Anziani, disabilità, invecchiamento e discriminazione

Anziani, disabilità, invecchiamento, discriminazione sono parole utilizzate comunemente nella vita quotidiana, ma qual è il loro reale significato? Nell’àmbito del progetto “Disabilità: la discriminazione non si somma, si moltiplica”, promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), è stata promossa una ricerca, a partire da quella domanda, per approfondire il fenomeno dell’invecchiamento con disabilità, e in particolare della multidiscriminazione ad esso legata. E i risultati sono stati decisamente interessanti

Persona anziana con disabilità insieme all'accompagnatriceAnziani, disabilità, invecchiamento, discriminazione sono parole che utilizziamo comunemente nella vita quotidiana, ma sappiamo il loro reale significato? Nell’ambito del progetto Disabilità: la discriminazione non si somma, si moltiplica. Azioni e strumenti innovativi per riconoscere e contrastare le discriminazioni multiple, promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) [se ne legga la nostra ampia presentazione, pubblicata a suo tempo a questo link, N.d.R.], siamo partiti da questa e altre domande per approfondire il fenomeno dell’invecchiamento con disabilità, e in particolare della multidiscriminazione ad esso legata.
L’analisi della letteratura scientifica ha portato alla luce la diffusione di pregiudizi sia sull’invecchiamento, sia sulla disabilità, nonché ha evidenziato il persistere di un modello prevalentemente medico di approccio alla disabilità. Tali constatazioni hanno indotto il gruppo di lavoro a svolgere una serie di interviste a persone giovani e anziane, al fine di rilevare la percezione sociale del fenomeno della discriminazione multipla, e in seguito elaborare delle indicazioni sui contenuti utili e da inserire in un kit informativo rivolto alla popolazione.
Al fine dunque di indagare la percezione sociale della multidiscriminazione per età e disabilità, sono state create ad hoc due interviste semistrutturate, da sottoporre ad altrettanti distinti gruppi di giovani e di anziani. L’Anteas (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) ha svolto le 15 interviste ai giovani, mentre l’Auser (Associazione per l’invecchiamento attivo) si è occupata di contattare le persone anziane (8).
Le interviste sono state effettuate per via telefonica o attraverso videochiamata, data l’emergenza Covid-19 in atto, previo appuntamento telefonico (solo una di esse è stata effettuata in presenza rispettando la normativa sanitaria anti-Covid-19).

Sebbene le interviste non possano considerarsi rappresentative in senso statistico, per numerosità ed eterogeneità del campione, tuttavia i risultati ottenuti replicano molto fedelmente alcuni temi emersi nella letteratura, e un dato inatteso è stato sicuramente la similarità nelle risposte dei giovani e degli anziani, in particolare sui seguenti punti:
° nessuno lega e/o considera il superamento dei 65 anni come un momento di cambiamento/spartiacque reale nello stile e nella qualità della vita di una persona;
° il concetto di “anziano” è legato prevalentemente a un dominio semantico negativo, di decadimento fisico e psichico e di riduzione delle relazioni sociali che portano alla solitudine;
° la “disabilità” è percepita secondo un modello medico e non secondo un modello sociale;
° la “discriminazione”, sia legata all’età, sia legata alla disabilità, è intesa nella totalità dei casi come perpetrata da una persona nei confronti di un individuo o un gruppo, ma è poco riconosciuta nella quotidianità come riduzione dei diritti e/o delle opportunità, se non dopo molti esempi da parte dell’intervistatrice.

È emerso che il concetto di discriminazione, e ancor di più di multidiscriminazione, non è affatto noto né tra le persone anziane né tra i giovani. In tutte le fasce d’età, infatti, il concetto di discriminazione è legato prevalentemente al dominio dell’atteggiamento personale verso le altre persone, senza mai riconoscere la discriminazione in quanto diminuzione delle possibilità di completa partecipazione nella vita sociale, nemmeno nella propria esperienza personale.
Un secondo aspetto rilevato è la presenza di forti pregiudizi verso le persone anziane a causa dell’età, tanto da condurre gli anziani stessi a non riconoscersi come tali, se non in presenza di un decadimento fisico o psichico e tanto meno è indicato il raggiungimento dei 65 anni come momento di svolta per riconoscersi come anziani. Il termine che viene utilizzato per identificare tale pregiudizio è ageismo e denota come il senso comune veda l’invecchiamento prevalentemente come portatore di decadimento fisico e mentale, che rende le persone meno attraenti, attive e produttive. L’ageismo è risultato connesso all’abilismo, ovvero alla tendenza a credere che il proprio corpo e la propria mente debbano essere privi di difetti. In questo senso, la disabilità è intesa come una menomazione, un “qualcosa in meno”.
Queste due tipologie di pregiudizio, quando si incontrano, danno vita a forme ancora più intense di discriminazioni, che implicano effettivamente un peggioramento delle possibilità di azione nella vita quotidiana.

Questa analisi ci induce a suggerire in primo luogo quanto sia importante divulgare, tra le persone anziane e tra i giovani, la complessità e la poliedricità del concetto di discriminazione. Non è affatto scontata, infatti, l’esistenza di diversi tipi di discriminazione, né è diffusa la consapevolezza che esse non si sommano, ma si moltiplicano, con un effetto esponenziale. A tal fine si ritiene che il confronto e la diffusione di conoscenze siano fondamentali per creare una cultura d’inclusione sociale e delle pari opportunità «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». A tal proposito, inoltre, è fondamentale informare su come l’invecchiamento, se attivo, possa essere un periodo di vita ancora piacevole, ricco di esperienze, di attività, di socialità.
Questo, tuttavia, non sarà un processo semplice. Infatti, anche da alcune interviste fatte ai giovani, emerge una difficoltà ad accettare (perché spaventa) la diversità che l’anzianità e la disabilità rappresentano in un contesto sociale dove i valori prevalenti, invece, sono quelli dell’immagine, della bellezza, della forza perenni in una sorta di desiderio (e di illusione) d’immortalità. Una società che fatica ad accettare tutto ciò che la vecchiaia rappresenta faticherà ad investire tempo, soldi, energie in qualcosa che teme, che non vuole e che preferirebbe evitare.
L’allungamento dell’aspettativa di vita, determinata dal progresso delle cure mediche e dallo sviluppo economico e sociale, è una conquista recente, che richiede l’elaborazione di una nuova cultura dell’anzianità, volta a modificare pregiudizi e stereotipi stratificatisi nel tempo. Essi potrebbero essere superati a partire da buone pratiche, che si stanno consolidando grazie a progetti attivati dagli stessi anziani. La diffusione di queste esperienze e la comunicazione dei risultati potrebbero dare un contributo importante per superare i pregiudizi e le discriminazioni ancora così diffuse nei confronti delle persone anziane e dei disabili.

Sabrina Spagnuolo fa parte dell’Anteas (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà), Pinuccia Dantino e Simona Mennuni dell’Auser Lombardia (Associazione per linvecchiamento attivo).

Su richiesta, è disponibile, chiedendolo alla nostra redazione (info@superando.it), un report sulla ricerca di cui si parla nel presente testo.

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