Il senso di responsabilità, contro la violenza e l’indifferenza

«Ci vorrebbe responsabilità, senso di responsabilità – scrive Antonio Giuseppe Malafarina, riflettendo sui casi di violenza nei confronti delle persone con disabilità -, contro la violenza e l’indifferenza. La violenza è andare contro la dignità della persona, e l’indifferenza è la veste silenziosa, e becera, della violenza. Quante persone non autosufficienti subiscono violenza senza che altri se ne accorgano? E quelli che se ne accorgono dopo, siamo sicuri che non avrebbero potuto accorgersene prima?»

Marino Chanlatte, "Light at the End of the Tunnel" ("La luce in fondo al tunnel") (©Saatchi Art)

Marino Chanlatte, “Light at the End of the Tunnel” (“La luce in fondo al tunnel”) (©Saatchi Art)

Non stupisce che si abusi delle persone non autosufficienti. Fragili, senza controllo nelle mani che diventano grinfie dei propri assistenti. Recentemente un’altra storia di violenza su una donna con disabilità e fa notizia [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Ma è una notizia consueta, perché la ripugnanza dell’oscenità nei confronti dei deboli scema nella frequenza di questi atti roboantemente riportati.

Fare il giornalista, per come la vedo io, vuol dire fare informazione, non notizia. Vuol dire riportare i fatti separandoli dai commenti per far capire ciò che è successo senza ombra di dubbio. Il parere di chi scrive viene dopo. Oppure viene a sé, cioè in conseguenza dei fatti diventando editoriale o commento puro. Ma i fatti devono essere chiari.
Preambolo per sottolineare che è giusto parlare ripetutamente dei fatti, quanto è giusto non perdere di vista la notizia, che rischia di dissolversi nella competizione al commento più visualizzato.

Il fatto riportato dall’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) (se ne legga a questo link) è di una ragazza ospitata in una struttura che avrebbe subito violenza sessuale da parte di un operatore sociosanitario reo confesso, arrivando a una gravidanza non individuata immediatamente, mentre la zona era sottoposta al confinamento per i fatti del virus. Ma la violenza sulle persone non autosufficienti non finisce qui. Il grave sta nel fatto che ci siano persone non in grado di difendersi, e talvolta neppure di autodeterminarsi, che dipendono dalla società che le circonda, rimanendo vittime della stessa.
Ognuno dipende dagli altri, è il caso di andare oltre la retorica di certuni che sostengono di essere capaci a se stessi: non muoviamo un passo senza le scarpe fatte da qualcun altro, giusto per un esempio insignificante che rende l’idea dell’interdipendenza fra di noi.
In questa relazionalità continua, e totale, chi non è in grado di difendersi finisce per diventare vittima. Pensiero agghiacciante poiché non si capisce chi non sa difendersi che motivo avrebbe di essere sopraffatto. Ma nell’ottica dell’uomo malvagio, malvagio a se stesso, capita che esistano persone di questo tipo.

In Calabria, al paese dei miei, si dice: «Povero chi non si gratta la testa con le sue mani». Mi ci sono ritrovato spesso, io che non mi gratto la testa da oltre trent’anni e soffro di pruriti incredibili al punto che uno dei più bei ricordi di mio padre è quello di una decina di giorni dopo l’incidente in ospedale, quando mi grattò la testa che mi prudeva da morire. Ora me la gratta ancora, perché gli assistenti che si occupano del mio corpo alle volte sono riluttanti. Quantunque dovrebbe essere decisamente chiaro che nel mio corpo esiste un elemento umano con il proprio graffiante senso dello stare al mondo che desidera essere grattato.
Certi assistenti temono di farmi male. E anche questa è una violenza, a ben vedere. Violentano il mio diritto a trattarmi come mi pare e piace, nel momento in cui sanno che non mi cagionano danno, ma piacere, nell’àmbito del lecito e del morale.
La forza si distingue dalla violenza per il fine più che per la maniera e se il fine è quello di una benefica grattatina alla testa, c’è più violenza nel non grattarmela, negandomi un piacere, che nel grattarmela in maniera decisa procurando un passeggero rossore.

Il confine fra la violenza e la forza è decisivo. Ma è molto significativo quello fra la violenza e l’indifferenza. La violenza è andare contro la dignità della persona. Dignità che è fatta di fisico, e quindi bando alla violenza fisica, ma anche di interiorità, e quindi attenzione a come disponi il guanciale della persona non autosufficiente che metti a letto, mio caro assistente. Perché da ogni piega dipende il sonno, e i sogni, di quella persona. La violenza sessuale viola il fisico e profana l’interiorità, apposta abbietta. Questa violenza è cosa bruttissima e riprovevole, sempre. La violenza sempre lo è. E l’indifferenza è la veste silenziosa, e becera, della violenza.
Difficilmente esistono persone con disabilità affidate esclusivamente a un assistente, a un accompagnatore. C’è sempre qualcuno attorno. La violenza perpetrata a danno di uno, perciò, con molta probabilità coinvolge un àmbito maggiore. Attorno al perpetrarsi del crimine esiste un contesto che non può non conoscere il crimine. Se non lo conosce, è lecito chiedersi se esista una responsabilità di vigilanza da parte del contesto e quale sia.

Usciamo ulteriormente dallo specifico della donna vittima di violenza delle cronache degli ultimi giorni per un’analisi più globale che prenda in considerazione potenzialmente tutte le persone non autosufficienti e chiediamoci quante possibilità ci siano che i crimini a loro danno siano stati compiuti nella totale perfezione dell’invisibilità agli occhi di altri.
Quante persone subiscono violenza senza che altri se ne accorgano? E quelli che se ne accorgono dopo, siamo sicuri che non avrebbero potuto accorgersene prima?

Dubbi che mi interessano da vicino come giornalista alla ricerca della verità dei fatti e come persona disabile alla ricerca di appigli per il proprio futuro e quello dei propri compagni di viaggio, sprovvisti di garanzie sulla buona sopravvivenza al cospetto di una società temibile.

Il dubbio è che non ci si possa fidare di nessuno. Una volta soli, pare si resti in balia della benevolenza di chi ci sta accanto. Mi definisco un realista fiducioso, ma guardando al futuro, qualche crepa nella certezza di essere trattato come sono trattato ora, quando sarà il momento dell’assenza dei miei vigili controllori, i miei familiari, si apre.
Le persone non autosufficienti non dipendono semplicemente dagli altri ma dalla bontà loro. Purtroppo un diffuso disamore per la professione, oltre che per la persona, mi porta a dubitare che nessuna persona con disabilità possa subire violenza in futuro. Senza per forza riceverne di sessuale.
Ci vorrebbero più controlli, probabilmente. Ma chi controlla chi? Nel gioco delle matriosche infinite c’è sempre un anello della catena successivo che potrebbe non tenere. Un elemento che avrebbe dovuto vigilare e non ha vigilato abbastanza. C’è sempre un’istituzione che non si è attivata o un parente che si è disinteressato.
Queste considerazioni mi vengono, forse ciniche, da una visione personale della situazione dell’assistenza alle persone con disabilità vista dal dentro.

Ci vorrebbe responsabilità, senso di responsabilità. Ci vorrebbe buon senso. Ci vorrebbe fiducia nella società. Ci vorrebbe che ognuno facesse al meglio quello che va fatto, proprio perché va fatto. Questa non è la pubblicità del Mulino Bianco. Quella dove non ci sono violenze, sessuali o meno, perché non sono previste dal copione. Oppure perché d’improvviso siamo tutti più buoni. Questa è la vita reale e dovremmo essere più buoni perché dovremmo essere giusti. Perché essere giusti è giusto, punto e basta. Si può! I buoni esistono, e con loro i giusti.
Richiamo ognuno al proprio senso della responsabilità, contro la violenza e l’indifferenza. Sembro un credulone, un beota. Sono un realista fiducioso. Lasciatemi continuare ad esserlo.

La presente riflessione è già apparsa in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Storie di squallida ordinarietà viste da me, credulone e beota”). Viene qui ripresa, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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