Assistenti all’autonomia e alla comunicazione: una voce dalla Cooperative

«Sono in gran parte giuste – scrive Gian Luigi Bettoli della Lega Coopsociali del Friuli Venezia Giulia – le critiche e i problemi sottolineati su queste stesse pagine dal CONAS (Coordinamento Nazionale Assistenti Scolastici), specie sulla questione della precarietà degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione. In qualche realtà, per altro, come in Friuli Venezia Giulia, si è riusciti a ottenere qualche buon risultato, quasi esclusivamente ad opera delle Cooperative Sociali e delle loro Associazioni. Per questo mi permetto di criticare il “pregiudizio” espresso verso le Cooperative»

Educatore professionale sociopedagogico al lavoro con un bimbo

Un educatore professionale sociopedagogico al lavoro con un bimbo

Sono in gran parte giuste le critiche e i problemi sottolineati nel testo Assistenti all’autonomia e alla comunicazione: essenziali, ma ignorati, pubblicato da «Superando.it» a firma del nascente CONAS (Coordinamento Nazionale Assistenti Scolastici), soprattutto per quanto riguarda la questione della precarietà degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione.
In qualche realtà, per altro, si è riusciti a dare qualche risposta, almeno parzialmente. In Friuli Venezia Giulia, ad esempio, dove quella figura è nata già negli Anni Ottanta e quindi ben prima della Legge 104/92, si è operato per qualificare e rafforzare il servizio, ottenendo alcuni risultati. Protagoniste di questa azione positiva sono state soprattutto – anzi, quasi esclusivamente – le Cooperative Sociali e le loro Associazioni.

E qui mi permetto di criticare il “pregiudizio” espresso dal CONAS verso le Cooperative, alimentato anche da riferimenti economici, tipici di chi sembra non saper/voler leggere una busta paga, che poi è mestiere sempre più raro, quello di un sindacalista vero.
Non deve stupire nessuno che la paga netta sia più della metà del costo fatturato agli Enti, poiché ad essa va aggiunta la tassazione, quantificabile grossolanamente così: +23/27%; l’INPS + 33%; l’INAIL più o meno 1%, a seconda del tipo di servizio; le ferie, le festività, il TFR, la tredicesima (+ 8,33%, + 5%, +8,33%, + 8,33%). Poi, semplicemente per le spese amministrative che permettano di assumere una persona (paghe, fatture, adempimenti vari) va aggiunto un 6%; quindi le spese per mantenere la struttura (un ufficio, le forniture energetiche, la carta, la fotocopiatrice, i mobili… e ancora gli impiegati negli uffici, la supervisione e la formazione professionale, le manutenzioni…): diciamo almeno un altro 10%? E infine l’IVA, che in questi servizi dovrebbe essere limitata al 5% per le Cooperative Sociali, ma che sale al 10% per le pulizie e al 22% per i servizi di mensa. Siamo quindi già arrivati al 210% … ma, appunto, il mio è solo un conto sulla carta da salumaio.

In sintesi, prima di proseguire con l’esperienza friulana – che vale quel che vale, ma che è quella del luogo dove la Cooperazione Sociale è nata in Italia, grazie alla rivoluzionaria esperienza di Franco Basaglia – ammetto che anch’io sono per il ripristino della gestione pubblica del welfare. Salvo poi voler essere realistico, e ritenere che ci basterebbe riuscire nuovamente a garantire la pubblicità e gratuità dell’intero sistema scolastico e di quello sanitario, e approfittare di una relazione virtuosa nei servizi sociali e di integrazione lavorativa, tra un Terzo Settore che quei servizi ha in gran parte realizzato, e una Pubblica Amministrazione che arranca.

Veniamo quindi ai problemi concreti, a partire da quello dell’orario. Quando abbiamo iniziato (e so che altrove succede ancor oggi), si pretendeva che assumessimo persone per 15/30 minuti per accompagnare il bambino a scuola, 15 minuti per accompagnarlo al bagno a ricreazione, e 15/30 minuti per riportarlo a casa. Oppure ci si chiedeva di seguire 3/4 ore oggi in una valle alpina, altrettante domani in un’altra, e dopodomani in un’altra ancora, salvo poi riprendere il giro nella seconda parte della settimana. E poi le assistenti sociali protestavano, perché non trovavano il personale! Che abbiamo fatto? Abbiamo brandito il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro con i suoi orari minimi, ci siamo rifiutati di accettare tutto, e abbiamo consolidato almeno dei part-time decenti. Con una motivazione: la funzione educativa, mica eravamo bidelli specializzati!

E qui emerge il problema della qualifica. Negli Anni Ottanta abbiamo sostituito il personale generico che ereditavamo dal precariato degli Enti Pubblici (a proposito: anche il precariato è una condizione tipica del pubblico, cerchiamo di non immaginarci una Pubblica Amministrazione “esemplare” che non c’è mai stata), innanzitutto con personale in possesso del diploma magistrale, e poi di educatore, quando si è chiesta la laurea (che però le università non hanno prodotto in numero adeguato, causa l’infausto “numero chiuso”). Non a caso, in questi ultimissimi anni, dopo la cosiddetta “Legge Iori” [“Disciplina delle professioni di educatore professionale socio-pedagogico, educatore professionale socio-sanitario e pedagogista”, N.d.R.], abbiamo cercato di regolarizzare al massimo il personale “privo di titolo”, superando il caos precedente con l’ottenimento della qualifica di “educatore professionale sociopedagogico” per anzianità e/o con i corsi universitari speciali da 60 Crediti Formativi.
Per capire la dimensione del problema: in una regione con 13.000 cooperatori sociali (complessivamente), hanno finora frequentato i corsi universitari speciali almeno 1.300 colleghe/i; oltre a questi, ci sono sicuramente quelli, più anziani, che hanno ottenuto la qualifica solo per anzianità.

Correlata a questo ragionamento, c’è la questione della riunificazione delle figure del lavoro sociale. C’è un proliferare di figure, lauree, diplomi, spesso autoprodotti dal sistema della formazione professionale per proprie esigenze riproduttive, che crea una confusione indescrivibile, e divide i lavoratori sociali. È necessario dunque puntare alla ricucitura delle varie qualifiche, per esempio pensando ad una sola figura educativa, che riunifichi gli educatori professionali sociopedagogici, quelli sociosanitari, gli educatori professionali 0-6, i tecnici della riabilitazione psichiatrica e i terapisti occupazionali, sanando le posizioni delle decine di titoli regionali e locali. E ciò, secondo me, vale anche per le rappresentanze: non solo quelle dell’infinità di Associazioni che sorgono ovunque, contenendo in sé, se non sono capaci di evolversi, il tarlo del corporativismo, ma anche per il sindacato, che in Italia vede ancora separati i servizi pubblici da quelli privati (negli Stati Uniti e in Germania sono già oltre, per loro fortuna).

La qualificazione e la ricomposizione delle figure professionali sono elementi fondamentali per garantire la possibilità di offrire al personale sia una mobilità orizzontale (sommando i servizi scolastici con altri servizi educativi e riabilitativi) che una mobilità verticale, permettendo una ricollocazione in altri servizi con maggiore orario e possibilità di sviluppo professionale. Non solo: è anche la base per contrattare con i servizi pubblici interventi integrativi: a tal proposito, in alcuni Ambiti Distrettuali siamo riusciti ad ottenere anche la retribuzione delle ore di équipe e delle giornate di assenza, anche se questa non è ancora una conquista generalizzata.

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