La vittoria di Martina contro quel verdetto senza appello

«Mi fa provare allo stesso tempo grande ammirazione e altrettanta rabbia – scrive Anna Maria Gioria – riportandomi a dolorose sensazioni vissute personalmente, la vicenda di Martina Cipolla, giovane con sindrome di Down, campionessa dello sport, nonché partecipante a un progetto per l’autonomia coabitativa, che una Commissione aveva giudicato “non in grado di lavorare e rendersi autonoma”. Fortunatamente per Martina, che una seconda Commissione ha giudicato “abile al lavoro”, la vicenda si è conclusa bene, ma sembra proprio che gli esami (e i traguardi da raggiungere) non debbano finire mai»

Martina Cipolla e Barbara Corà

Martina Cipolla insieme alla madre Barbara

Ha vinto campionati regionali di equitazione, diverse medaglie con gli Special Olympics [il movimento internazionale dello sport praticato da persone con disabilità intellettiva e/o relazionale, N.d.R.], è abile anche nella pratica subacquea. Ma per Martina Cipolla, 20 anni, già una portavoce delle persone con sindrome di Down, il traguardo più importante è stato, un paio di mesi fa, l’essere stata valutata, dopo una lunga battaglia, idonea al lavoro [della vicenda si legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, a questo e a questo link, N.d.R.].
Vittoria tutt’altro che scontata nonostante che Martina, originaria di Sangano, nel Torinese, abbia avuto un’infanzia e un’adolescenza di studi regolari, diplomandosi quest’anno, e partecipi da alcuni anni a un progetto nazionale per la vita autonoma.

La “tegola sulla testa” arriva all’improvviso nel settembre dello scorso anno. In vista del conseguimento del diploma di maturità, Martina si sottopone alla visita della Commissione di competenza, presso l’ASL TO 3, al fine di ricevere l’idoneità al lavoro. Il responso è lapidario: «Non autonoma, con poca capacità dell’uso delle gambe e delle braccia, con la necessità di essere accompagnata e quindi non in grado di lavorare». Una vera doccia fredda sia per la ragazza, sia per i suoi genitori; una sentenza inaccettabile a cui la famiglia Cipolla, e in particolare la mamma Barbara Corà, non si arrende.
«Hanno giudicato mia figlia in 20 minuti – dichiarò in quel momento la mamma al quotidiano “la Repubblica” -; provocatoriamente ho chiesto cosa avrei potuto fare, se chiuderla per esempio in un centro diurno, e loro hanno risposto: “Potrebbe essere un’idea”».
La mamma di Martina contestava il fatto che fossero state poste a sua figlia appena quattro domande e non fosse stata letta nemmeno la documentazione medica presentata. La cosa che l’aveva fatta di più arrabbiare è che Martina non avesse ottenuto l’abilità in quanto soggetto con sindrome di Down, senza considerare le sue capacità soggettive.

La rabbia ha lasciato ben presto spazio alla voglia di reagire per ottenere giustizia. La signora Barbara ha lanciato una campagna social a sostegno della figlia (#iostoconmartina), con la quale la vicenda ha avuto una grande risonanza, suscitando proteste sia a livello locale che nazionale.
Prezioso è stato anche l’intervento della CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al quale, insieme alle tante proteste, la Commissione ha sottoposto Martina a una nuova valutazione. Il 5 maggio scorso, dunque, la giovane è stata infine giudicata abile al lavoro.

La vicenda di Martina e della sua famiglia mi ha suscitato un insieme di emozioni, facendomi provare, nello stesso tempo, grande ammirazione e altrettanta rabbia.
L’atteggiamento coraggioso e determinato della madre di Martina mi ricorda molto quello di mia mamma a cui 52 anni fa i migliori medici di allora, quando io avevo solo 6 mesi di vita, le dissero che non avrei mai né camminato né parlato, in seguito al trauma da parto subito per mancata assistenza. Mia mamma non si arrese a questa sentenza, nonostante che a quei tempi la disabilità fosse ancora un tabù, e ha fatto di tutto per smentirla. Così nel tempo ho conquistato la mia piena autonomia.
Spesso l’amore materno supera ogni limite e ogni difficoltà, di sicuro affronta e a volte sgretola quelle che sembrano verità assodate e granitiche. Non tutte le mamme, però, hanno la capacità o meglio il temperamento per reagire a certi verdetti senza appello ed emessi magari frettolosamente , tali da pregiudicare una vita intera.

Ebbi un’altra esperienza simile per nulla piacevole, da adulta. Quando ho compiuto 18 anni, mi sono sottoposta alla visita “speciale” per avere l’idoneità di guida. Non scorderò mai quel terribile quarto d’ora. Giunto il mio turno per la visita, mi chiamarono, urlarono da dentro lo studio medico il mio cognome senza il minimo riguardo, entrai nella stanza barcollando più del solito perché ero molto agitata, dal canto loro non fecero nulla per mettermi a mio agio e si limitarono a dirmi in tono molto brusco di togliermi gli occhiali. Sotto stress, come chiunque può capire, li levai con un gesto alquanto insicuro. I membri della Commissione Medica non considerarono affatto il fattore emotivo e in pochissimi minuti sentenziarono: «Lei la patente non l’avrà mai!». La rabbia è stata tantissima e mi è restata la sensazione di una forte ingiustizia.
Con il passare degli anni questo sentimento si è affievolito, ma ecco che si riaccende con la vicenda di Martina. Conclusasi per fortuna bene. Gli esami (e i traguardi da raggiungere) non finiscono mai.

Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Martina e la vittoria più grande contro le sentenze frettolose e senza appello”) e viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

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