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Riaprano le comunità alloggio e i gruppi appartamento

Persone con disabilità residenti in un gruppo appartamento

Persone con disabilità residenti in un gruppo appartamento

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) dell’11 giugno ha riaperto tutto. O quasi. Le sale Bingo, i cinema, i teatri, le competizioni sportive, i centri benessere, i bar, i ristoranti. Il business riapre, senza particolari difficoltà, mentre «L’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (RSA), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che è tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione» (articolo 1, comma 1, sub bb del DPCM dell’11 giugno 2020).

Queste disposizioni erano state previste già dal Decreto del Presidente del Consiglio del 26 aprile, prorogate da quello del 17 maggio e poi ancora da quello citato dell’11 giugno: un identico copia/incolla, mentre nel frattempo dalla fase 1 si è passati alla fase 3 della gestione dell’epidemia.
Tutto rimandato, tutto chiuso indistintamente, per persone giovani e adulte con disabilità intellettiva e/o autismo, senza per altro distinguere tra le piccole comunità familiari e le RSA per anziani malati e non autosufficienti. È invece urgente, in vista della scadenza del Decreto, fissata al 14 luglio, tenere conto, nei prossimi atti normativi, che nelle succitate comunità alloggio, aventi piccole dimensioni (8/10 utenti) e a carattere “familiare”, vivono persone giovani/adulte aventi caratteristiche ed esigenze spesso molto diverse da quelle degli anziani nelle RSA, in genere ultraottantenni, malati cronici non autosufficienti con, mediamente, tre o più patologie anche gravi (come, finalmente, emerso in questa emergenza di coronavirus), ricoverati e allettati.
Si ricorda, difatti, che buona parte di dette persone con disabilità, pur avendo una carenza di salute (sindrome di Down, insufficienza mentale, esiti da encefaliti, impossibilità a deambulare ecc.), non hanno in genere patologie in atto e vivono nei servizi residenziali soprattutto per il fatto di non poter più contare su di un àmbito domiciliare familiare idoneo dove vivere.
La loro esigenza preminente è ora quella di riprendere le normali attività nel territorio urbano in cui sono inseriti, in base alle loro autonomie, la periodica frequentazione dei familiari, il ritorno a casa laddove possibile, la partecipazione alla vita sociale, senza discriminazioni, nel rispetto della necessità e del diritto all’integrazione, per altro secondo il loro Progetto Educativo Individuale.

Ci appelliamo dunque al Presidente del Consiglio Conte, che ha mostrato sensibilità sul tema anche avocando a sé le deleghe sulla disabilità, perché, in considerazione di quanto sopra esposto, regolamenti la riapertura delle piccole strutture socio-sanitarie residenziali per le persone con disabilità intellettiva e autismo, in modo che vi sia un corretto bilanciamento tra la tutela della loro salute e la necessità di riprendere la loro libertà, quel diritto che hanno ripreso tutti i cittadini, senza continuare a penalizzarli ed isolarli ulteriormente.

L’UTIM di Torino è l’Unione per la Tutela delle Persone con Disabilità Intellettiva; l’Associazione Luce per l’Autismo ha pure sede a Torino.