La riforma dei servizi sociali ha vent’anni, ma in Sicilia se ne sa ancora poco

È sostanzialmente questo, secondo l’ANFFAS di Modica, in provincia di Ragusa, il problema principale, ovvero il fatto che anziché rifarsi alla Legge 328/00, che riformò i servizi sociali, «in Sicilia si preferisce continuare ad emanare Linee Guida, poi interpretate in modo diverso dai vari Distretti Socio-Sanitari». E da questo, sempre secondo l’ANFFAS modicana, ricade anche l’attuale problema della “zona grigia” in cui si trovano tante realtà del Terzo Settore nell’Isola, che ancora si chiedono se e quando potranno riaprire i propri centri

Realizzazione grafica elaborata dall'ANFFAS di Modica, dedicata alla Legge 328/00

Una realizzazione grafica elaborata dall’ANFFAS di Modica, dedicata alla Legge 328/00

«Qual è lo stato dell’arte del sistema degli interventi e dei servizi sociali in Sicilia? La domanda si impone in considerazione del fatto che la Legge Quadro chiamata a disciplinare il settore, l’ormai “famosa” Legge 328/00, ha compiuto vent’anni, ma nella nostra Regione, diversamente da quanto avvenuto nel resto d’Italia, al posto dello strumento legislativo si preferisce continuare ad emanare Linee Guida»: lo si legge in una nota diffusa dall’ANFFAS di Modica (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Sociale), in provincia di Ragusa, che si sofferma poi su quello che viene considerato il problema principale, ovvero sul fatto che «dei 55 Distretti Socio-Sanitari siciliani è difficile trovarne due che interpretino le medesime Linee Guida allo stesso modo. Lo si è visto, ad esempio, con la Legge 112/16, meglio nota come “Legge sul Dopo di Noi” o “sul Durante e Dopo di Noi”, chiamata a tutelare le persone con disabilità prive di adeguato sostegno familiare, rispetto alla quale cui ogni Distretto ha interpretato in modo diverso le Linee Guida regionali chiamate a disciplinare quali progetti tra quelli proposti fossero finanziabili e quali no».
Per altro, secondo l’Associazione modicana, vi è anche un esempio “virtuoso”, quello «dato Dal Distretto Socio-Sanitario che ha Ragusa come capofila, in cui la Presidenza viene assegnata ad ogni Piano di Zona a turnazione tra i vari Comuni che lo compongono».

Ma quella segnalata, secondo l’ANFFAS di Modica, non è l’unica criticità: infatti, prosegue la nota, «l’impressione è che la tanto auspicata integrazione tra sociale e sanitario che si sarebbe dovuta realizzare con la Legge 328/00 sia, nei fatti, fallita. L’Assessorato alla Sanità non può non interfacciarsi con quello alla Famiglia, altrimenti uno sbilanciamento tra le due componenti è inevitabile. Lo si è visto bene durante l’emergenza Covid con le disposizioni impartite sulla riapertura dei centri, senza tenere conto che in Sicilia le realtà del Terzo Settore sono molto variegate, e non tutte ricomprese nelle previsioni del Governo Regionale. Si pensi, ad esempio, ai tanti centri finanziati con fondi della Legge 328/00, ma non iscritti all’Albo dei Centri Diurni, previsto dalla Legge Regionale 22/86 (articolo 26)».
Tale questione, lo ricordiamo, era già stata denunciata recentemente anche sulle nostre pagine da Giuseppe Giardina, presidente dell’ANFFAS Sicilia, nell’articolo intitolato La Sanità e il Sociale della Sicilia ancora non si parlano.
Rivolgendosi quindi direttamente alla propria Amministrazione Comunale, l’ANFFAS di Modica chiede «di istituire, a norma dell’articolo 27 della citata Legge Regionale 22/86, un Albo dei privati che gestiscono strutture diurne o residenziali all’infuori di convenzioni con Enti Locali, come già è stato fatto a Ragusa ma che, come strumento, non ha ancora adottato nessuno dei Comuni del nostro Distretto. L’iscrizione a questo Albo ci permetterebbe di uscire dalla “zona grigia” in cui attualmente si trova non solo la nostra Associazione, ma anche tante altre realtà del Terzo Settore nell’Isola che ancora oggi si chiedono se e quando potranno riaprire». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@anffasmodica.it.

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