Una nuova società non potrà prescindere dal fattore umano

«Penso che una nuova società – scrive Antonio Giuseppe Malafarina – non possa prescindere dal fattore umano. E non dev’essere il punto d’arrivo, ma quello di partenza. Bisogna creare partendo dalla considerazione dell’uomo, dell’umanità per la quale bisogna produrre e con l’umanità di cui dotarsi per implementare i nostri servizi e i nostri manufatti. Questo può essere il fattore nuovo che modella la società nuova. Se la società di prima era arida e ci lamentavamo aspramente per questo, quella nuova deve essere florida di umanità»

Dipinto sull'amicizia di Eva Martinez Olalla

Dipinto sull’amicizia di Eva Martinez Olalla

È in corso il Festival dei Diritti Umani, sul tema Da vicino nessuno è disabile, evento online sicuramente da seguire [se ne legga anche in altra parte del nostro giornale, N.d.R.]. A me suggerisce pensieri a iosa, comincio.

L’ho detto e lo ripeto: se la società di prima non ci andava bene, abbiamo il dovere di cambiarla. Non è un dovere verso gli altri, uno di quei doveri che ci stanno stretti. Cioè, non è solo questo. È un dovere diretto a noi stessi. È un dovere-opportunità.
Cambiare è un’azione che dobbiamo alla nostra coerenza nell’ottica della disapprovazione che manifestavamo prima. In questo cambiamento le persone con disabilità non solo potrebbero avere nuove possibilità, ma potrebbero essere modelli fondamentali del cambiamento. Dobbiamo inglobare nel nostro avvenire il concetto di fattore umano.

La pandemia ci ha insegnato alcune cose. Balza all’occhio la capacità di stare vicini che abbiamo mostrato soprattutto nei primi tempi del fenomeno: ci sentivamo particolarmente uniti, legati da un’inspiegabile forza che partiva dalla consapevolezza di trovarci identici, tutti nella stessa condizione. Pareva un “nuovo risorgimento”. Inevitabilmente legati per una causa unitaria, di cui, per altro, non conoscevamo neppure bene l’orizzonte.
In quel momento, e per lungo tempo, siamo stati rinchiusi in casa, come avviene a molte persone con disabilità. Questo ci ha reso paritari. Facendo un passo più in là, direi che ci siamo ritrovati uniti nell’avere intorno a noi un mondo irraggiungibile. Tutto era barriera, come quasi tutto è barriera per molte persone con disabilità. L’ambiente ci era ostile, quantunque a portata di mano. Un popolo livellato nella comune inaccessibilità al di fuori del proprio habitat.

Il rischio latente è dimenticarsi di questa situazione egualitaria appena usciti di casa. È facile sentirsi uniti nel momento della lotta al comune nemico, quanto è difficile ritrovarci capaci di rispettare i diritti di tutti riacquisito il governo della società.
Voglio credere che non ci dimenticheremo di questi giorni, cioè del senso di parità assunto. Ma voglio superare la questione morale, perché la morale soccombe all’economia. Ovvero, questo succedeva nell’epoca vecchia e succederà ancora, io credo, se non abbracciamo una nuova mentalità. E per questo ci vorrà tempo. Poniamo, dunque, che per ora prevalgano le ragioni economiche.
Usciti dalla fase critica della pandemia, ci troviamo in una condizione economica difficile. Si devono fare i conti con una clientela imbrigliata dalle leggi del distanziamento sociale. Probabilmente avremo di fronte anche una clientela più critica. Avremo dinnanzi persone che pretendono maggiore attenzione e forte sarà l’esigenza di individuare nuove strategie commerciali.
Sappiamo che lavoreremo di più da casa e, secondo me, questo è quello che ci aspetta in un secolo futuro: una vita da casa dove si uscirà per esigenze dilettevoli. Intanto il lavoro a distanza toglie l’alibi a tante aziende sull’assunzione di persone con disabilità come elementi difficili da includere nel tessuto aziendale. Da casa si può lavorare, molte persone con disabilità sono abituate a farlo, e a farlo bene, quindi sarà lungimirante sfruttarne le risorse. Nel nuovo mondo incontaminato ci sia più lavoro per le persone con disabilità. La tecnologia ci ha mostrato che, alle dovute condizioni, non c’è gran differenza fra produttività della persona disabile e non. Se non altro basta mettere la persona giusta al posto giusto. L’esperto di isolamento e rapporti umani in rapporto con il fruitore in cerca di soluzioni personali.

Ma torniamo da vicino alle strategie commerciali: bisognerà ampliare il bacino della propria clientela. Molti clienti saranno andati persi, bisognerà recuperarli e puntare su altri. Ecco che spunta il cliente con disabilità. Rendere accessibili i propri spazi, virtuali e non, dovrà essere la regola. Con l’avvicinarsi, forzato, delle persone anziane al web, bisognerà considerare anche questo tipo di utenza, che avrà bisogno di siti e applicazioni di facile comprensione, accessibili e usabili.
Ma limitarsi a questo è irrisorio: bisognerà studiare servizi e prodotti concepiti per persone con disabilità, anche perché càpita a una larga fetta della popolazione di trovarsi in condizione di disabilità nella propria vita. Tutti potenziali clienti in più.
Tuttavia studiare prodotti su misura può essere limitativo. Giusto, ma migliorabile. Sarà bene studiare soluzioni quanto più aperte a tutti, dal turismo ai servizi a domicilio, dagli abiti al design.
C’è un aspetto che la chiusura ha messo particolarmente in luce: l’umanità. Umanità nella dimensione quantitativa e in quella qualitativa. In ambo i casi come fattore economico sul quale puntare, visto che l’aspetto economico risulta, almeno per ora, il più rilevante, come detto.
Sotto l’aspetto quantitativo, l’umanità è da intendersi come insieme di soggetti. In questa dimensione il virus ci ha riuniti in un’unica specie, riconducendoci alle nostre più remote origini. Se la nuova era sarà in grado di concepire l’umanità come ente unico costituito da singoli di cui massimamente rispettare prerogative, e gusti, avremo rifondato il futuro meglio di come era ridotto quello precedente. Innanzitutto perché inizieremo a considerarci gli uni gli altri veramente persone, nostri simili. In secondo luogo perché nella nuova globalizzazione che rispetta l’uomo in quanto tale, avremo maggiori possibilità di investimento. Puntando su prodotti e servizi predisposti a rispondere alle eventualità della persona, come il virus ci ha insegnato che dobbiamo fare, miglioreremo la nostra economia. Dovremo probabilmente investire di più, ma se il mercato lo richiede lo faremo.

Il termine umanità può essere considerato poi sotto il profilo qualitativo e qui esso si riferisce alla capacità dell’uomo di ritrovare i propri sentimenti umani.
Esiste la società dell’”uomo lupo a se stesso”, quella risolta dal patto sociale. La società per cui gli uomini sono uno in competizione con l’altro e solo la legge può indurre quella tolleranza che giova al comune sviluppo. Le società moderne si sono sviluppate così, quanto meno in Occidente. Bene, ritengo esista nell’uomo un’empatia in grado di consentirgli di trovare nell’altro la risposta al suo bisogno di sé. È quella caratteristica che ci porta all’altruismo, alla riserva etica, al rispondere alla difficoltà dandosi da fare quasi inspiegabilmente per reagire alla situazione che, magari, non ci riguarda.
Abbiamo tirato fuori questa umanità durante il periodo delle restrizioni. Abbiamo scoperto che nell’altro c’è un qualcosa che ci fa sentire in sintonia con lui. Abbiamo scoperto che fra noi c’è una dimensione inafferrabile, ma potente, che ci proietta gli uni negli altri. Su questo possiamo creare un avvenire diverso.

Le persone con disabilità sono state abbandonate dallo Stato. Sono state soccorse dalla benevolenza umana. Le persone con disabilità, soprattutto quelle gravi, si confrontano regolarmente con l’umanità altrui, qualche volta perché non la trovano, altre perché la incontrano. Come negli uffici pubblici di fronte al raro operatore buon samaritano, nei vicini che gli vanno a fare la spesa, nei parenti che si radunano attorno.
Penso che una nuova società non possa prescindere dal fattore umano. E non dev’essere il punto d’arrivo, ma quello di partenza. Bisogna creare partendo dalla considerazione dell’uomo, dell’umanità per la quale bisogna produrre e con l’umanità di cui dotarsi per implementare i nostri servizi e i nostri manufatti.
Questo può essere il fattore nuovo che modella la società nuova. Se la società di prima era arida e ci lamentavamo aspramente per questo, quella nuova deve essere florida di umanità. Continueremo ad avere a disposizione la tecnologia, ma essa dovrà essere progettata per inglobare il concetto di elemento a favore dell’uomo e l’uomo dovrà gestirla senza estraniarsi dai rapporti umani.
Solo un esempio, questo, fra i tanti possibili. Le persone con disabilità si relazionano prevalentemente con l’umanità, nel bene e nel male. Siano modello, non necessariamente unico, per la nuova umana società.

Il presente testo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Tutti disabili nella reclusione sociale, la nuova era investa sull’umanità”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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