La Federazione Disability Management si concentra sull’inclusione lavorativa

Si concentrano prevalentemente sull’inclusione delle persone con disabilità nel settore lavorativo, gli obiettivi della FEDMAN, la Federazione Disability Management che in questi mesi di lockdown ha spostato le proprie attività online. Andiamo dunque a conoscere meglio questa Associazione, nata recentemente e composta da un gruppo variegato di professionisti partiti da una formazione diversa, oltreché da differenti esperienze professionali, i quali hanno deciso di metterle a fattor comune, unendo le competenze, per risolvere problematiche diverse nel mondo istituzionale, sociale e aziendale

Realizzazione grafica con un omino che inserisce un pezzo rosso in un puzzle di pezzi bianchiNata formalmente circa un anno fa, l’Associazione FEDMAN, ovvero Federazione Disability Management, si è attivata in questi mesi di lockdown spostando le proprie attività online. I soci fondatori sono una quarantina, la maggior parte dei quali ha frequentato, dal novembre del 2018 al marzo del 2019, un Corso di Alta Formazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, conseguendo la certificazione di disability manager.
«A tal proposito – preme precisare ai portavoce dell’Associazione – in diverse città italiane sono stati erogati anche altri corsi, master e specializzazioni universitarie, tutti validi ed equipollenti sia come contenuti che come personale docente, ma va sottolineato che al momento la certificazione viene rilasciata solo nella Regione Lombardia, ai sensi del Decreto Dirigenziale n. 2922 del 1° marzo 2018, che ha inserito il profilo e le competenze del disability manager nel “quadro regionale degli standard professionali”».

Perché avete pensato di fondare un’Associazione?
«Tra i principali motivi, quello di essere un gruppo variegato di professionisti partiti da una formazione diversa e da differenti esperienze professionali, che hanno deciso di metterle a fattor comune, unendo le competenze, per offrire consulenze complete e in grado di risolvere problematiche diverse nel mondo istituzionale, sociale e aziendale. Le nostre competenze sono tante e ognuno di noi può contribuire per una specificità di tematiche: ci sono infatti avvocati, architetti, sociologi, psicologi, insegnanti, riabilitatori, esperti di tecnologie assistive, di accessibilità digitale, di diversity, di inserimento lavorativo ecc.».

Questi ultimi mesi sono stati segnatamente sconvolti dalla pandemia da coronavirus, ma nonostante questo la FEDMAN ha proseguito ugualmente con le proprie attività…
«Sì, abbiamo infatti convertito la nostra progettualità sul digitale, riorganizzando l’attività in incontri online e realizzando un portale, in cui, per ognuna delle competenze, si inseriranno via via delle pillole formative e informative, sui diversi aspetti di cui un disability manager può e deve occuparsi. Si tratta di brevi video, accessibili, sottotitolati e tradotti in LIS, da potere appunto vedere, ascoltare e leggere sul nostro portale e che saranno man mano integrati nel tempo: un lavoro cosiddetto “work in progress”, per il quale il periodo del lockdown ha stimolato nuovi spunti utili ad affrontare insieme una serie di aspetti, di problematiche sorte per le persone con disabilità in àmbito lavorativo, sociale, culturale, psicologico e tecnologico, per i quali un disability manager può risultare una figura di riferimento, specie in un periodo complesso di emergenza, come quello che stiamo vivendo».

Forse può essere utile chiarire una volta ancora dove e in che modo può operare un disability manager.
«In Italia, a differenza che nei Paesi anglosassoni, non abbiamo una definizione univoca di questa figura  professionale, poiché i campi e gli interessi che la coinvolgono sono vastissimi.
In generale un disability manager opera sia negli Enti pubblici che nelle Aziende private, nonché a livello istituzionale. La “mission” della FEDMAN si concentra prevalentemente nell’inclusione delle persone con disabilità nel settore lavorativo. In tale àmbito, dunque, il disability manager, affiancando la gestione delle risorse umane, ha il compito di trovare le modalità per trasformare “da obbligo a risorsa” l’inserimento e quindi l’inclusione delle persone con disabilità (previsti dalla Legge 68/99 [“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, N.d.R.]). Ciò si realizza valorizzando le capacità lavorative e le qualità della persona, scegliendo insieme le postazioni di lavoro e gli strumenti più adatti e idonei al singolo lavoratore, monitorandone nel tempo l’accessibilità e l’usabilità, in modo che ognuno diventi parte attiva e costituisca un punto di forza produttivo.
La novità di questa figura professionale è di monitorare nel tempo i cambiamenti delle condizioni lavorative e sanitarie di tutto il personale aziendale, considerando la possibilità che con l’età subentrino nuove problematiche legate a patologie croniche, malattie oncologiche, non necessariamente delle vere e proprie disabilità, che possono causare ripetute assenze dal lavoro per terapeutici, pratici e organizzativi».

Ma concretamente cosa può fare un disability manager?
«Il compito certamente non è non facile, dovendo il disability manager interagire tra la direzione del personale, i lavoratori e i sindacati. Egli deve quindi far comprendere che la disabilità non è intrinseca del soggetto, ma del contesto in cui si muove la persona con disabilità, e in merito all’inclusione è necessario applicare tutti i possibili “accomodamenti ragionevoli”, come sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, Legge del nostro Stato dal 2009 [Legge 18/09, N.d.R.]. Può proporre inoltre flessibilità negli orari e facilitazioni per le sedi di lavoro, politiche di miglioramento della qualità della vita aziendale, anche inventando spazi e tempi per le attività sociali, in collaborazione con le realtà locali che possano interagire a supporto di servizi ai lavoratori, il che in molti casi può favorire una diminuzione del fenomeno dell’assenteismo, costoso tanto per l’azienda quanto per l’intera collettività sociale.
E ancora, tra i compiti del disability manager vi è anche quello di controllare le eventuali discriminazioni per diversità, siano esse di genere, di religione, di razza, di orientamento sessuale ecc.».

Altri compiti?
«Un altro molto importante è quello di prestare attenzione al “rientro al lavoro”: è noto infatti che una lunga malattia, un intervento chirurgico importante, una terapia oncologica o anche semplicemente una gravidanza, sono fasi delicate e non permettono un ritorno lavorativo a pieno regime ottimale, ma necessitano di ritmi un po’ diluiti, magari lavorando per qualche ora in azienda e altre da casa. In questi casi può essere presa in considerazione la possibilità di lavorare in regime di part-time o, con una modalità più flessibile, di “lavoro agile”, ben noto anche come smart working,  termine salito agli onori della cronaca durante la recente situazione di pandemia, ma in realtà già introdotto  dalla Legge 81/17 sul “lavoro agile”, e attivato in Italia con gran fretta. Di questo, però, gli interessati potranno trovare molte considerazioni e osservazioni nelle pillole formative presenti sul nostro portale».

Qualche considerazione conclusiva?
«Crediamo sia necessario fare attenzione a non confondere la figura professionale del disability manager, altamente specializzata, soprattutto nel settore della gestione delle risorse umane di un’impresa, con la persona, di solito con disabilità e che opera a titolo di volontariato, che viene impiegata in alcuni Comuni per coordinare le iniziative a favore delle persone con disabilità e che molto spesso ha troppo poca voce in capitolo per risultare veramente utile. Anche di questo ci stiamo occupando, ricordando che in Italia esiste una legge che obbliga la nomina della figura del disability manager in Enti con più di duecento dipendenti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@fedman.it.

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