Il punto in cui inizia la civiltà

«Se prendersi cura di qualcuno segna l’inizio della civiltà – scrive Maurizio Gaido -, allora dovremmo chiederci se nella nostra cultura, quella prodotta in questi ultimi decenni e che l’attuale emergenza sanitaria sta mettendo alla prova, la civiltà sia iniziata oppure no». E aggiunge: «Un sistema di welfare insufficiente in tempi normali non può affrontare alcuna emergenza, cosicché persone anziane, con disabilità, malati cronici, sono stati letteralmente abbandonati. Ma è successo per ignoranza, menefreghismo o per deliberata scelta rispetto a chi si poteva anche lasciare indietro?».

Edvard Munch, "Melancholy" ("Malinconia"), 1894

Edvard Munch, “Melancholy” (“Malinconia”), 1894

L’antropologa Margaret Mead riteneva che il primo segno di civiltà in una cultura antica non fossero ami, pentole di fango o pietre da macinare, bensì un femore rotto e poi guarito. Mead, infatti, ha spiegato che nel regno animale, se ti rompi una gamba, muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere qualcosa o cercare cibo. Sei “carne di bestie” che si aggirano. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo da guarire l’osso. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi. Mead ha detto che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui inizia la civiltà.

Se prendersi cura di qualcuno segna l’inizio della civiltà, allora dovremmo chiederci se nella nostra cultura, quella che abbiamo prodotto in questi ultimi decenni e che l’attuale emergenza sanitaria sta mettendo alla prova, la civiltà sia iniziata oppure no.
A guardare questi ultimi due mesi, si direbbe che la nostra società non sia ancora definibile come civile, soprattutto per quanto riguarda i comparti che per definizione dovrebbero prendersi cura degli altri: sanità, scuola e servizi sociali.

Finora avevamo fatto gli “stress test” solo ai sistemi bancari e finanziari, il coronavirus ha prodotto un formidabile stress test ai nostri sistemi della cura e questi sono crollati, si sono rivelati inesistenti e inefficaci soprattutto per anziani, disabili e malati cronici.
Sarà perché negli ultimi vent’anni sono sempre stati considerati un costo? Sarà perché in Italia un sacco di gente evade le tasse e poi però usa i servizi quando ne ha bisogno? O peggio perché la nostra società non si prende più cura di nessuno che non sia produttivo, in perfetta salute, giovane, bello e ricco?
Più che darci risposte, questo è il momento nel quale dovremmo porci molte domande vere, domande alle quali non abbiamo una risposta pronta, ma sulle quali riflettere tutti insieme, fare ipotesi e trovare un’idea di cultura diversa da quella attuale, nella quale sia possibile che la civiltà inizi e si manifesti a tutti, nella quale cioè sia prioritario prendersi cura di tutti nel miglior modo possibile.

Il vero problema non è il virus, ce ne saranno sempre miliardi in circolazione, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta, ma l’assistenza che si è rivelata insufficiente e impreparata. Operatori allo sbaraglio, senza protezione, impreparati per affrontare un’emergenza “telefonata” da settimane, sacrificati insieme a vecchi, disabili e malati cronici.
Così, per non vedere i danni perpetrati in decenni di tagli alla spesa, ospedali chiusi, posti di lavoro e servizi eliminati ci si vuol far credere che la colpa sia del coronavirus, come dire che se in Africa muoiono milioni di persone è per colpa della “cattiveria” di virus, batteri, funghi e protozoi e non perché non hanno un’assistenza e un’alimentazione adeguata.

In queste ultime settimane abbiamo visto come anziani, disabili e malati cronici siano stati letteralmente dimenticati e molti non abbiano avuto neanche le cure per le loro normali necessità di tutti i giorni perché l’assistenza domiciliare era assente e gli operatori sanitari erano tutti impegnati con il coronavirus, senza avere però gli strumenti adeguati e nemmeno i posti dove mettere le persone.
Questa era una situazione già presente prima dell’epidemia, operatori, posti letto e pronto soccorso insufficienti, dispositivi di protezione individuale inesistenti. Un sistema di welfare insufficiente in tempi normali non può affrontare alcuna emergenza, sarebbe come pensare a fare il tetto di una casa quando inizia a piovere. Il tetto bisogna farlo prima, è un investimento, non un costo, come ci vorrebbero far credere.
Così anziani, disabili e malati cronici, pazienti oncologici, in queste settimane in molti casi non hanno più trovato servizi indispensabili, terapie salvavita, i loro medici di riferimento, i reparti specialistici e gli ospedali tutti requisiti per il coronavirus. Tutti non autosufficienti abbandonati per ignoranza, menefreghismo o per deliberata scelta rispetto a chi si poteva anche lasciare indietro?
Non ci sono risposte precotte, ma dobbiamno pensarci perché prima o poi saremo tutti in una di quelle categorie, è solo una questione di tempo.

In Italia ogni anno muoiono complessivamente circa 650.000 persone, non possiamo chiedere al sistema di welfare di non farle morire, ma dobbiamo chiedere che per ognuna ci siano cure adeguate e parlando di cure, comprendo anche la possibilità di conservare la dignità e il rispetto personali e la possibilità di avere vicina, nel momento più difficile della propria vita, una persona cara; quest’ultimo punto è di vitale importanza per tutti, ma in particolare per alcune persone come quelle con disabilità, i non autosufficienti, i malati oncologici, e per chiunque abbia desiderio di una persona cara vicino, perché la relazione è parte integrante della cura, altrimenti possiamo parlare solo di terapia, che è un’altra cosa di solito molto più limitata nel tempo e nello spazio e anche nei risultati.
Una cultura che voglia definirsi civile dovrebbe garantire a tutti la possibilità di avere cure adeguate per il quadro clinico indipendentemente da altri fattori.
Se poi prendiamo quella che l’antropologo, sociologo e psicologo Gregory Bateson definì come “unità di sopravvivenza” e cioè l’individuo nel suo contesto, allora, completando l’asserzione di Margaret Mead, potremmo dire che la civiltà inizia quando si sviluppa la consapevolezza che prendersi cura dell’altro e dell’ambiente equivale a prendersi cura di se stessi.
Lo stress test Covid-19 ci sta mostrando quanto la nostra cultura sia ancora lontana da questa consapevolezza, se ne stanno rendendo conto in questi giorni le famiglie con persone anziane, con disabilità, non autosufficienti, malati cronici e oncologici, ma anche chi per motivi apparentemente semplici ha necessità di cure sanitarie o di servizi sociali.
La perdita di tante nostre certezze è solo apparentemente una perdita, è infatti proprio quando ciò che ci sembrava indistruttibile si disgrega, si frantuma, che possiamo rinascere resi più forti dall’esperienza e dalla nuova consapevolezza. Speriamo!

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