La rana, lo scorpione, le persone con disabilità e le Cooperative di tipo B

«È difficile pensare – scrive Marino Bottà – che si possa a breve “mettere al centro la persona”. Temo infatti che quando la pandemia rallenterà la morsa, assisteremo ad una bagarre per ripresentare come nuovi vecchi armamentari politici, organizzativi e procedurali, volti a indirizzare le scelte sulla strada di prima. È pertanto utile ripartire magari da un diverso uso degli strumenti già esistenti, come ad esempio le convenzioni con le Cooperative Sociali di tipo B, previste dal Decreto Legislativo 276 del 2003, strumento vantaggioso per tutti, ma ancora scarsamente diffuso»

Disegno della rana e dello scorpione

Marino Bottà introduce la sua riflessione sul lavoro delle persone con disabilità, rifacendosi alla celebre favola antica della rana e dello scorpione

Uno scorpione chiede a una rana di lasciarlo salire sulla sua schiena e di trasportarlo sull’altra sponda del fiume. In un primo momento la rana rifiuta, temendo di essere punta durante il tragitto. L’aracnide argomenta però, in modo convincente, l’infondatezza di tale timore: se la pungesse, infatti, anche lui cadrebbe nel fiume e, non sapendo nuotare, morirebbe insieme a lei. La rana, allora, accetta e permette allo scorpione di salirle sulla schiena, ma, a metà strada, la punge condannando entrambi alla morte. Quando la rana chiede allo scorpione il perché del suo gesto folle, questi risponde: «È la mia natura!». L’anonimo scrittore (o forse il celebre favolista greco Esopo, cui la favola è attribuita) forse aggiungerebbe oggi che un altro scorpione aveva visto l’accaduto dalla riva e aveva deciso di fare la stessa cosa, ma che avrebbe atteso di essere arrivato sull’altra sponda prima di colpire la rana…

Nella natura dell’uomo, l’Altro è sempre visto come mezzo e non come fine della sua attenzione. Gli uomini restano ciò che la natura li ha destinati ad essere. Invece le azioni (non il comportamento), per scelta individuale o per costrizioni ambientali, come nel caso del secondo scorpione, sono suscettibili di radicali cambiamenti, che a lungo termine possono incidere sulle strutture psichiche profonde della persona. Sarà quindi difficile pensare che si possa a breve “mettere al centro la persona”. Temo infatti che quando la pandemia rallenterà la morsa, assisteremo ad una bagarre per ripresentare come nuovi vecchi armamentari politici, organizzativi e procedurali, volti a indirizzare le scelte sulla strada di prima. Ma, comunque sia, agendo sulle azioni forse otterremo a lungo andare i cambiamenti sperati.
Nel breve periodo saremo costretti a constatare che i “deboli” sono sempre più vittime degli altri, e che le persone con disabilità in cerca di lavoro saranno ulteriormente penalizzate dall’imminente crisi occupazionale prodotta dall’intelligenza artificiale e ora dal coronavirus. È pertanto utile ripartire dalla resilienza sociale delle persone con disabilità e dalle azioni dei “portatori d’interesse” (stakeholder) che ne curano il bisogno lavorativo.

Innanzitutto ogni ente, servizio, associazione, operatore dovrebbe e potrebbe attenuare i propri comportamenti autoaffermativi, autoreferenziali, conservativi, cercando più collaborazione e mirando a successi condivisi. Meno competizione, meno concorrenza e più interesse verso il plus valore sociale; e nel frattempo cercare i modi per imporre alle Istituzioni e agli Enti Pubblici comportamenti più rispettosi e più efficaci dei bisogni dei soggetti più deboli, magari partendo da un diverso uso degli strumenti già esistenti.
La proroga delle scadenze degli obblighi a carico delle aziende soggette alla Legge 68/99 [“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, N.d.R.], la cassa integrazione e i fallimenti aziendali, faranno, nella migliore delle ipotesi, slittare la ripresa del mercato del lavoro debole alla primavera del 2021. È quindi utile, in questa fase di forzosa sospensione, raffinare strategie e strumenti che possano aiutare la ripresa. Partiamo da ciò che abbiamo a disposizione e vediamo di diffonderlo e renderlo più efficace. A tal proposito, uno strumento particolarmente utile a fini occupazionali è rappresentato dalle convenzioni previste dall’articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03.

Non tutte le persone con disabilità possono avere un’occupazione regolare nel mondo profit, ma esse possono essere collocate, a reciproco vantaggio, in una Cooperativa Sociale.
Le Cooperative Sociali di tipo B sono àmbiti protetti che accolgono le persone con disabilità tramite un progetto personalizzato di inserimento, e dispongono di operatori in grado di sviluppare il loro potenziale lavorativo e gestire eventuali criticità.
Le Cooperative svolgono un ruolo fondamentale nella gestione delle politiche attive a favore delle persone con disabilità e pongono particolare attenzione all’inclusione, attraverso la creazione di àmbiti occupazionali  adeguati alle persone con disabilità complesse o in condizioni di svantaggio sociale. Ogni realtà, infatti, occupa non meno del 30% di lavoratori “svantaggiati” (disabili, tossicodipendenti, detenuti ecc.), e dispone di servizi in grado di curare la formazione, l’orientamento e la ricollocazione, in collaborazione con partner pubblici e privati. Le Cooperative Sociali di tipo B, del resto, sono nate proprio allo scopo di dare una risposta ai bisogni occupazionali delle persone in condizioni di svantaggio sociale, riuscendo a coniugare la produzione con il rispetto della persona, delle sue difficoltà, capacità, e potenzialità.
Nell’ultimo decennio tutto il settore è stato attraversato da una profonda crisi finanziaria e di identità dovuta alla congiuntura economica generale, che ha causato una contrazione del rapporto con le aziende private e ha indebolito anche le collaborazioni con gli Enti Pubblici, affievolendo così lo spirito solidaristico che aveva da sempre caratterizzato tali strutture. Infatti, l’iniziale attenzione alla persona, il fare progetti individualizzati, il sostenere i servizi sociali e socio-sanitari nella realizzazione di percorsi di vita, il curare la formazione al lavoro, la ricerca di ricollocazioni per i soci lavoratori in ambiti profit, sono stati in parte abbandonati. Le Cooperative che hanno per due decenni promosso l’occupazione delle fasce più deboli del mercato del lavoro si sono ritrovate a dover scegliere lavoratori e categorie di svantaggio in possesso di buone capacità lavorative e competenze professionali.

La crisi economica e la consolidata subalternità agli Enti Pubblici hanno dunque compromesso la possibilità di sfruttare le enormi potenzialità offerte dal mondo produttivo privato. Il modello di welfare a cui le Cooperative si sono rifatte è caduto in una crisi irreversibile. La  contrazione della spesa pubblica e l’ingresso di grosse imprese profit e non profit negli appalti stanno sempre più risicando gli spazi di manovra delle Cooperative di tipo B, rendendole meno competitive, compromettendone sia il potenziale occupazionale che il ruolo sociale.
In sostanza, il patto fra settore pubblico e Cooperative Sociali di tipo B si è incrinato. Un patto che ha saputo offrire coesione sociale e diritto di cittadinanza a persone che altrimenti sarebbero state relegate ai margini della società.
Anche il mondo del lavoro nel frattempo è cambiato. L’evoluzione tecnologica ha infatti trasformato radicalmente i processi produttivi e l’organizzazione aziendale. Le imprese dispongono sempre meno di assemblaggi e confezionamenti di basso profilo da esternalizzare. Le Cooperative di tipo B devono pertanto allungare il passo e adeguarsi al mercato, devono comunicare con le imprese private ed evitare che il mondo profit continui a viverle come àmbiti di volontariato e cura per persone con scarse capacità lavorative, contesti dove le competenze, la qualità e la puntualità delle consegne è subordinata all’accoglienza delle persone svantaggiate. Esse devono quindi trovare il modo di partecipare al processo produttivo, appropriandosi di parte delle lavorazioni o fornendo servizi adeguati al nuovo modello aziendale.

Al lavoro in Cooperativa

Al lavoro in Cooperativa

La necessità di recuperare nuove commesse di lavoro appare pertanto un problema che attanaglia il mondo della Cooperazione di tipo B, ma che dovrebbe preoccupare tutti i soggetti sociali interessati, soprattutto i Servizi e le Associazioni.
Uno strumento adatto a questa necessità, che si è rivelato particolarmente efficace in alcune Regioni dove ha trovato applicazione, è rappresentato, come detto, dalle convenzioni previste dal citato articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03, di cui meritano di essere citati una serie di passaggi: «Articolo 14 del Decreto Legislativo 276/03 – Cooperative sociali e inserimento lavorativo dei lavoratori svantaggiati 1. Al fine di favorire l’inserimento lavorativo dei lavoratori svantaggiati e dei lavoratori disabili, i servizi di cui all’articolo 6, comma 1, della legge 12 marzo 1999, n. 68 […] stipulano […] convenzioni quadro su base territoriale […] aventi ad oggetto il conferimento di commesse di lavoro alle cooperative sociali medesime da parte delle imprese associate o aderenti. 2. La convenzione quadro disciplina i seguenti aspetti: a) le modalità di adesione da parte delle imprese interessate; b) i criteri di individuazione dei lavoratori svantaggiati da inserire al lavoro in cooperativa […]; c) le modalità di attestazione del valore complessivo del lavoro annualmente conferito da ciascuna impresa e la correlazione con il numero dei lavoratori svantaggiati inseriti al lavoro in cooperativa; e) la promozione e lo sviluppo delle commesse di lavoro a favore delle cooperative sociali; […]. 3. Allorché l’inserimento lavorativo nelle cooperative sociali, realizzato in virtù dei commi 1 e 2, riguardi i lavoratori disabili, che presentino particolari caratteristiche e difficoltà di inserimento nel ciclo lavorativo ordinario, […] lo stesso si considera utile ai fini della copertura della quota di riserva, di cui all’articolo 3 della stessa legge cui sono tenute le imprese conferenti».

Purtroppo questo tipo di convenzioni è ancora uno strumento scarsamente diffuso sul territorio nazionale in quanto:
° sottostimato da molti servizi per il Collocamento Disabili;
° reso complesso da una serie di vincoli burocratici e procedurali che variano da Regione a Regione e spesso da Provincia a Provincia;
° poco conosciuto dalle Regioni, dagli Uffici per il Collocamento Disabili, dalle aziende, dai consulenti, dalle associazioni imprenditoriali, e dalle stesse cooperative;
° limitato da una rigida ed errata interpretazione del concetto di commessa di lavoro, intesa unicamente come affidamento esterno di una parte poco significativa della produzione (assemblaggio, confezionamento ecc.) o di un servizio interno (pulizie, cura del verde ecc);
° non gradito a molte associazioni locali di persone con disabilità e alle associazioni sindacali, perché erroneamente ritenute uno strumento a vantaggio delle aziende che non desiderano assumere i disabili.

Anche in alcune Regioni dove tali convenzioni sono in uso, esse hanno una scarsa diffusione rispetto alla loro potenzialità, in quanto:
– gli uffici per il Collocamento Disabili non le ritengono una loro competenza e non svolgono un’adeguata funzione di promozione e mediazione;
– le Cooperative Sociali di tipo B non sono in grado di utilizzare un linguaggio commerciale adeguato;
– i consulenti del lavoro ne hanno scarsa conoscenza e ritengono la procedura particolarmente complessa;
– le associazioni imprenditoriali non sono in grado di supportare le aziende associate nella realizzazione del processo attuativo;
– le imprese sono in difficoltà nel trovare Cooperative in grado di svolgere le attività che vorrebbero affidare.

Un altro aspetto che ne compromette la diffusione è riconducibile al fatto che troppo spesso le Cooperative si limitano all’immediato valore commerciale della committenza, senza valorizzare le opportunità che ne possono derivare in prospettiva. Una Cooperativa della Provincia di Lecco, per citare un caso, da un’iniziale convenzione con una multinazionale per una commessa di  assemblaggio semplice, è riuscita in due anni a fare spostare l’intera produzione dalla Repubblica Ceca ai propri capannoni.
A tutto questo si aggiunge la difficoltà, da parte delle aziende e delle Cooperative nell’individuare eventuali commesse di lavoro. Queste ultime, infatti, vissute originariamente solo come attività per conto terzi da svolgere presso la cooperativa, sono incentrate quasi esclusivamente sull’assemblaggio semplice e il confezionamento, ciò che ha avuto un crollo verticale nell’ultimo decennio, dal momento che le aziende hanno delocalizzato la produzione, o si sono orientate verso l’acquisto di prodotti già assemblati e confezionati, provenienti dai mercati esteri, o ancora si sono indirizzate verso l’automazione dei processi. Solo in un secondo tempo le Cooperative hanno compreso che le attività potevano essere svolte anche in azienda, o interessare l’area dei servizi aziendali (pulizie, mense, gestione del verde ecc.), ai quali successivamente molte aziende hanno aggiunto azioni che rientravano nel welfare aziendale. Infatti, sono state affidate attività come il doposcuola per i figli, la custodia e la pulizia delle auto, il rifornimento di cibi biologici, la cura di pratiche private svolte da un incaricato e altro ancora.
Ultimamente, però, trovandomi nella situazione in cui alcune aziende non avevano nulla da affidare alla Cooperativa, ho suggerito di svolgere azioni a favore della comunità locale, come la gestione delle rotonde stradali, del verde pubblico, della pulizia e restauro dei monumenti, del trasporto scolastico degli alunni ecc.

Dopo quanto detto, ritengo certamente che le convenzioni da articolo 14 del Decreto 276/03 siano  uno strumento estremamente valido per favorire l’occupazione delle persone con disabilità disabili più deboli, e per offrire alle aziende uno strumento in più per assolvere agli obblighi di legge, ma sia le Cooperative che i Servizi devono imparare a comprendere e a rispettare i bisogni e le disponibilità delle singole aziende.
Nonostante tutto, però, l’attenzione a questo strumento sta crescendo e tutti i soggetti sociali interessati dovrebbero comprendere le opportunità da esso offerte: il Collocamento Disabili potrebbe collocare gli iscritti che giacciono da anni nei propri elenchi, le Cooperative Sociali beneficerebbero di commesse di lavoro, le aziende troverebbero un modo utile per ottemperare agli obblighi di legge, mentre le persone con disabilità complesse troverebbero una occupazione.
Ma per diffonderlo maggiormente, è necessario che ogni Regione, come previsto dalle norme in materia, provveda attraverso un’apposita convenzione quadro, e che i vari territori dispongano di mediatori competenti e disponibili a recarsi nelle aziende e a presidiare tutti i passaggi procedurali.
Sarebbe inoltre opportuno estendere queste convenzioni agli Enti Pubblici e stabilire linee guida e regole certe valide su tutto il territorio nazionale. Ma questo è pretendere troppo!

Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco (marino.botta@umana.it).

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