Essere cieco non può mai essere un “modo di dire”

«Ho sempre amato ironizzare sulla mia cecità – scrive Giovambattista Fortini -, visto che è il miglior modo per farsela amica e camminarci insieme senza darsi troppo fastidio, ma mi è impossibile poter permettere a chicchessia di offendere con tanta leggerezza i ciechi, così come fanno coloro che continuano a citare la storia della gatta frettolosa che fece figli ciechi, ultimo dei quali un articolista del giornale “Il Tempo”. Oltretutto non molti sanno che quella storia ha un seguito assai significativo…»

Gatto che spunta da sotto una coperta

«La storia della gatta che per andar di fretta fece i figli ciechi – scrive Giovambattista Fortini – che ancora troppi usano, offendendo in tal modo tante persone cieche, ha un seguito di cui molti non sono a conoscenza»

Conosco bene il mondo della cecità perché lo vivo in prima persona da decenni, anche se pur dopo decenni non ho ancora del tutto compreso come mi dovrei comportare per essere considerato cieco, visto che a molti viene ancora difficile credere che lo sia realmente. Penso ad esempio all’accanimento di qualche anno fa, da parte delle Istituzioni, nello scambiare per “falsi invalidi” tante persone cieche con una buona autonomia.
Vivendo dunque in prima persona la cecità, mi riesce ben difficile poter comprendere come sia possibile che essa venga ancora ritenuta quale sinonimo di stupidità, o altro spregevole sottinteso, come sembra palesemente trasparire anche da un recente articolo pubblicato dal quotidiano «Il Tempo» (Caso Calabria, adesso il ministro della Salute Speranza si dimetta), ove a un certo punto l’Autore, Francesco Storace, scrive che «la fretta di cacciare Cotticelli ha partorito il classico figlio cieco», senza minimamente pensare a quante persone poteva offendere.

Ho sempre amato ironizzare sulla mia cecità, visto che è il miglior modo per farsela amica e camminarci insieme senza darsi troppo fastidio, ma mi è impossibile poter permettere a chicchessia di offendere con tanta leggerezza i ciechi, senza sapere chi essi siano realmente, visto che proprio questo si intende da quella frase contenente una discriminazione verso un’intera categoria.
E a tal proposito, vorrei far presente all’Autore di quell’articolo che la storia della gatta che per andar di fretta fece i figli ciechi, da cui ha tratto la sua “simpatica” frase offensiva, facendo trasparire e accomunando i ciechi ad altro, ha un seguito di cui molti non sono a conoscenza.
Siccome quindi sarebbe giusto conoscere tutta la storiella, per aver chiaro ciò di cui si parla, vorrei cercare di porre rimedio, offrendo altri possibili spunti all’articolista, con l’auspicio che d’ora in poi non offenda più chi non lo merita.

Molti non sanno, dunque, che la sorella di quella gatta, essendo molto ignorante e altrettanto altezzosa, aveva il vizio di camminare dandosi delle arie, distrattamente e senza andar di fretta, anche quando doveva attraversare le strade, tanto che un giorno, nell’attraversarne una alla sua maniera, fu investita da un’autobotte dell’espurgo. Mentre però esalava l’ultimo respiro, prima di trasferirsi all’altro mondo, qualcuno giura di averle sentito esclamare: «Se avessi avuto la fretta di mia sorella, a quest’ora stavo ancora insieme a lei a godermi i nipotini!».

Mi auguro pertanto che anche quanto scritto serva ad ottenere un maggior rispetto per il prossimo e anche le scuse a tutti i ciechi, vista l’offesa gratuita che non meritano, perché essi non sono mai stati quei “modi di dire” che sin troppo spesso si utilizzano impropriamente.

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