Come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità

«La narrazione di sé quale strumento di presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità, per dimostrare che attraverso il confronto e la narrazione certe sensazioni ed esperienze ci accomunano, al di là delle differenze nel nostro modo di apparire»: così Zoe Rondini, pedagogista e donna con disabilità, sintetizza il senso di “Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità”, progetto che ha preso le mosse dal suo libro “Nata Viva” e che da anni la vede incontrare i bambini e i ragazzi delle scuole, ma anche gli studenti dell’università

Zoe Rondini con Radio Freccia Azzurra

Zoe Rondini incontra i bimbi e le bimbe del progetto pedagogico Radio Freccia Azzurra

Il progetto Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità prende le mosse dalla pubblicazione del mio romanzo di formazione e autobiografico Nata Viva (prima edizione aprile 2011). L’idea è nata grazie a Matteo Frasca, pedagogista che già lavorava in diverse scuole a Roma e provincia. Nel confrontarci è emerso che, dopo avere riscontrato un certo entusiasmo nel pubblico adulto, poteva essere una buona idea presentare il romanzo anche a bambini e adolescenti.
Molti capitoli del testo trattano l’età della formazione, in cui descrivo i giochi, le favole, i cartoni animati che mi facevano compagnia quando ero bambina. Il racconto rapsodico affronta anche i problemi scolastici incontrati, la solitudine, l’amicizia, il rapporto tra pari, le passioni: in particolare quella per la scrittura.
Capitolo dopo capitolo emerge una protagonista che con fatica cresce, diventa adolescente, si sente allo stesso tempo uguale e diversa dai compagni di classe che un po’ l’accettavano e un po’ la bullizzavano.

Con il tempo l’esperienza si è rafforzata e raffinata. Il metodo è semplice ed efficace: ai ragazzi narro degli episodi della mia vita: la nascita, la scuola, la famiglia e poi propongo le letture di alcuni brani in un’ottica di inclusione, del rispetto delle differenze. Negli incontri lascio spazio per le domande e sprono gli alunni a narrare i loro vissuti della scuola, il rapporto tra pari e con gli adulti, le loro paure e speranze.
Si tratta anche di un’occasione per favorire la comunicazione tra alunni e insegnanti. È sempre sorprendente, infatti, ascoltare episodi di vita dei ragazzi, speranze, vissuti, aspettative e criticità delle quali i professori non erano al corrente.
Fino ad oggi ho riscontrato molto entusiasmo, soprattutto nei ragazzi delle scuole medie: non sono più piccoli, ma non hanno ancora i timori degli adulti. Si lasciano coinvolgere dalla narrazione e sono realmente desiderosi di capire come ho percepito la mia “diversità”.
Mi sono rimaste impresse alcune delle domande più belle e coraggiose: «Zoe ti sei mai innamorata?». «Cosa provavi quando le tue compagne di classe e le insegnanti non ti volevano aiutare?». «Se non avessi avuto quel “cortocircuito” al momento della nascita, saresti stata comunque una scrittrice o pensi che avresti fatto un lavoro diverso?». «Nel brano dove racconti della tua nascita parli di tua madre e di tua nonna, ma tuo padre c’era e se era presente cosa faceva?». «Come hai fatto a raccontare la tua nascita? Ma tu te la ricordi?!». «Nei panni dei tuoi familiari cosa avresti fatto con una bambina disabile?».
In tutte le risposte ho cercato di dare risalto alle conquiste ottenute nelle diverse circostanze in cui mi sono ritrovata. Tali traguardi sono stati raggiunti grazie agli sforzi della mia famiglia, ma anche grazie al percorso di studi nel quale sono stata sostenuta fino al raggiungimento della laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione con specializzazione in Editoria e Scrittura. Nel corso degli incontri non ho nascosto ai giovani ascoltatori i miei brutti voti e la voglia di abbandonare la scuola, ma cerco sempre di trasmettere il valore della tenacia, che è fondamentale anche se si comprende a molti anni di distanza dalla loro età.

Zoe Rondini, "Nata viva", copertinaSono tanti gli interventi dei ragazzi che mi hanno colpita. Già dalle scuole medie i giovani hanno le idee chiare sul loro futuro: c’è chi vuole laurearsi in America, chi ambisce a diventare scienziato o viaggiare in tutto il mondo per fornire il proprio contributo alla risoluzione dei problemi climatici. Tanti, poi, vogliono diventare medici, psicologi, insegnanti, per aiutare i bambini e le loro famiglie. Sono sognatori, ma anche pragmatici e ben inseriti nella realtà in cui vivono, a differenza dei bambini della mia generazione che volavano un po’ di più con la fantasia e per i quali lo scontro con la realtà era spesso traumatico!
Mi è rimasta impressa un’alunna di seconda media che desiderava morire. Parlandole è emerso che per lei la morte era semplicemente un modo per ricongiungersi con lo zio, mancato da poco. Ho cercato di incoraggiarla dicendo che i nostri cari sono felici nell’assistere, anche se da lontano, alle nostre conquiste presenti e future e seguono il nostro percorso di crescita. Ricordo con tenerezza anche un’altra bambina che mi ha raccontato che il suo papà aveva un problema e ispirata dal mio esempio voleva scrivere un libro su di lui.

L’intento degli incontri è quello di stimolare la narrazione di sé quale strumento di presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Attraverso il confronto e la narrazione, infatti, si cerca di dimostrare che determinate sensazioni ed esperienze ci accomunano, al di là delle differenze nel nostro modo di apparire.
Agli alunni si cerca di trasmettere il messaggio che la “diversità” è negli occhi di chi guarda e che questa può rappresentare una risorsa, come affermato dal pedagogista russo Anton Semenovyč Makarenko. L’ambizione del progetto è quella di seminare nei ragazzi la voglia di esplorare la diversità, appassionarsi a nuove narrazioni e aumentare la consapevolezza del sé e del cyberspazio nel quale si trovano sempre di più ad interagire, al fine di essere più empatici e curiosi. A tale scopo si cerca di rafforzare la capacità di narrare i propri vissuti al fine di esplorare i propri limiti, ma anche le proprie potenzialità.

Nell’àmbito della psicologia, si è posta molta attenzione all’utilità dei ricordi autobiografici: le caratteristiche di autoconoscenza di tali ricordi contribuirebbero alla percezione di coerenza personale e di un senso di sé nel tempo.
Lo psicologo Bauer affermava che «la capacità di narrare, intesa come funzione mentale, è fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e per attribuire significati all’esperienza umana». È inoltre ormai assodato che la narrazione del sé sta dando esiti positivi nei bambini, ma anche negli adulti dei reparti oncologici.
In fondo, parlare di Nata viva è stato solo il pretesto per aiutare gli altri a raccontare le proprie speranze e le difficoltà.

Ad oggi il progetto è stato ripetuto nelle scuole primarie e secondarie e anche presso le Università la Sapienza e LUMSA di Roma, dove ogni anno tengo una lezione conclusiva del Master di Neuropsicologia dell’Età Evolutiva.
I contenuti, la metodica e la durata dell’incontro variano in base all’età degli studenti. Con le classi elementari e medie mi focalizzo sul contrasto al bullismo e al cyberbullismo, mentre per gli studenti del Corso di Laurea in Pedagogia della Sapienza e del Master di Neuropsicologia dell’Età Evolutiva della LUMSA, il mio intervento è utile per capire cosa succede a un bambino con disabilità e alla famiglia, durante un percorso riabilitativo o semplicemente durante l’apprendimento.
Ricordo uno studente del Master che, a conclusione della lezione, mi ha detto: «Non avevo mai pensato a quanto l’aspetto psicologico della terapia riabilitativa potesse incidere sul bambino e sul nucleo familiare, d’ora in avanti ci presterò più attenzione perché non è un fattore di poca importanza».

Firme di bambini e bambine per Zoe Rondini

Le firme dei bambini e delle bambine incontrati da Zoe Rondini in una scuola di Roma

Grazie agli incontri nelle scuole, sono stata anche intervistata dai bambini di Radio Freccia Azzurra, un progetto pedagogico rivoluzionario e innovativo realizzato da Matteo Frasca con il sostegno della sua Associazione Matura Infanzia e il Circolo Gianni Rodari ONLUS.
I piccoli speaker erano già informati su chi fossi e cosa facessi. Matteo aveva già parlato loro di me, del romanzo e aveva proiettato il cortometraggio Nata viva, ispirato al romanzo stesso e che ne costituisce un sequel. Il giorno dell’intervista, al mio arrivo era tutto pronto: il microfono, le domande, lo speaker, il coro e perfino la pubblicità; tutto realizzato e condotto dai bambini. Ero emozionata e divertita nel rispondere alle loro domande.

Negli ultimi anni ho ripetuto il progetto senza Matteo Frasca, perché impegnato con nuove iniziative e progetti di vita. Una tappa importante è stato l’incontro con le classi quinte elementari e medie della Scuola Di Donato di Roma, realtà scolastica unica nella Capitale per l’impegno sociale e l’inclusione tra i bambini e i ragazzi di diverse etnie. È stato un incontro diverso dagli altri, con il professore di Arte che ha introdotto il mio intervento con un’interessante lezione su teatro, artisti, barriere e diversità.
Nella seconda parte Emilia Martinelli dell’Associazione Fuori conTesto, nonché amica e membro del Comitato Genitori della Scuola Di Donato, ha letto dei brani e insieme abbiamo stimolato il racconto in una classe molto ricca e multietnica. Quanta empatia con gli adolescenti che si sentono inadeguati, ma che allo stesso tempo vorrebbero cambiare questo strano mondo!
Durante l’anno scolastico 2018-2019, la Di Donato mi ha invitata a ripetere l’incontro, con altre quinte elementari e medie.

Spero dunque che l’entusiasmo dimostrato dagli studenti incontrati finora nei confronti di una persona e delle storie nuove li accompagni nella crescita e che possano continuare ad esplorare la diversità e ad appassionarsi a nuove narrazioni, perché «la diversità può rappresentare una risorsa», come affermava il già citato Makarenko.
Rispetto poi al futuro del progetto, mi piacerebbe contribuire a formare chi lavora nelle scuole, nelle case-famiglia, nelle carceri, negli ospedali sul valore terapeutico della narrazione di sé e sulla prevenzione del bullismo e delle discriminazioni. Mi sento sufficientemente preparata a farlo crescere a livello professionale in presenza o con la didattica a distanza. Al momento non sono mancate le occasioni per spiegare la metodologia in diversi convegni importanti.

Pedagogista e curatrice del portale “Piccolo Genio.it”, nel quale il presente contributo è già apparso e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. È autrice del libro “Nata Viva” (prima edizione 2011, Società Editrice Dante Alighieri).

Le scuole che dal 2012 al 2020 hanno aderito anche più volte al progetto Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità sono state: Istituto Comprensivo Nitti di Roma (classi III E, III D e IA); Liceo Scientifico Giovanni Keplero di Roma (classe II G); Liceo Scientifico Plinio Seniore di Roma (cinque classi); Istituto Comprensivo Campagnano di Campagnano (Roma) (sette classi di seconda e sette classi di terza media; cinque classi di quinta elementare);Plesso Piazza Capri a Montesacro, Roma (classe quinta elementare); Scuola Federico Di Donato di Roma (classe quinta A e B delle elementari e prima media, sezioni A e B).
Inoltre: Facoltà di Scienze dell’Educazione e della Formazione dell’Università la Sapienza di Roma (Corso di Pedagogia Generale, professor Nicola Siciliani De Cumis); Master di Neuropsicologia dell’Età Evolutiva dell’Università LUMSA di Roma (luglio 2017, 2018 e 2019).
Per approfondire ulteriormente: Zoe a Radio Freccia Azzurra (a questo link); Lezione per il Master della LUMSA (a questo link); Convegno Erickson dell’8 marzo 2019 Sono adulto! Disabilità diritto alla scelta e progetto di vita (a questo link).

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