In una “scuola-parcheggio”, si restringe l’“area di sosta” della disabilità

«Il ritorno della didattica a distanza, la formazione sempre più carente dei docenti, l’idea che la tecnologia possa risolvere tutto, rilanciando addirittura quell’approccio dinamico e pedagogico cui troppi insegnanti sembrano avere rinunciato»: sono alcuni temi affrontati da Giovanni Maffullo, che scrive tra l’altro: «In una scuola divenuta un ottimo “parcheggio sociale”, non tutti hanno il medesimo spazio. Alle persone con disabilità viene riservata un’area di sosta ristretta, dicendo loro che si devono adattare, che devono accettare la realtà, tanto più in questo tempo di pandemia»

Particolare di ragazzo con mano sulla bocca e atteggiamento di ansiaCi risiamo, la didattica a distanza è tornata alle superiori. Cercherò di articolare un pensiero che mi vede contrario a questo percorso di costante e continua disumanizzazione delle persone… a distanza.
Innanzitutto ai miei occhi pare che si vada delineando non solo un’esigenza della distanza (in passato non si diceva “lontano dagli occhi”, “lontano dal cuore”?) ma si vada affermando che quello del coprifuoco e dell’isolamento sociale appare l’unica via possibile, praticabile. La nostra unica ineludibile realtà è… proteggerci da coloro che possono essere gli untori. Ma come, le Aziende di Tutela della Salute non funzionano e i trasporti neppure, e si decide di scaricare il peso sulla scuola? Sono esterrefatto.

Lasciamo stare marzo 2020, mese in cui le scuole erano disorientate e il lockdown aveva letteralmente scioccato la popolazione, ma in oltre sei mesi cosa si è fatto concretamente per evitare l’affollamento-ammassamento sui mezzi pubblici dediti al trasporto? Come è stata rinforzata la cosiddetta medicina territoriale?
Stendiamo un velo pietoso. Non rinunciamo però ad innalzare il nostro grido di allarme. La scuola, abbandonata da trent’anni, come consuetudine manifesta dei bisogni specifici che vengono negati e surrogati con acquisti e proposte a mio avviso di stampo meramente declaratorio e consumistico (leggasi ad esempio i banchi con rotelle)… il famoso fumo negli occhi.
Ma come: la priorità sono i banchi e non la formazione iniziale e in itinere dei docenti? Perché sono stati eliminati i Tirocini Formativi Attivi (TFA) disciplinari (meno male che non hanno ancora chiuso il TFA-sostegno) e si sostiene che i 24 Crediti Formativi Universitari (CFU) sono sufficienti? Non si è per caso abbassato di molto il livello di preparazione della neo-classe docente?
Qui ricordo che inizialmente, per la secondaria di primo e secondo grado, alla fine degli Anni Novanta, c’erano le SSIS biennali (Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario) e che poi subentrarono i TFA annuali al fine di ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Oggi ci sono i 24 Crediti Formativi Universitari che permettono di accedere al concorso, ma di fatto tale scelta ha depauperato la preparazione culturale dei docenti. Sopravvive ancora il corso di specializzazione per le attività di sostegno presso le università, ma la fatica di concorrere a formare le neo-generazioni di insegnanti specializzati è molto più elevata, in quanto si è deciso, a livello centrale – leggasi Ministero -, di abbassare i livelli culturali affermando che fosse sufficiente un titolo accademico, alias laurea, per insegnare… E quindi non era forse la formazione dei docenti, in questo momento di “emergenza pedagogica”, un’assoluta e inderogabile priorità?
Sottolineando che il “pensiero debole” va dilagando – leggasi depauperamento della cultura occidentale – ripristinare urgentemente il percorso di formazione, almeno annuale, che porti  a conquistare l’abilitazione all’insegnamento nella propria disciplina, non rappresenta forse un’esigenza cogente e reale? Altro che concorso straordinario (sono sufficienti tre anni di lavoro per testimoniare di essere insegnanti?) e concorso ordinario (sono sufficienti i 24 Crediti Formativi Universitari?).

E torniamo all’evidenza, dal punto di vista degli allievi, con una puntualizzazione generale.
La nostra italica società, appare, dalla prospettiva pedagogica, cieca, e la necessità di una formazione a tutto tondo della persona, che non si può ridurre a uno studente che segue lezioni in videoconferenza, appare semplicemente povera. Figuriamoci se questa modalità di insegnare con la didattica a distanza possa ottemperare alle esigenze specifiche di uno studente con Bisogni Educativi Speciali (BES), a maggior ragione se con disabilità psichico-intellettiva. Ma come, non dobbiamo pensare e accompagnare la crescita dei nostri figli affinché vivano il loro futuro nel migliore dei mondi possibili? Avremo, nelle nostre case, stanze con le varie “suppellettili” (strumenti e device) telecomandate a distanza, mentre al contempo nelle nostre scuole imperverserà la beneamata “didattica digitale integrata” (DID)? La neo-tecnologia è diventata la panacea dell’uomo?
Ora, dunque, effettuerò dapprima una digressione e riflessione sul rapporto fra digitalizzazione della scuola e formazione dei docenti. Quindi porrò all’attenzione del Lettore che avrà la pazienza di leggermi, una proposta di didattica inclusiva.
Le tecnologie digitali erano state introdotte, nelle nostre Istituzioni Scolastiche, con un duplice obiettivo: migliorare in termini di qualità le lezioni degli insegnanti, implementare il livello di apprendimento degli studenti. Inoltre si sosteneva, e si sostiene tutt’oggi, che il web metterà in moto processi di cambiamento nell’apparato elefantiaco delle scuole.
Ho più di un dubbio che ciò avverrà. Innanzitutto non vi è un congruo livello di preparazione da parte del corpo docente a cui si continua solo a chiedere, senza neppure garantirgli ciò che gli permetterebbe di incrementare il proprio grado di consapevolezza e responsabilità professionale, ovvero un’idonea e orientata formazione.
Inoltre, e ciò mi preoccupa, grazie anche all’uso dello smartphone in classe – quale ausilio della didattica e all’utilizzo che se ne fa nella didattica a distanza -, noi non facciamo altro che sostenere un’iperstimolazione sensoriale, visiva in primis, a detrimento della capacità di prolungare, nel tempo, la personale capacità di attenzione.
L’iperconnessione, dovuta anche alla “didattica digitale integrata”, fa sì che vi sia un iperdosaggio di informazioni, per lo più frammentate, che non solo disorientano, ma ostacolano la comprensione e a maggior ragione la possibilità di elaborare un pensiero critico. In tutto questo bailamme mi chiedo: come facciamo a guidare da remoto la formazione dei nostri studenti con disabilità?

Noi docenti abbiamo già dato prova di resilienza e spirito di adattamento nel precedente anno scolastico: spinti dalla necessità, abbiamo messo in moto le nostre migliori energie. La nostra forza vitale ha fatto sì che ci assumessimo la responsabilità di garantire, supportandolo al meglio, il processo di integrazione e inclusione a distanza. I mesi di segregazione, però, ci hanno fatto comprendere che è essenziale muoversi, essere in contatto visivo e corporeo, ma ora addirittura ci vogliono far credere che la “didattica digitale integrata” dev’essere intesa come «metodologia innovativa di insegnamento-apprendimento» (Linee Guida per la Didattica digitale integrata, Allegato A, pagina 2). Ma come, se la preparazione in termini pedagogici del corpo docente è sempre più povera ora, all’improvviso, come d’incanto, la tecnologia risolve tutto? Come si sta concorrendo a far sì che il personale docente diventi competente in àmbito digitale, se non vi sono le basi formative pedagogiche e metodologiche? Si procede in un modo tutto italico, quello che si identifica con la nostra meravigliosa arte dell’arrangiarsi; si lanciano idee, si scrivono splendide norme (il dichiarato è ammirevole) e poi si agisce in modo “arronzato”, ovvero le persone  non vengono formate (alibi: mancano le risorse) e si comunica loro pragmaticamente… arrangiatevi! Poveri noi…

A me ricorda un po’, mi si conceda il parallelismo, la Piattaforma COSMI (Condivisione Online Strumenti Modelli Inclusivi), che di per sé è una lodevole iniziativa, ma forse è necessario ripensare e arricchire la formazione di coloro che la devono usare, docenti in primis.
Grazie a COSMI, di fatto, si può sperimentare l’utilizzo della compilazione del PEI (Piano Educativo Individualizzato) su base ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche il docente neofita precario che fa sostegno, ovvero che non ha alcun titolo specifico, ma lavora perché ha fatto la domanda di MAD [Messa a Disposizione, N.d.R.], viene invitato a compilare un format digitale, nonostante non abbia alcuna preparazione in chiave ICF.
Mi chiedo: ma come è possibile usare congruamente l’ICF sollecitando chiunque a compilare un PEI in piattaforma, genitori inclusi, usando uno specifico format, se non ha ricevuto una preparazione funzionale? Certo, è vero che si impara facendo, ma questo agire iniziale non va per caso guidato e orientato in una prospettiva olistica e di Progetto di Vita al servizio della crescita della persona-studente con disabilità? Non sarebbe più opportuno garantire dapprima un’idonea e mirata preparazione sull’ICF, prima di iniziare a riversare ad esempio le osservazioni effettuate dal docente di sostegno in un format digitale da compilare in chiave ICF? Macché, val più la pratica che la grammatica… E così perdiamo, poco alla volta, l’orizzonte di senso globale del nostro fare pedagogico, che non è orientato da un largo respiro (ora mi si potrà obiettare che tutto è in fase sperimentale… ma proprio perché è in fase  sperimentale occorre tenere in considerazione tutti i fattori, occorre investire in formazione larga e diffusa, altrimenti poi, quando lo strumento verrà “massificato”, si rischierà di “brutalizzarlo” e farlo divenire mera esecutività, così come accade oggi con i PDP, i Piani Didattici Personalizzati e anche spesso con i PEI, i Piani Educativi Individualizzati, vissuti spesso solo come ulteriore e mero adempimento burocratico-amministrativo. Ed ecco che si crea il gap incolmabile fra il dichiarato, alias buone intenzioni messe per iscritto, e ciò che viene praticato tutti i giorni nelle varie aule con le classi).

Se all’inizio, sotto la spinta del costruttivismo, la tecnologia poteva essere considerata un potenziale a disposizione del rinnovamento della didattica, oggi, di fatto, succede quanto segue: essendo la lezione frontale la più diffusa e onnipresente nelle nostre scuole secondarie di secondo grado, va da sé che potenzialmente anche la lezione frontale utilizzando LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) e ponendo domande che sollecitano la discussione in classe, possa, quantomeno in presenza, essere accattivante, a patto che venga resa, come dicevo, interattiva; e tuttavia mi chiedo: come fa una videolezione ad esserlo? Manca la presenza in vivo, il coinvolgimento è difficile e il feedback che viene veicolato attraverso il non verbale – corporeità in primis – è assente; inoltre, la lezione frontale, a distanza, richiede ad ogni studente un maggiore autocontrollo. E come facciamo con gli alunni che hanno esigenze specifiche di movimento? Non si afferma tra l’altro che le diagnosi di ADHD (disturbi da deficit di attenzione e iperattività) sono in aumento? Non si sostiene che stanno crescendo numericamente le diagnosi afferenti allo spettro dell’autismo con comportamenti disadattivi annessi? Non è forse vero che le energie che lo studente deve spendere in termini di attenzione durante una videolezione, sono più elevate? Come possiamo supportare e accompagnare la crescita degli alunni con disabilità, se rinunciamo all’interazione diretta, se non sosteniamo la comunicazione e la relazione?
Flessibilità e accomodamento ragionevole sono parole che nelle scuole superiori paiono bandite dal vocabolario, mentre si insiste molto sulla seguente dichiarazione teorica: tutti hanno gli stessi diritti. Peccato che – come ho ricordato con ardore ai miei colleghi – ognuno abbia i propri bisogni e noi docenti dobbiamo evitare di porre ostacoli allo sviluppo “sano” dello studente, di ogni alunno, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche in termini di salute socio-culturale e dinamico-relazionale. Se l’interazione umana non la vivo in un contesto naturale, ma la confino dietro uno schermo, come faccio a sostenere che ognuno dev’essere protagonista del proprio avvenire? Come faccio a garantire le pari opportunità al di là del dichiarato? Il diritto dev’essere esigibile qui ed ora, perché vi sia un’equità di trattamento. Noi adulti facciamo fatica, molta fatica, a fornire, ad ogni studente-adolescente, ciò di cui ha individualmente bisogno e come facciamo, quindi, a sostenere il pieno sviluppo della persona umana?

L’iperspecializzazione ha fatto aumentare le conoscenze nell’uomo e quindi oggi siamo più capaci di affrontare “cose” che in passato non riuscivamo a immaginare; ci siamo però dimenticati del tutto la persona. A scuola che succede? Semplice: diamo gli ausili necessari, forniamo strumenti di compensazione e poniamo in essere misure atte a dispensare: et voilà, la crescita umana è garantita. Poi, si è freddi in relazione, si usa la mente per ragionare e non il cuore per porsi in relazione. Ciò, immancabilmente, crea un abisso interpersonale che impedisce di fatto di sostenere il processo di insegnamento-apprendimento che è fatto di interscambi pedagogici allocati su un substrato emotivo-relazionale, da attuarsi in un contesto fisico.
I docenti più avveduti e sensibili, nonché preparati, sono comprensivi, psicologicamente parlando, ma spesso dimenticano che il processo di formazione, crescita ed educazione vuole non solo comprensione e rapporto empatico, ma azione, buon esempio, l’accompagnare monitorando e incoraggiando l’agire del discente, vuole il sostenere un percorso di scoperta costante del sapere… Il fine non è anche quello di ammaliare l’adolescente? Non è anche quello di far sì che scopra dentro di sé il piacere e il desiderio di conoscere e interrogarsi, anche in chiave filosofico-esistenziale?

Oggi siamo immersi nella complessità che induce non solo paura, ma un’impasse dettata da difficoltà nel discernere e inoltre tendiamo a non porci più domande. Si dà per scontato che le cose siano così punto e basta. Il dubbio non trova più dimora nel cervello delle persone. Il giovane studente, spesso, si perde nella complessità e l’adulto, talvolta, pur incrociando questo sguardo disorientato, travalica e pensa, anzi crede, che non serva più accompagnare in maniera utile i nostri giovani in quanto il contesto socio-economico ha “cannibalizzato” il loro tempo e la loro attenzione. Non è così: il ragazzo/a desidera essere intercettato/a dall’adulto in classe, vuole essere riconosciuto, desidera confrontarsi, anche se con la propria naturale strafottenza. In realtà vuole essere riconosciuto nel qui ed ora e ci chiede, a suo modo, di aiutarlo a capire, ci chiede a viva voce e con il suo potente non verbale, di farlo diventare consapevole della complessità, vuole essere rassicurato che esiste ancora un futuro anche per lui/lei.
Al nostro ceto politico attuale sta ancora a cuore il futuro del nostro Paese? Pensa e soprattutto crede ancora nel fatto che la cultura e i giovani siano le nostre uniche ancore di salvezza?
La scuola, in realtà, è ancora oggi trascurata nei fatti, tradita nel soddisfacimento dei suoi bisogni specifici e atipici (si pensa ancora che sia un semplice apparato della Pubblica Amministrazione); ed ecco perché a cascata il tutto si riverbera negativamente sull’anello debole della catena: coloro che usufruiscono del servizio, i nostri giovani cittadini studenti.
La miopia dei governanti impedisce loro di avere una visione a lungo termine e la scuola è diventato un ottimo “parcheggio sociale”, dove però non tutti hanno il medesimo spazio. Alle persone con disabilità, ad esempio, viene riservata un’area di sosta ristretta, dicendo loro che si devono adattare, che devono accettare la realtà: «La scuola non può fare di più per te». E la ragazza/o cui viene rivolta questa frase, o scoppia in un pianto irrefrenabile o si adagia e pensa di mollare tutto, di non credere più che gli altri possano almeno venire incontro alle sue precipue istanze pratiche. È proprio così: se non si inizia a rispondere praticamente ai bisogni, ovvero se non vengono date al singolo alunno/a con disabilità congrue risorse orarie e umane, come si può pensare di aiutarlo/a pragmaticamente? L’insegnante specializzato, vecchia guardia qual io sono, non viene neppure ascoltato, a malapena gli si prestano le orecchie pro-tempore, ma c’è una sordità profonda…
«Sai Giovanni, in questi tempi di pandemia, abbiamo tanti problemi». E ancora: «Cerca di fare come meglio puoi». Scusa, insisto, «ma hai capito quali sono i bisogni dell’alunno? Lo hai ascoltato? Penso che noi possiamo fare molto e ti suggerisco che…». La laconica risposta è «non abbiamo risorse». In realtà non si ha più voglia di mettersi in gioco e sebbene si presenti allo staff del Dirigente Scolastico il miglior progetto, declinato con chiari criteri di fattibilità, se va bene ti guardano con aria di sufficienza. In altri casi taluni colleghi pensano bene di aggiungere: «Mi raccomando, fino a che non c’eri tu, noi qui stavamo bei tranquilli». Ecco qual’è il vero anelito dell’adulto docente medio, «stare bel tranquillo», rifugiarsi nel suo tran tran, è il suo modo di difendersi dalla complessità ripiegando sulla rassicurante routine.
Certo, è uno dei modi di fare e di essere un docente: fare in senso stretto il proprio “mestiere”. Oggi pare non si voglia più osare, non si vuole fare quel di più che aiuta a pensare in grande, che corrobora i sogni, che permette di andare oltre, che, in altri termini, permette di intravedere un Progetto di Vita realizzabile e possibile. Ma se non si risponde alle cogenze del presente, come posso mettere la basi e avere la vision del futuro?

La scuola storicamente riveste una posizione marginale e non si vuole collocarla al centro del futuro del nostro Paese; in ogni caso è un luogo di cui si parla spesso, è l’Istituzione ove si riversa un’enormità di aspettative e attese, poiché là dentro ci sono le future generazioni, vi è racchiuso l’avvenire di questa Nazione. Ma come mai allora non viene valorizzata?
Oggi ci vogliono far credere che il fare scuola transita attraverso l’uso efficace ed efficiente della tecnologia. Cercano di persuaderci che la trasmissione del sapere culturale si può effettuare qualitativamente anche a distanza. Non posso più assistere alla passività di come ci si pone di fronte ad una scuola chiusa, senza più studenti, che devono stare a casa, causa Covid-19.
Ma che scuola è quella in cui la comunicazione vis-a-vis, la relazione e la socializzazione non si nutrono più della presenza fisica e corporea in presenza? Ma veramente si crede che la condivisione di un sapere non passo attraverso la mediazione di relazioni interpersonali che, di per sé, per il solo fatto che si instaurino, sono sfidanti?
Da quando nasciamo, il nostro apprendimento personale si sviluppa e si consolida all’interno di una rete di relazioni umane fatta di reciprocità, dello stare in presenza; lo stare insieme è fatto di vicinanza e prossimità. La scuola è al contempo il luogo ove avviene un bagno di realtà e ove si affrontano delle verifiche, ovvero si viene messi alla prova. Ma come pensiamo di fare ciò, senza accontentarci di ridurre il sapere a mera trasmissione di contenuti? È ciò che sta riaccadendo nelle aule virtuali delle superiori: lezioni frontali con microfoni spenti (così non vi è interferenza nella videolezione) e telecamere accese (così controllo). La noia, se va bene, subentra da lì a poco e incomincia l’attuarsi di una serie di accorgimenti tecnici di cui i nostri adolescenti sono ben capaci pur di non farsi cogliere disattenti (la telecamera si spegne, la linea salta, oggi è una giornata particolare…). Al contempo chi ha più bisogno di uno stimolo “umano”, la persona con disabilità psichiche-intellettive, è là ad attendere che qualcuno si accorga di lui (il docente curricolare che presenta un contenuto purtroppo non riesce a controllare con l’applicazione Meet cosa fanno dall’altra parte dello schermo, in quanto sul suo schermo ha la sua bella e interessante slide o libro digitale che sfoglia e non si accorge di alcunché, ma io, se sono copresente, ahimè osservo e mi dico: «Ma questa è ancora scuola?»).

Come però accennavo, non desidero solo effettuare osservazioni e rilevare criticità, voglio anche lanciare – come mia consuetudine e ciò dà fastidio – una proposta operativa.
Tenuto conto che ci troviamo in una situazione in cui la didattica viene offerta in una forma agile, penso che sia utile, per coinvolgere gli studenti con BES e a maggior ragione quelli con disabilità (specie coloro che hanno criticità in ambito cognitivo-apprendimentale), nelle cosiddette “situazioni problematiche”.
La situazione problematica presentata all’alunno è quella in cui ci si può cimentare: leggere e interpretare, pensare e rielaborare, provare e correggere, per migliorare e crescere; è l’essenza stessa dell’agire dello studente. Se ciò è vero anche nella cosiddetta didattica a distanza, necessita offrire agli alunni situazioni problematiche che portino i discenti ad effettuare un’esperienza significativa.
Come fare? Innanzitutto occorre passare dall’assegnazione del “semplice compito” alla presentazione di un compito autentico, ovvero offrire agli alunni l’opportunità di cimentarsi in una situazione problematica aperta. Risolvere un problema aperto, un compito di realtà, permetterà ad ogni alunno di vivere un’esperienza concreta, da ricondurre in un universo di senso, che possa anche afferire ad una componente simbolica significativa per il soggetto. Dare alla classe una serie di consegne di lavoro da svolgere a casa può essere significativo, se queste sono innanzitutto sfidanti, se sollecitano interesse e tengono desta la motivazione; il loro essere aperte permette agli studenti di scoprire soluzioni multiple, indi di poter riflettere su di esse, allorquando si ritorna nell’aula virtuale. Quindi, nell’incontro successivo, in videolezione, ci si confronta sulle varie soluzioni che le varie  coppie hanno trovato (è difficile lavorare in gruppo a distanza, ma a coppie sì) e in questo modo si dinamizza sia la componente tecnico-operativa sia quella socio-relazionale (l’interazione umana si identifica con l’essenza didattico-educativa che rischia di essere negata allorquando si pensa solo a sciorinare conoscenze in presenza e assegnare compiti da svolgere individualmente a casa).
L’assegnare “compiti” con soluzioni plurime permette anche di riflettere sulle varie soluzioni e ciò mette in moto il confronto dialettico. La chiave di volta, per rendere partecipata anche la lezione a distanza, si identifica con la possibilità di offrire ai giovani adolescenti delle superiori situazioni problema che possano permettere anche a loro un’azione di interpretazione dei dati, affinché vengano analizzati da più punti di vista, onde facilitare l’induzione di un processo di riflessione sulle varie soluzioni rinvenibili. Ciò richiede immancabilmente la sollecitazione di vari tipi di processi cognitivi e fra questi l’analisi, la comprensione, l’applicazione, l’elaborazione, la creazione e la valutazione, da farsi a coppie. Se si opera facendo riferimento a situazioni concrete incluse in uno spazio definito, si dà la possibilità anche allo studente in difficoltà e più fragile di rimanere agganciato al processo socio-relazionale avviato in aula e che successivamente si estende a distanza. Avremo la voglia di farlo? Noi docenti desideriamo ancora rilanciare quell’approccio dinamico e pedagogico cui spesso abdichiamo nel nostro agire quotidiano?

Quindi, concludendo, auspico che si superino le posizioni congelate che vengono fatte subire alla scuola, affinché vi sia un nuovo modo di stare al mondo: in relazione, insieme.
Mi batterò affinché si instauri non solo una collaborazione attiva fra docenti curricolari e insegnanti di sostegno, ma perché si possa costruire quella tanto agognata responsabilità soggettiva che noi docenti dobbiamo sentire, al fine di ri-costruire quella cultura che tanto ha caratterizzato il nostro Paese nel corso dei secoli.
Occorre ridare un senso al tutto e invece qui ci stiamo dividendo e da un lato cresce il germe dell’intolleranza, dall’altro la marginalizzazione dei più deboli si fa sempre più evidente, con il mordere della crisi socio-economica.
Occorre ripristinare un senso sociale che sia innanzitutto democratico. La strisciante deriva – poco propensa al confronto -, la si registra infatti anche nelle nostre scuole, quotidianamente. Per affrontare tale triste situazione, occorre avere il desiderio di credere ancora che il dubbio è alla base della co-costruzione della verità.
Occorre re-imparare, innanzitutto noi adulti che educhiamo, che è essenziale porci domande, sviluppare un senso di tolleranza anche nei confronti del non capire pro-tempore, ma avere costantemente il desiderio di dar luogo, nel nostro incedere quotidiano, ad un confronto dialogico, affinché ci si possa dare quella vision ampia che abbia a portarci a far convivere le nostre e le altrui emozioni, oltre a rispettare le idee e i ragionamenti di ciascuno.
Cosa mi preoccupa seriamente? Il fatto di assistere ad una situazione di costante e continuo depauperamento socio-culturale, tale per cui non vorrei che il problema scuola si ammalorasse a tal punto che, anche grazie all’incapacità di analisi e di azione di noi docenti, la tanto decantata inclusione venisse, anche grazie alla didattica a distanza, marginalizzata.

Insegnante specializzato e consigliere di orientamento.

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