La disabilità in un Paese dell’Africa, tra Covid, crisi economica e stigma

In Italia il Covid ha lasciato segni graffianti sulla società con disabilità, come la carenza di operatori socio sanitari a domicilio conseguente l’afflusso verso le residenze. In Africa è successo qualcosa di particolare. Nel nostro immaginario di povertà e denutrizione si può pensare a una vera e propria falcidia di persone con disabilità, invece le dinamiche possono essere tutt’altre. Vediamo cos’è successo ad esempio in Sudan, parlandone con Vincenzo Racalbuto, titolare nel Paese africano della sede dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo)

Educazione inclusiva per bimbi con disabilità del Sudan

Educazione inclusiva per bimbi con disabilità del Sudan, coinvolti nel progetto europeo “Bridging the Gap“, curato, nel Paese africano, dall’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo)

In Italia il Covid ha lasciato segni graffianti sulla società con disabilità. Per esempio la carenza di operatori socio sanitari a domicilio conseguente l’afflusso verso le residenze. In Africa è successo qualcosa di particolare. Nel nostro immaginario di povertà e denutrizione si può pensare a una vera e propria falcidia di persone con disabilità, invece possono esserci altre dinamiche e la morte può non arrivare per via sanitaria. Vediamo cosa è successo ad esempio in Sudan, grazie alle parole di Vincenzo Racalbuto, che abbiamo incontrato in occasione di un seminario organizzato da CBM Italia.
Racalbuto è professionista di cooperazione allo sviluppo da ben trentasette anni, è un medico nutrizionista specializzato in malattie tropicali ed è titolare della sede dell’AICS in Sudan (l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo).
CBM Italia è la componente del nostro Paese dell’organizzazione internazionale attiva dal 1908 per includere e contribuire a una migliore qualità di vita delle persone con disabilità che vivono nei Paesi in via di sviluppo.

Dottor Racalbuto, qual è la situazione della disabilità in Sudan?
«Nonostante le stime ufficiali parlino di un 5%, è ragionevole pensare che le persone che vivono con disabilità in Sudan siano molto più numerose. Nel 2009 [il 24 aprile, N.d.R.] il Paese ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, segnando un passo importante verso il riconoscimento dei diritti di chi vive con varie forme di disabilità. Uno dei maggiori problemi è infatti rappresentato dalla scarsa accessibilità ai servizi di base che, insieme allo stigma sociale ancora molto presente, impedisce la piena partecipazione delle persone con disabilità».

Quindi che cosa si fa per i diritti delle persone con disabilità?
«L’azione dell’AICS in Sudan si sviluppa seguendo il cosiddetto approccio “a doppio-binario”, realizzando cioè da un lato azioni mirate alla promozione, al rafforzamento e allo sviluppo dei diritti delle persone con disabilità in specifici settori di intervento (educazione, accesso al lavoro, salute, risposta alle emergenze), dall’altro cercando di promuovere il mainstreaming, ovvero la trasversalizzazione dell’attenzione dedicata ai diritti delle persone con disabilità in tutti i settori di intervento. Soprattutto mobilitando gli attori principali della comunità internazionale in collaborazione con le Istituzioni e le organizzazioni locali».

Come è andato il contagio da Covid-19 nel Paese, cioè perché è andata meglio che altrove?
«La popolazione sudanese è molto giovane, il 60% ha meno di 24 anni, elemento che rappresenta un fattore di “protezione” nei confronti del Covid-19. Per ora, tuttavia, non è il caso di fare precise valutazioni. Quando avremo dati scientifici attendibili, potremo interpretare anche il fenomeno in Sudan».

Com’è andata dopo il lockdown?
«Il lockdown ha certamente limitato il numero di malati, soprattutto nella capitale Khartoum. Purtroppo ha anche esacerbato gli effetti di una protratta crisi economica, che ha visto aumentare la parte di popolazione più esposta a vulnerabilità, comprendendo tutti i “lavoratori giornalieri” che di colpo si sono visti preclusa ogni fonte di reddito. Le restrizioni hanno aumentato inoltre la violenza domestica e l’insicurezza per le donne e i minori che vivono in condizioni di rischio. E ancora, molte località hanno lamentato ritardi e gravi mancanze negli approvvigionamenti di cibo, altre di beni e servizi di base, contribuendo ad accrescere l’instabilità generale del Paese e alimentare in alcuni casi tensioni e scontri etnici nelle località più periferiche».

Questa, dunque, è la situazione in Sudan: danni relativamente contenuti in relazione all’epidemia, a fronte di un successivo grave strascico economico, con conseguenze sociali sulle categorie fragili e non solo.
Penso possa essere una lezione. Non è lecito né giudizioso contrastare le norme sul distanziamento sociale, le uniche che possono aiutarci a contenere gli effetti del coronavirus. E sono gli effetti economici che mietono vittime anche nella spensierata beatitudine dei giovani che si sentono immuni, perché la crisi economica guarda all’anagrafe molto meno del virus.

Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Il Covid-19 in Sudan dovrebbe farci pensare”). Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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