Come intervengono sulla disabilità le varie organizzazioni internazionali?

Come intervengono le organizzazioni a livello globale in materia di disabilità? Ne abbiamo parlato con Francesca Ortali, responsabile dell’Ufficio Progetti Estero dell’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), organizzazione che è tra l’altro tra i fondatori, insieme anche alla FISH, della RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo). Potremo così capire cosa si intenda esattamente per “cooperazione circolare”, o “di ritorno”, e cosa siano gli ospedali di comunità, veri modelli assistenziali intermedi, che si inseriscono tra l’ospedale comunemente inteso e l’assistenza domiciliare

Donna con disabilità brasiliana

Una donna brasiliana con disabilità coinvolta nel progetto “Rersus” dell’Associzione AIFO, sperimentazione concreta nel campo delle cure intermedie, promossa nel Paese sudamericano

Dopo avere scritto su queste stesse pagine di Sudan e Uganda [“La disabilità in un Paese dell’Africa tra Covid, crisi economica e stigma” e “Non servono buone leggi che restano sulla carta: in ogni parte del mondo”, N.d.R.], mi ha incuriosito conoscere come le organizzazioni intervengano a livello globale in materia di disabilità: in base a quali criteri agiscono le organizzazioni non governative, ovvero operano le altre organizzazioni?
Grazie al prezioso aiuto di CBM Italia, la componente nazionale dell’organizzazione umanitaria impegnata nella cura e nella prevenzione della cecità e disabilità evitabile nei Paesi in cerca di sviluppo, ho intervistato Francesca Ortali, che nella sua panoramica mi ha spiegato cos’è la “cooperazione circolare”, o “di ritorno”, e cosa sono gli ospedali di comunità.
Ortali è responsabile dell’Ufficio Progetti Estero dell’AIFO ed è antropologa di formazione con diversi anni di lavoro in Indonesia. L’AIFO è l’Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau, organizzazione che opera nel campo della cooperazione internazionale allo sviluppo, realizzando iniziative socio-sanitarie per i diritti degli ultimi, nel segno dell’inclusione sociale.
L’AIFO stessa, va ricordato tra l’altro, insieme a EducAid, DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), alle quali si è aggiunto più di recente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale), ha fondato la RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), alleanza strategica avviata nel 2011 con l’obiettivo di occuparsi di cooperazione allo sviluppo delle persone con disabilità, in àmbito internazionale.

Dottoressa Ortali, com’è gestita l’organizzazione della disabilità nel mondo?
«Le organizzazioni che si occupano di disabilità a livello internazionale si distinguono in due categorie: Federazioni o Consorzi che comprendono organizzazioni non governative e organizzazioni di persone con disabilità che lavorano nei Paesi economicamente svantaggiati (ad esempio l’IDDC, International Disability and Development Consortium) ed esclusivamente federazioni di organizzazioni di persone con disabilità che si occupano di difendere i propri diritti, a livello nazionale, europeo ed internazionale (ad esempio l’IDA, International Disability Alliance)».

Cosa si intende per “cooperazione circolare” o “di ritorno”?
«Il progetto Rersus, gestito dall’AIFO, si inserisce nell’àmbito di una collaborazione in area sanitaria e sociale tra la Regione Emilia-Romagna (Agenzia Sanitaria Regionale, la Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare) e la Rede Unida in Brasile, avviata nel 2014 e gestita attraverso il laboratorio italo-brasiliano di formazione, ricerca e pratiche in salute collettiva, che si tiene annualmente a Bologna.
Si tratta di un progetto pilota che prevede l’attivazione di servizi di cure intermedie in Brasile, all’interno del SUS (Sistema Unico di Salute). Con tale iniziativa si intende organizzare un’unità pilota di cure intermedie nel Municipio di Niterói (Stato di Rio de Janeiro), a partire dal modello di ospedale comunitario (OsCo) promosso nel territorio della Regione Emilia-Romagna. Si tratta quindi di un esempio di “cooperazione circolare” o “di ritorno” che si rivela particolarmente interessante alla luce della pandemia causata dal virus Covid-19».

In parole semplici che cosa sono gli ospedali di comunità?
«Gli ospedali di comunità/OsCo – cosi definiti in quanto sono strutture di ricovero/degenza territoriali – si integrano nella rete dei servizi distrettuali. In genere, ma ci sono varianti, prevedono la presenza di infermieri e operatori sociosanitari (24 ore su 24), con il sostegno di medici di medicina generale e di medici della continuità assistenziale (ex-guardia medica) e/o specialisti.
Si tratta di strutture, o meglio di modelli assistenziali intermedi, che si inseriscono tra l’ospedale, comunemente inteso, e l’assistenza domiciliare. Si rivolgono alle persone/fasce più deboli della popolazione (ad esempio anziani e persone con malattie croniche), per garantirne l’assistenza nella fase post acuta dopo la dimissione dall’ospedale, prima del rientro a domicilio, oppure nella fase di riacutizzazione della malattia cronica, che non necessita però di terapie o diagnostica ad elevata tecnologia, evitando così il rientro in ospedale.
Gli OsCo sono luoghi “aperti” e durante la degenza (media di permanenza massima due-tre settimane) si prevede la presenza dei familiari senza obblighi di orario: prevalgono i bisogni della persona rispetto alla cura medica. La responsabilità dell’assistenza è del personale infermieristico, che gestisce il paziente, fornendo prestazioni diverse (responsabili del Case Management personalizzato)».

Torniamo sulla “cooperazione circolare” per una definizione semplice, istantanea.
«Si può dire sia innanzitutto una comprensione corretta del termine “cooperazione”, ovvero “azioni per mutuo beneficio”, dove entrambe e tutte le parti in gioco agiscono per il reciproco bene.
Negli ultimi tempi, e soprattutto a causa della pandemia procurata dal Covid-19, ci si sente internazionalmente più vicini, perché tutto il mondo sta vivendo la stessa situazione. A nostro parere questa è un’opportunità per utilizzare al meglio le competenze di ciascuna parte del mondo e utilizzarle per il bene comune, togliendo di mezzo la convinzione che da una parte del mondo non ci sia niente da imparare».

In conclusione rincuora sapere che esistano modalità tecniche per rendere l’ospedale parte integrante del territorio. E rassicura il pensiero che esistano pratiche regolarizzate, quindi acquisite dalla letteratura delle buone pratiche, da attuare in materia di Sanità, in cui le parti in gioco agiscono per il reciproco bene. Una mentalità che dovrebbe essere acquisita ovunque, ma che, intanto, esiste sulla carta e qualcuno la mette in pratica.
La disabilità non è una malattia, ma concerne anche le condizioni di salute della persona, quindi le buone pratiche in campo sanitario ricadono su molte persone con disabilità.

La presente intervista è già apparsa in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “La gestione della disabilità a livello internazionale funziona così”). Viene qui ripresa, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione. Francesca Ortali è responsabile dell’Ufficio Progetti Estero dell’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau).

Stampa questo articolo