Sindrome di Down e coronavirus: nessun allarmismo

«Vorrei tranquillizzare le famiglie e tutte le persone con sindrome di Down sul rischio di aumentata mortalità da Covid-19 per chi si dovesse contagiare avendo la sindrome»: lo dichiara Tiziana Grilli, presidente dell’AIPD, a proposito dei dati prodotti da uno studio realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Università Cattolica, dei quali la stessa Grilli specifica l’esatta (e interessante) rilevanza scientifica, che non deve però affatto modificare il comportamento delle persone con sindrome di Down rispetto alle misure anti-contagio consigliate a tutto il resto della popolazione

Persone con sindrome di Down con la mascherina«Vorrei tranquillizzare le famiglie e tutte le persone con sindrome di Down sul rischio di aumentata mortalità da Covid-19 per chi si dovesse contagiare avendo la sindrome»: lo dichiara in una nota Tiziana Grilli, presidente nazionale dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), a proposito dei dati recentemente prodotti da uno studio realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Università Cattolica, del quale abbiamo riferito nei giorni scorsi anche sulle nostre pagine, presentando la Giornata Nazionale delle Persone con Sindrome di Down.

«Il nostro consulente scientifico pro-tempore professor Gabriele Bazzocchi – spiega Grilli – ha contattato il dottor Angelo Carfì e il professor Graziano Onder, due tra gli Autori di quello studio pubblicato dall’“American Journal of Medical Genetics” che ha motivato il comunicato stampa diffuso congiuntamente dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Policlinico Gemelli, comunicato che ha poi portato all’uscita di vari articoli sulla stampa, e a interventi in trasmissioni televisive, che hanno allarmato per la notizia di una particolare gravità dell’infezione da Covid-19 nelle persone con sindrome di Down».

«A tal proposito – prosegue la Presidente dell’AIPD – si è condiviso con quei ricercatori che il dato consegue ad un’analisi statistica estrapolata da soli 16 casi di persone con sindrome di Down decedute in Italia, confrontati con i dati di oltre 3.400 schede di decessi di persone senza la sindrome di Down. Ciò che risulta determinare la mortalità più elevata nella sindrome di Down sono l’età superiore ai 50 anni, essere affetti da numerose patologie preesistenti non risolte, avere una condizione di demenza e non risiedere in famiglia. Si tratta quindi di conclusioni interessanti sul piano scientifico, tra l’altro in linea con i risultati di uno studio più ampio, condotto dall’organizzazione internazionale di ricercatori T21RS (Trisomy 21 Research Society) su 577 persone con sindrome di Down che hanno contratto l’infezione da Covid-19 in vari Paesi di Europa, Asia e Americhe, al quale abbiamo anche noi aderito, contribuendo alla diffusione del relativo questionario di rilevamento [se ne legga anche sulle nostre pagine, N.d.R.]».

«E tuttavia – conclude Grilli – pur trattandosi di risultati rilevanti per richiedere l’attenzione delle Istituzioni Sanitarie su una possibile peculiare fragilità della sindrome di Down alle infezioni respiratorie e non solo, essi non hanno un significato tale da dover modificare il comportamento quotidiano e le abitudini dei nostri figli, rispetto alle misure anti-contagio consigliate per tutta la popolazione italiana. Continuiamo quindi senza allarmismi e preoccupazioni particolari, con la consapevolezza, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che la sindrome di Down è una condizione che comporta sintomi e rischio di contrarne altre, e quindi come tale dev’essere studiata, curata e seguita in Centri specialistici con percorsi dedicati». (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampaaipd@gmail.com.

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