Educare bambini con disabilità nella scuola, cercando di renderli adulti felici

«Si dovrebbe introdurre nelle Università e nei corsi di formazione per docenti e assistenti – scrive Paola Di Michele – una nuova materia di studio: Psicologia dell’inclusione e della rappresentazione mentale della diversità. A monte delle leggi, infatti, credo che il punto sia quanto, nella scuola e nella società in genere, si lavori per una cultura di valorizzazione e accoglienza della diversità in senso universale. Quanto lo stigma sociale di una diagnosi e la paura della diversità incidano psicologicamente, sull’accoglienza»

Classe di scuola primaria con un bimbo in carrozzinaLa notizia del momento è la scuola. E, in particolare, l’inclusione scolastica dei bambini con disabilità e tutti quei casi in cui non è stato loro concesso di entrare a scuola o dove, semplicemente, è stata ridotta la loro frequenza scolastica per mancanza di insegnanti di sostegno o di assistenti all’autonomia e alla comunicazione.
Sulle testate giornalistiche è stata nei giorni scorsi la “notizia” del momento, come se si trattasse di uno scoop giornalistico riguardante qualcosa mai successo prima.
Personalmente ci ho ragionato a lungo, beninteso, per quel che può valere l’opinione di un’assistente all’autonomia e alla comunicazione.
È evidente che il piano del ragionamento non può essere quello legale. Nessun Dirigente Scolastico, infatti, metterebbe mai per iscritto una richiesta del genere, perché è più che evidente che, rifiutando la possibilità di frequenza scolastica a un bambino/bambina con disabilità certificata, si incorre in una violazione gravissima del suo diritto costituzionale all’istruzione, senza se e senza ma.
Quanto poi sia difficoltoso reperire insegnanti di sostegno, specie se formati per esserlo, non è questione che possa riguardare i genitori dei bambini, né tanto meno l’assegnazione dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione, dal momento che non è una scusante la difficoltà di bilancio dell’Ente Locale preposto a provvedere al servizio, stante anche la Sentenza della Corte Costituzionale 275/16 secondo la quale «non è legittimo lasciare alla discrezionalità politica dei bilanci l’esigibilità del diritto allo studio dei bambini con disabilità», e, più oltre, «ridurre i finanziamenti di anno in anno rende del tutto variabile e inattendibile la continuità e la pianificazione necessari all’attuazione del PEI (Piano Educativo Individualizzato)». Ciononostante, il taglio progressivo e orizzontale delle ore di assistenza rimane pratica comune da parte degli Enti Locali, cui, per un motivo che davvero non comprendo, il servizio è ancora assegnato.

Se dunque su un piano legale non ci sono dubbi che si tratta di pratiche del tutto illegittime e mortificanti in un Paese civile e che pure ha la legislazione fra le più avanzate del mondo in materia di inclusione scolastica, allora il ragionamento deve necessariamente spostarsi su un altro piano. Per deformazione professionale, quello psicologico.
Credo che bisognerebbe introdurre, nelle Università e nei corsi di formazione per docenti e assistenti, una nuova materia di studio: Psicologia dell’inclusione e della rappresentazione mentale della diversità.
Per me, a monte delle leggi, il punto è quanto, nella scuola e nella società in genere, si lavori per una cultura di valorizzazione e accoglienza della diversità in senso universale. Quanto lo stigma sociale di una diagnosi e la paura della diversità incidano psicologicamente, sull’accoglienza.

Proverò a fare qualche esempio.
«Ma quanto è bello, questo bambino, però…». Che se fosse pure brutto sarebbe un disastro… Oppure, «che lavoro meraviglioso che, fai, quanto sei brava…”, come se tutti gli educatori fossero appena discesi dalla “montagna della Santità”. E giù discorrendo.
O ancora il terrore panico che prende certi docenti appena scoprono che il bambino in questione è “scoperto” per qualche ora. Semiologicamente, bisognerebbe chiedersi il reale significato di questa parola. Forse che i bambini con disabilità hanno più freddo degli altri?
Oppure, semplicemente, il bambino con disabilità è un “problema” esclusivo dell’insegnante di sostegno o dell’assistente. Come se non si potesse prevedere che, in assenza dei delegati dell’inclusione scolastica, l’insegnante curricolare non potesse essere anche l’insegnante di quel dato bambino, magari predisponendo del materiale ad hoc, magari avendo a scuola predisposto una classe con tutti gli strumenti per essere inclusiva (Universal Design for Learning…). Magari smettendo di porre il bambino con disabilità in un angolo remoto dell’aula a navigare nella sua solitudine (e in questo, a dire il vero, le normative anti-Covid proprio non aiutano tutto il nostro lavoro sulla socializzazione).

Altra discussione “calda” di questi giorni riguarda la pubblicazione del modello unificato di PEI (Piano Educativo Individualizzato) [nel nostro giornale, a questo link, vi è l’elenco dei contributi da noi pubblicati su tale questione, N.d.R.]. Un conto sono le disposizioni date dall’alto, un conto è la realtà operativa.
Nella mia esperienza come formatrice, racconto ai miei alunni e futuri colleghi la leggenda del “Giacomo” (nome del tutto di fantasia, da me convenzionalmente scelto a caso).
Il “Giacomo” è il “PEI Primigenio”, scritto ere geologiche fa dalla “Prima Insegnante di sostegno”, una specie di essere mitologico che per prima ha redatto tale scocciatura burocratica. Da cui sono discesi tanti altri PEI, modificati (e non sempre) solo nel nome e nei codici indicanti la disabilità del bambino specifico.
Ora questa pratica si sta lentamente abbandonando e ci si sta convincendo che il PEI – sempre e solo scritto dall’insegnante di sostegno e, se si è fortunati, anche da noi assistenti, quindi non dall’intero Collegio Docenti – è utile e il GLO (Gruppo di Lavoro Operativo sull’Inclusione) ha un senso operativo e valutativo. Ciononostante, nella discussione sul potere di “voto” all’interno del GLO mi viene da chiedermi: si tratta dello stesso GLO che ci vogliono mesi per organizzare, a cui con difficoltà partecipano solo alcuni degli attori coinvolti, con estrema difficoltà o quasi mai anche il neuropsichiatra infantile dell’ASL di competenza? Si tratta dello stesso GLO in cui noi assistenti, che pure qualcosina del bambino sappiamo, non veniamo mai nominati come membri dalla legislazione vigente, se non (per pura e semplice interpretazione) come personale esterno alla scuola?

Ecco, credo che bisognerebbe davvero lavorare sulla psicologia dell’inclusione e smettere di appiccicare etichette e di pensare che tutto debba essere “speciale” o “normale”. Perché è un attimo ad essere “anormali”. Chiedere per conferma alla mia maestra di prima elementare, che mi legava la mano sinistra dietro la schiena per correggermi. E io, alla faccia sua, sono ancora, felicemente, disgrafica. Tradotto: ho una scrittura illeggibile. Ma tant’è, esistono i computer.

Psicologa clinica, formatrice, assistente all’autonomia e alla comunicazione.

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