L’”assistenza virtuale”, in attesa di tempi migliori

«In questi tempi cupi – scrive Giorgio Genta -, quando una normale persona con disabilità grave o gravissima necessita di una visita medica o di un intervento infermieristico sorgono parecchi problemi. Che fare, allora? Andare in ospedale è sconsigliabile o proibito: per un appuntamento specialistico (ad esempio con uno pneumologo) necessitano mesi di attesa, recarsi in pronto soccorso è pericolosissimo. Ricorrere all’automedicazione? È quello che già fanno quasi tutte le famiglie con grave disabilità. Speriamo di resistere abbastanza a lungo. Abbastanza per vedere tempi migliori»

Foto in bianco e nero di uomo che rifletteLa potremmo chiamare in molti modi: assistenza 2.0 o 3.0 o 4.0 (mettete voi il numero che preferite), teleassistenza, assistenza domiciliare virtuale, assistenza-filtro, assistenza extradomiciliare domiciliata… Ma chiamiamola pure “assistenza virtuale”, perché il nome richiama, più o meno propriamente, due concetti: quello della non esistenza reale e quello della virtuosità.

In questi tempi cupi, quando una normale persona con disabilità grave o gravissima necessita di una visita medica o di un intervento infermieristico sorgono parecchi problemi.
Il medico di famiglia che sovente aveva aderito all’assistenza domiciliare integrata, assicurando una visita settimanale al paziente con disabilità, è consultabile solo telefonicamente: fornisce le prescrizioni per i farmaci, ma non visita direttamente il paziente. I problemi sorgono quando la narrazione dei sintomi (l’anamnesi) fatta da un familiare non è sufficientemente chiara o univoca. Nella pratica quotidiana, poi, la telemedicina ha un impatto assai modesto: infatti, non risultano esservi collaudate tecnologie che permettano di auscultare un paziente a distanza e l’auscultazione è un atto medico fondamentale per le persone non deambulanti con problematiche respiratorie.
E ancora, un prelievo di sangue domiciliare espone il paziente al contatto con infermieri che per necessità lavorativa operano a distanza zero da persone potenzialmente infette. Altrettanto vale per i fisioterapisti che sovente lavorano anche in strutture riabilitative o residenziali protette, ove il virus, purtroppo, ha colpito duramente. Dal canto suo, il personale OSA (Operatori Socio Assistenziali) od OSS (Operatori Socio Sanitari) può fornire un aiuto di supporto, ma lavorando a domicilio con molti pazienti è un possibile tramite di contagio, mentre i caregiver, specie se non più giovani, sono esposti a tutti i rischi: possono contagiare, essere contagiati, essere esposti ad un superlavoro, andare in depressione. Alcune ASL, infine, hanno attivato dei servizi di consulenza psicologica, forse utili più ai familiari che al paziente con disabilità.

Che fare, allora, quando servirebbe una tradizionale visita medica? Andare in ospedale è sconsigliabile o proibito: per un appuntamento specialistico (ad esempio con uno pneumologo) necessitano mesi di attesa, recarsi in pronto soccorso è pericolosissimo.
Ricorrere all’automedicazione? È quello che già fanno quasi tutte le famiglie con grave disabilità: saturimetro, aspiratore, ventilatore polmonare, tachipirina, anni di esperienza sul familiare assistito, qualche telefonata di supporto e condivisione di responsabilità morale e si cerca di tirare avanti il meno peggio possibile.
Speriamo di resistere abbastanza a lungo. Abbastanza per vedere tempi migliori.

Caregiver familiare.

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