili) e verifica totalmente diverso. E giocoforza non verificabile, come i fogli firma firmati, controllati, vidimati e controfirmati a cui siamo abituati.
Dunque, non c’è alcuna garanzia che il monte orario degli operatori venga mantenuto, il che è assolutamente indispensabile, altrimenti non si può accettare il cambio, perché, come parrebbe evincersi dall’articolo 48 del Decreto “Cura Italia”, riprendere il lavoro comporterebbe la sospensione degli ammortizzatori sociali.

Perché creare tante condizioni ostative? E qui sorge un dubbio: possibile che alle spalle di operatori già allo stremo per condizioni economiche, lavorative e morali inaccettabili, si stia cercando di rendere inapplicabile l’articolo 48? Possibile che si preferisca lasciare la “scelta” di proseguire con gli ammortizzatori sociali piuttosto che, com’è naturale, trattare gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione come tutti gli altri lavoratori della scuola e garantire il sacrosanto diritto alla continuità educativa ai bambini con disabilità?
In tutto questo, chi ci rimetterà, oltre a noi lavoratori, con stipendi decurtati all’80%, saranno soprattutto loro, i bambini con disabilità appunto, di cui caparbiamente molti si stanno già occupando in maniera “informale”, con i propri mezzi, sentendo l’obbligo etico di non lasciarli soli con le loro famiglie.

Si parla tanto di welfare, ci si riempiono le trasmissioni televisive, ci si scrivono libri e articoli. E poi c’è la realtà, i bilanci, i criteri di spesa e la rendicontazione.
Occuparmi degli altri è sempre stata, per me, una scelta di campo ideologica. Mai come adesso questa scelta ho messo in dubbio.