Familiari nelle residenze e riapertura centri diurni: non si può più attendere

Oggi stesso avevamo accolto una protesta proveniente dalla Toscana con la quale ci si chiedeva perché i centri diurni e le attività di socializzazione che coinvolgono le persone con disabilità dovessero rimettersi in moto per ultimi. Nelle Marche, a quanto pare, la situazione è la stessa, allargata inoltre alle visite dei familiari presso le residenze sociali e sociosanitarie, sostanzialmente bloccate, nonché agli interventi domiciliari, che stentano anch’essi a riattivarsi compiutamente. «Arrivati a fine giugno – scrivono dal Gruppo Solidarietà – tutto ciò non è più accettabile»

Dito puntato di un uomo«Negli ultimi giorni – si legge in una nota diffusa dall’organizzazione delle Marche Gruppo Solidarietà – si sono intensificate le richieste da parte di familiari di persone ricoverate presso residenze sociali e sociosanitarie (oltre 12.000 persone), che chiedono di poter riprendere le visite ai loro parenti sospese dai primi di marzo, e le sollecitazioni sui tempi di riapertura dei centri diurni (che accolgono oltre 2.000 persone). Inoltre, in alcuni territori regionali, a fatica, ancora oggi stanno ripartendo i servizi domiciliari (educativi e di assistenza). Si tratta di una situazione che arrivati a fine giugno non più accettabile».

Per quanto riguarda le visite dei familiari, il Gruppo Solidarietà sottolinea che «a poco meno di venti giorni dalla relativa Delibera di Giunta Regionale 685/20, la situazione permane sostanzialmente bloccata e in pochissime situazioni le strutture hanno disciplinato nuove modalità di visita. La norma regionale, per altro, non ha stabilito tali modalità, ma ha demandato all’Azienda Sanitaria la definizione di protocolli per l’accesso. Ha inoltre disposto che “la direzione di ogni struttura può autorizzare la visita nei casi necessari”. L’effetto di tale disposizioni, con responsabilità non ben definite, ha come conseguenza il sostanziale blocco delle visite, una situazione che di giorno in giorno, con la riapertura di ogni tipo di attività, diventa sempre più ingiusta e intollerabile».

Per quanto concerne invece la riattivazione dei centri diurni, chiusi dal 10 marzo a circa quaranta giorni dalle disposizioni regionali che ne hanno disciplinato le modalità (Delibera di Giunta Regionale 600/20) «nella stragrande maggioranza dei casi – informa l’organizzazione marchigiana – i servizi non sono stati riattivati, cosicché le famiglie, di settimana in settimana, a quasi quattro mesi dal blocco, attendono comunicazioni chiare da parte dei titolari dei servizi, per conoscere data e modalità di riavvio».

«Ricordando infine che in alcuni territori regionali anche gli interventi domiciliari stentano a riattivarsi in maniera compiuta – concludono dal Gruppo Solidarietà – è urgente che la Regione Marche intervenga rapidamente sulle diverse questioni sopra indicate, in particolare, rispetto alla riapertura delle strutture per consentire le visite ai familiari, disciplinando le regole di accesso in situazione di sicurezza, senza ulteriori dilazioni. Il permanere di tale situazione, infatti, induce a pensare che si sia in presenza di scelte motivate non dalla tutela della salute, quanto dalla dimenticanza e dalla sottovalutazione di persone, che evidentemente non risultano contare più di tanto».

Proprio nella mattinata di oggi, vale la pena ricordare, le nostre pagine avevano accolto in altra sede la protesta analoga riguardante la Toscana, a firma di Massimiliano Frascino, che esordiva così nel testo intitolato Dovremo scendere in piazza per fare riapire i centri diurni?: «C’è un motivo per cui in Toscana – ma il problema è di tutta l’Italia – i centri diurni e le attività di socializzazione che coinvolgono le persone con disabilità debbano rimettersi in moto per buoni ultimi?». A quanto pare anche nelle Marche la situazione è la stessa. E altrove? (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: grusol@grusol.it.

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