Discriminazione non è solo disprezzo, ma anche eccesso di paternalismo

Lo aveva scritto Salvatore Nocera sulle nostre pagine, dopo che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) aveva dichiarato di prevedere «luoghi appositi per le persone con disabilità, nelle celebrazioni religiose, non per discriminare, ma per un’attenzione specifica e particolare» nei confronti delle stesse persone con disabilità. Ora che anche il Ministro dell’Interno ha risposto con argomenti simili a un’Interrogazione Parlamentare sulla questione, la Federazione LEDHA, che pure aveva chiesto l’eliminazione di quella norma dal Protocollo tra CEI e Governo, si dichiara soddisfatta solo a metà

Persona con disabilità in chiesaNei mesi scorsi avevamo dato ampio spazio anche sulle nostre pagine all’appello lanciato da più parti – tra gli altri anche dalle Federazioni FISH e LEDHA – per chiedere l’eliminazione di quel passaggio ritenuto potenzialmente discriminatorio, contenuto nel Protocollo fra CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e Governo Italiano del 7 maggio scorso sulla riapertura delle chiese per la celebrazione delle Messe, all’indomani della fase più critica dell’emergenza coronavirus, ove al punto 1.8 si scriveva testualmente «di favorire, per quanto possibile, l’accesso delle persone diversamente abili, prevedendo luoghi appositi per la loro partecipazione alle celebrazioni nel rispetto della normativa vigente».

Come informa ora la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), «quella nostra richiesta è stata raccolta dai deputati Lisa Noja e Marco Di Maio, che il 31 agosto scorso hanno presentato alla Camera un’Interrogazione a risposta scritta, chiedendo quali iniziative intendessero assumere il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno, «per porre rimedio alla potenziale discriminazione ai danni delle persone con disabilità a seguito dell’adozione del Protocollo». E, in particolare, se non ritenessero «di assumere le iniziative di competenza, d’intesa con l’altra Parte contraente, volte alla modifica della previsione contenuta nel paragrafo 1.8 del Protocollo stesso».

La risposta del Ministro dell’Interno è arrivata nei giorni scorsi con queste parole: «Il presunto contenuto discriminatorio è stato oggetto di segnalazioni da parte di alcune associazioni rappresentative di persone con disabilità, in riscontro alle quali il Ministero dell’Interno ha già chiarito che la previsione contenuta nel testo del Protocollo è stata orientata non certo a discriminare ma, al contrario, a dimostrare una particolare “sensibilità” nei confronti delle persone con disabilità, prevedendo una specifica attenzione per le loro particolari esigenze e promuovendo pari opportunità, inclusione e partecipazione attiva».
Dal canto suo anche la CEI – che aveva già risposto alle sollecitazioni della LEDHA – aveva dichiarato non esservi «alcuna volontà discriminatoria da parte del Protocollo nei confronti delle persone con disabilità» e che al contrario, l’inserimento del paragrafo avrebbe dimostrato «un’attenzione specifica e particolare per le persone con disabilità».

«Apprezziamo la precisazione sul fatto che il Protocollo, nel passaggio riferito alle persone con disabilità, non aveva alcun intento discriminatorio – commenta Alessandro Manfredi, presidente della LEDHA – e tuttavia siamo insoddisfatti per la mancata volontà di modifica del testo perché quella formulazione si presta a interpretazioni differenti, compresa quella discriminatoria».

Da parte nostra ci sembra quanto mai opportuno riprendere quanto scritto qualche mese fa su queste stesse pagine da Salvatore Nocera: «Se le motivazioni contenute in queste risposte fossero frutto di “maggiore attenzione” per le persone con disabilità, viene da chiedersi perché il Governo italiano non abbia usato la stessa attenzione per i fedeli di altre Confessioni, nei cui Protocolli, come detto, non compare assolutamente un paragrafo del genere. Da ciò desumo che ritenere per definizione tutte le persone con disabilità vulnerabili al contagio costituisca discriminazione ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, secondo il quale “discriminazione sulla base della disabilità indica qualsivoglia distinzione, esclusione o restrizione sulla base della disabilità che abbia l’effetto di pregiudicare o annullare il riconoscimento, il godimento e l’esercizio, su base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali”. Ancora più chiara è la Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni), ove all’articolo 2, comma 3 si stabilisce che «si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone”. Quindi discriminazione è non solo il disprezzo delle persone con disabilità, ma anche il pietismo, il paternalismo e l’eccessivo “custodialismo”». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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