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In piscina, ma solo se accompagnata da qualcuno!

Dentro un labirinto un omino ne sorregge un altro che scruta fuori dal labirinto stessoDa più di dieci anni passo volentieri un periodo delle vacanze estive in un paese della Toscana da una mia parente, Ali.
Da sempre ritengo questa Regione un esempio di ospitalità e accoglienza per tutti, anche per me. Nella località dove mi reco mi conoscono un po’ tutti. I miei amici si sono accorti dell’accoglienza e dell’ospitalità nei miei confronti di tutto il paese.
Le giornate più calde le ho trascorse sempre in piscina, tra decine di vasche e collegandomi a internet con il mio portatile. Mi piace starci da sola, parlare con i turisti, i dipendenti, i proprietari.
Amo nuotare, è il mio sport ideale: in assenza di peso mi muovo in modo fluido, inoltre ho fatto tanti corsi per imparare e perfezionare i diversi stili. Piccole cose che mi fanno sentire autonoma e accettata. Fin qui nulla di strano, si dirà: un bell’esempio d’integrazione.

Purtroppo tutto d’un tratto sono cambiate le cose: qualche tempo fa, in un giorno come tanti, ero a tavola al bar della piscina, c’era un cameriere nuovo, chiedo il solito piatto di pomodori, ma intuisco che il nuovo personale non è abituato alla mia presenza, mi servono lentamente.
Mentre mangio senza chiedere aiuto, al tavolo accanto a me uno dei titolari, che ha un’età avanzata, dice, come se io non capissi, «non può stare abbandonata qui tutto il giorno». Attonita e un po’ timida faccio finta di nulla.
Quando una persona viene a riprendermi, un altro titolare più giovane dice: «Non la potete lasciare da noi sola tutto il giorno, lo dica a chi la ospita». Infuriata provo a difendermi, ma piove, c’è rumore attorno, lui non mi ascolta… e così salgo in macchina per tonare a casa di chi è quasi una nonna per me. Chi era incaricata di riferire lo ha fatto.

La sera, molto arrabbiata e incredula, convengo con Ali che il giorno dopo sarei andata a parlare con il titolare. Lei mi accompagna, ma sono io a spiegare le mie ragioni all’uomo che invece non era stato diretto con me: «Sono sempre stata in piscina da sola – gli dico -, lei mi conosce da anni, era gentile come i vecchi baristi, mi custodiva il computer, ora che succede?». «Sono cambiate le regole, non puoi stare qui da sola. Se cadi i turisti si impressionano». «Se cado mi rialzo da sola – spiego -, come faccio dall’età di cinque anni; non sono cambiate le regole, ma il suo personale, il bagnino non mi vuole dare un braccio dalla piscina al bar e il barista si scoccia a tagliare, in caso, due pomodori». «Non paghi il lettino, ma non puoi stare qui da sola, questo è quanto». «Preferisco pagare come tutti ed essere trattata come gli altri anni». «Non si può! Devi essere accompagnata da qualcuno», replica stizzito, senza fornire alcuna spiegazione, prima di tornare velocemente al bar.

Insieme ad altre persone cerchiamo il “regolamento cambiato” citato dal proprietario, ma non ve n’è traccia… Immagino una regola scritta così: «In questa struttura accettiamo persone con disabilità, ma solo se con accompagnatore». Ottima pubblicità per attirare più clientela, che negli anni si è già drasticamente ridotta!
L’unica cosa da fare a quel punto è o rimanere a casa nel piccolo paese, o andare in piscina con Ali, che ha ottantaquattro anni…

Evviva l’integrazione e i pari diritti per tutti! Sono maggiorenne, ho la patente di guida, per mia fortuna scrivo, racconto, ho una laurea di cinque anni, eppure in tanti, dalla scuola in poi, mi hanno creato ulteriori ostacoli.
Come sarebbe andata la vicenda se al mio posto ci fosse stata una persona non perfettamente in grado di capire, di difendersi o di chiedere aiuto? Forse è proprio questo che ha sempre messo gli altri in difficoltà nel rapportarsi con me, il fatto che riesca ad argomentare, pensare e scrivere.
Un tempo i disabili vivevano a casa e frequentavano “classi speciali”, ma oggi l’integrazione e il riconoscere le capacità, i limiti (i miei non li ho mai negati o nascosti…), le peculiarità, i talenti e la diversità di ognuno è un fatto reale e per tutti oppure bisogna sperare di avere un po’ di fortuna?

E pensare che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità si esprime chiaramente in merito alle discriminazioni, illustrandole così: «Discriminazione sulla base della disabilità indica qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia lo scopo o l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale, civile o in qualsiasi altro campo. Essa include ogni forma di discriminazione, compreso il rifiuto di un accomodamento ragionevole».
La Convenzione riporta anche il concetto di “accomodamento ragionevole”, spiegandolo: «L’accomodamento ragionevole è il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa».
Bei principi che non sempre, però, sono conosciuti e rispettati. Mi viene in mente una frase di Emanuela Breda che mi sembra adatta al caso: «Ogni essere umano è unico: rispettarne la diversità equivale a difendere la propria e l’altrui libertà».

L’intento di questo mio scritto non è quello di “denunciare”, ma tentare di tutelare la libertà e l’autonomia di molti, cercando, nel mio piccolo, di contribuire al diffondersi di una cultura che tenga conto delle specifiche diversità degli individui, non trattandole come problematiche bensì inglobandole nella quotidianità.
Spero che quello che è successo a me non capiti ad altri e che l’accoglienza, la quiete, le tante eccellenze di tutta la Toscana rimangano tali per tutti, senza inutili distinzioni.

Pedagogista e curatrice del portale “Piccolo Genio.it”. È autrice del libro “Nata Viva” (prima edizione 2011, Società Editrice Dante Alighieri).