È vera inclusione solo se serve concretamente alla crescita esistenziale

«La burocrazia, le procedure stanno prendendo il sopravvento, mentre le persone passano sullo sfondo», scrive tra l’altro Giovanni Maffullo, e guardando in particolare alle scuole superiori, oltre a soffermarsi sull’«“ipocrisia” del volere in classe a tutti i costi la persona con disabilità» e sulla totale mancanza di formazione sull’inclusione, da parte di dirigenti e docenti, ritiene «indispensabile che un supporto e un sostegno specifico agli alunni con disabilità debba essere concretamente al servizio della loro crescita esistenziale e non solo dell’acquisizione di apprendimenti formali»

Andrew Wyeth, "Up in the Studio", 1965

Andrew Wyeth, “Up in the Studio”, 1965

Con il desiderio di sollevare un dibattito, forse un vespaio, desidero affrontare una tematica che in questi giorni di DDI (Didattica Digitale Integrata) sta emergendo in modo impietoso.
In questo periodo alcune scuole superiori cercano di garantire la presenza nell’aula fisica della classe al solo studente con disabilità che, a fronte dell’aula vuota, semplicemente dice: «Ma la mia classe dov’è?». E alla risposta «i tuoi compagni sono a casa», l’alunno di rimando: «E io perché sono qua, da solo?».
Difficile articolare e contenere tali vissuti connessi con un isolamento percepito e vissuto per più ore con l’insegnante di sostegno o con l’AEC, l’Assistente Educativo e Culturale (talvolta vi è anche il docente curricolare).

Parto da tale constatazione per poter estendere una riflessione al fatto che quasi sempre si vuole, durante il periodo di frequenza scolastica in aula di tutta la classe, che lo studente con disabilità stia per tutto l’orario scolastico in aula con i suoi compagni.
Fermo restando che condivido in sede di principio che ciò è opportuno enunciarlo, tuttavia, nella concretezza di tutti i giorni in aula, con il programma delle discipline che viene sbandierato come indispensabile da affrontare, in realtà lo stare in classe per tutte le ore previste dall’orario scolastico appare una vera e propria forzatura che non giova né allo studente con BES (Bisogni Educativi Speciali) né ai suoi compagni. In altri termini alle scuole superiori, in modo particolare durante il triennio, ciò appare veramente poco congruente alla reale vita scolastica che viene condotta giornalmente nelle aule.

Personalmente, come insegnante specializzato, parto da un semplice interrogativo: la presenza in aula con la classe è utile e preziosa per quell’alunno che ha specifici bisogni? (Qui mi permetto solo di fare taluni semplici e specifici, ma non esaustivi, esempi e al contempo desidero dare il massimo rispetto alle varie situazioni umane).
In ogni caso è fuor di dubbio che, pur non volendo assolutamente ledere la dignità di alcuno, vi sono situazioni di disabilità complesse che vogliono maggiore attenzione e necessitano la profusione delle migliori energie; ne cito solo qualcuna: alunni con bisogni di comunicazione complessi, studenti appartenenti allo spettro dell’autismo con associata disabilità intellettiva, allievi con disabilità psichica e intellettiva grave… si possono e si devono gestire sempre in aula, alla presenza della classe, nella scuola secondaria di primo e secondo grado?
Penso che almeno nel secondo ciclo occorra dire basta all’inclusione in presenza a tutti i costi e per tutto l’orario scolastico; occorre avere anche il coraggio di registrare sul campo, in vivo, che la realtà va affrontata in modo da evitare di essere conniventi con un’idealità non praticabile.
Condivido pienamente lo spirito e gli auspici, nonché le attese che si riversano nell’area dell’inclusione connessa con la disabilità, ma non possiamo ancora far finta che tutto vada bene, che la condizione essenziale per attuare l’integrazione scolastica coincida con lo stare sempre costantemente con la classe, in aula.
Sono stanco di farmi sentire dire: «…Ma tu passerai tutto l’anno a far fare fotocopie, a recarti alle macchinette distributrici di acqua», «Andrai al bar o in cartoleria e in panetteria?».
Talvolta sono incredulo nel registrare ciò che sento, ma appena supero il mio essere temporaneamente basito, ricordo ai miei interlocutori, illustri colleghi curricolari, che i compiti di realtà non devono essere considerati una perdita di tempo, a maggior ragione se il nostro fare didattica si riduce con l’occuparsi di una disciplina seduti al banco con un libro aperto o con un device acceso. Ricordo costantemente loro che il nostro precipuo compito è essere al servizio della crescita del nostro alunno e che lo dobbiamo semplicemente accompagnare lungo un cammino formativo che lo porti ad essere autonomo e non solo ad imparare nozioni che, al termine del curriculum studiorum, saranno poco spendibili nella vita socio-relazionale e nel contesto in cui si vive.

Credo sia ora che le Associazioni di persone con disabilità, quelle della FISH in primis [Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, N.d.R.], propongano al Ministero e lo sollecitino, in sede di Osservatorio Permanente sull’Inclusione, sul fatto che occorre introdurre il criterio di flessibilità da applicare a scuola in base alle effettive esigenze dell’alunno con disabilità da evidenziare in sede di GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).
A mio avviso dovrebbe anche essere previsto, cercando di superare il “diktat” delle Linee Guida del 2009 – spesso invocate per sottolineare l’ineludibilità dello stare tutti insieme in classe sempre e comunque, a prescindere dalle esigenze precipue dell’alunno con disabilità – di “concedere” all’insegnante specializzato anche di lavorare all’esterno dell’aula con finalità di abilitazione dell’alunno; rientrando in seno alla sua classe di appartenenza, quest’ultimo potrà in tal modo testimoniare a se stesso e agli altri che sa fare, che può dare il proprio contributo attivo e fattivo a fianco dei suoi compagni.

Dobbiamo superare ciò che costantemente avviene nelle nostre aule della scuola secondaria e in modo particolare in quelle di secondo grado, ovvero garantire e supportare la mera presenza degli alunni con disabilità in classe, a prescindere dall’effettiva partecipazione a ciò che viene proposto al gruppo classe. Infatti, spesso, il nostro studente con disabilità rimane ai margini dei lavori intrapresi nei gruppi in cui viene articolata la classe, anche in quelle situazioni – poche a dire il vero – in cui si ricorre all’utilizzo di una metodologia didattica attiva.
Personalmente faccio di tutto affinché in classe l’alunno con certificazione di disabilità possa essere riconosciuto e apprezzato (e questo va a supporto della percezione di un senso di autoefficacia, indispensabile per supportare il processo di costruzione della propria autostima, oltre a quello di rafforzamento della propria identità). per ciò che fa e non solo perché è presente nel “qui ed ora”. Essenziale, infatti, è fare partecipando e ciò coincide con il mettersi alla prova per ogni alunno con o senza Bisogni Educativi Speciali. Anche il contributo di questo alunno speciale deve essere valorizzato e non si deve ridurre solo nei termini di mera superficiale socializzazione in presenza: l’interazione, infatti, dev’essere dinamica, ma se il gap è troppo ampio, dapprima devo cercare di colmarlo, compensarlo, e solo poi posso interagire alla pari con spirito di partecipazione funzionale, anche a ciò che si sta co-costruendo insieme: il sapere condiviso.
A scuola si deve poter fare scuola, essere messi alla prova e ciascuno deve assolutamente conquistare delle abilità e competenze spendibili anche con i propri pari, oltre che all’interno dei contesti sociali di appartenenza. Ma veniamo al concreto.
Se io alle superiori accolgo un alunno che non ha acquisito ciò che io definisco la “matematica per la vita” (riconoscere e saper usare in contesto naturale di vita il denaro), cosa posso fare come insegnante specializzato? E se la comunicazione, sebbene vi sia un’intenzionalità comunicativa, non è funzionale, ovvero non permette di instaurare uno scambio dinamico e di avere un’interazione alla pari con i compagni, come affronto tale precipua istanza che caratterizza ogni relazione umana?
Orbene, a mio modesto avviso, va spazzata via l’ipocrisia, secondo la quale necessita – per tutti gli studenti con disabilità – stare in classe per tutto l’orario previsto dalla scuola e dall’ordinamento. Questa mia presa di posizione è supportata non solo dalle realtà che conosco direttamente e indirettamente, ma quanto meno da due ordini di motivi: occorre sia evitare che il genitore pronunci frasi del tipo «se lei porta fuori dall’aula mia figlia/figlio, io la denuncio», sia per evitare, come troppo spesso càpita da parecchi anni, che gli insegnanti che fanno sostegno e che sono alle prime armi affermino di fronte alla classe: «Io faccio sostegno all’alunno…». Incredibile!
Oggi sta semplicemente passando il messaggio che il docente di sostegno espleta un sostegno ad personam da tuttologo e non fornisce più un contributo all’intera classe in termini di socializzazione, comunicazione e relazione, ma aiuta esclusivamente il “diverso”.
Alcuni colleghi specializzati, vecchia maniera, mi si rivolgono dicendo di non illudermi, poiché la deriva dell’inclusione sta dilagando e di recente una carissima collega ha proferito le seguenti parole: «Ma non vedi Giovanni che ci siamo ridotti a fare spesso da badante?». Questa docente, che espleta il suo servizio in un Istituto Comprensivo, viene considerata da molti colleghi di una “oggettività senza freni”. Come faccio a non concordare che oggi, in epoca di DaD (Didattica a Distanza) o meglio DDI (Didattica Digitale Integrata), l’essenza dell’inclusione è stata semplicemente polverizzata?
Un’altra collega di lungo corso, poi, di recente, apostrofandomi, mi ha detto: «Non ti accorgi che anche le famiglie, pur di ottenere un po’ di sollievo, tendono a portare a scuola il loro figliolo anche se sanno benissimo che è solo?». Sigh!

Ma perché affermo che l’inclusione sta segnando il passo? Paradossalmente ciò che riuscivo a fare sino a una decina di anni or sono, senza che vi fossero regole, ma tanta disponibilità e flessibilità, oggi, a causa del predominio delle procedure, non si riesce più a fare. Ad esempio si vuole che la didattica e il sostegno si estrinsechino solo ed esclusivamente durante il canonico orario scolastico, altrimenti vi è un problema di sicurezza nel permanere nei locali scolastici.
La burocrazia, le procedure, stanno prendendo il sopravvento, mentre le persone passano sullo sfondo. Oggi a scuola vi sono più mezzi e strumenti che possono essere messi a disposizione, ma si tende a dimenticare il fine: la crescita della persona umana racchiusa nello studente. Sigh!
Sarò concreto, molto pragmatico, anche se apparirò cinico: l’alunno con disabilità viene tenuto in aula a prescindere che possa realmente e praticamente partecipare all’offerta formativa. Ma come, sono anni che denuncio che i docenti non sono preparati e perché si fa finta che lo siano?
Come ho già sostenuto anche su queste stesse colonne [“Ma il ‘tutto e subito’ è funzionale all’inclusione?, N.d.R.], l’insegnante specializzato deve essere messo in condizioni di poter fare il coach, sia in presenza della classe, sia nella vituperata auletta di sostegno, che non dev’essere un refugium peccatorum, ma un’aula didattica attrezzata anche di neotecnologia all’avanguardia.
E faccio subito un esempio concreto: se l’alunno delle superiori non sa utilizzare il meet, modalità mediante la quale ci si può collegare ad una videolezione e accanto a ciò ha una famiglia che fatica ad aiutare il figliolo (digital divide), va da sé che lo devo allenare nel poter fruire dell’uso del PC e va da sé che non posso farlo in aula con la classe. È indispensabile che, facendo sì che l’alunno operi più volte nel concreto, io abbia ad abilitarlo a fare da solo, ad acquisire le competenze tali da renderlo autonomo; indi, sempre nell’aula speciale, inizierò a fare il collegamento in un ambiente protetto e rassicurante e poi, da solo, lo studente entrerà nell’aula virtuale alla pari dei compagni. Quindi dapprima rendo ogni studente abile nell’usare la strumentazione, rispettando i tempi soggettivi di apprendimento, e poi posso far sì che le pari opportunità si concretizzino in vivo. In tal modo anche l’alunno fragile potrà rispondere in autonomia alle neo istanze-esigenze didattico-disciplinari, vale a dire caricare un elaborato richiesto dal docente, condividere un video con i compagni, partecipare ad un meet con valenza socializzante…

È ora di evitare la mistificazione della realtà in quanto la scuola si basa sull’evidenza. Ne segue che la mera presenza in aula con la classe a ogni costo va superata. Ciò, a mio modesto parere, non restituisce una buona immagine né allo studente con disabilità né alla classe la quale più che accettare, tollera la presenza.
Inoltre, va rivisitato il concetto di uso flessibile del monte ore dell’insegnante specializzato: come mai in periodo di emergenza è sollecitata e in condizioni di normalità è osteggiata? È opportuno che le ore di sostegno si spendano solo durante l’orario scolastico in aula con la classe? Se vi sono evidenti indicazioni specifiche sul fatto che lavorare con un rapporto di 1:1 abbia le sue precipue indicazioni formative e soddisfi un bisogno tangibile, sia all’esterno dell’aula della classe, sia durante l’orario extra-scolastico, perché non farlo? Qual è il problema ostativo che si frappone nell’utilizzo dell’orario di sostegno in maniera più funzionale? In nome e per conto di una dichiarata, ma non praticata, inclusione a tutti i costi?
E vengo ancora alla pratica quotidiana; se un alunno giunge alle superiori non sapendo e non conoscendo cosa sia un portafogli, io cosa faccio? Ho il dovere professionale di concorrere alla sua formazione, facendo sì che possa utilizzare questo semplice strumento, che tutti i suoi compagni usano quotidianamente? Esempi in tale prospettiva ne posso fare a centinaia, ma non voglio dilungarmi per non tediare oltre. E tuttavia occorre urgentemente – questa sì che è una vera emergenza – avviare una massiva formazione di docenti e dirigenti sulla tematica dell’inclusione.

Verso la conclusione di queste mie riflessioni non posso non constatare che i Decreti Legislativi sull’inclusione scolastica sono disattesi nella pratica quotidiana (ad esempio si parla di «PEI-Piani Educativi Individualizzati che vanno «stilati a preventivo», ma, di fatto, non si indicono neppure i GLO-Gruppi di Lavoro Operativo a consuntivo…) e che è necessario innovare e rinnovare le pratiche inclusive. Al contempo auspico che nelle Linee Guida del nuovo PEI (speriamo diventi effettivamente parte integrante del Progetto Individuale), si espliciti che allorquando in sede di Gruppo di Lavoro Operativo si individua che è indispensabile realizzare attività ad personam, ciò diventi praticabile. Credo infatti che sia indispensabile dedicare in maniera specifica un supporto e un sostegno a quegli alunni il cui soddisfacimento dei bisogni sia concretamente al servizio della loro crescita esistenziale e non solo dell’acquisizione di apprendimenti formali.
Se nelle nuove Linee Guida del PEI si evidenzierà che l’essenza formativa dello studente con disabilità sarà quella di accompagnarlo lungo un percorso di crescita volto a potenziarne ad esempio l’autonomia personale e sociale, allora la didattica passerà in subordine. Non si potrà più affermare che le lezioni, sic et simpliciter, si fanno solo in aula, allora sì che ci si potrà porre al servizio della persona e accompagnare l’alunno lungo un cammino, che lo vedrà finalmente protagonista del suo orientamento esistenziale e della sua partecipazione sociale alla vita comunitaria.

Ancora: sta dilagando una prassi in cui, tenuto conto che il territorio, servizio sanitario in primis, non riesce a presenziare ai potenziali incontri del GLO, la scuola decide che, in un’unica giornata, vengano convocati i Consigli di Classe straordinari aperti ai genitori, in cui si sottoscrivono tutti i PEI e i PDP (piani Didattici Personalizzati). Alla faccia della condivisione della programmazione didattico-educativa con tutto il Consiglio di Classe! In questo modo, a mo’ di “BES-Day”, tutti i docenti sono presenti a scuola (due-tre per ogni classe) e insieme ai genitori, in presa diretta, si sottoscrivono PEI e PDP. Ma è questo ciò che si definisce evoluzione dell’inclusione a scuola con tutti gli alunni BES? Sono queste le nuove modalità con cui possiamo definire che il PEI e il PDP sono strumenti condivisi e al servizio dell’inclusione? Non è forse il caso di ribadire, nelle nuove linee guide del PEI, che tale documento di programmazione interistituzionale vada elaborato alla presenza di tutti gli attori?
Basta essere ipocriti nonché accondiscendenti e talvolta apparire pure pusillanimi! È ora che venga scritto nero su bianco che se l’Istituzione Scolastica non adempie a quanto scritto nelle norme e regole, qualcuno ne dovrà rispondere, Dirigente Scolastico in primis. Ed è altrettanto indispensabile, al contempo – altrimenti il “castello di cartapesta” creato non ha solide fondamenta – che i docenti vadano formati e retribuiti congruamente. Il rischio, infatti, è quello testimoniato dai recenti fatti: si prosegue nel dichiarare che bisogna fare della “buona scuola”, ma poi ogni docente da nove mesi è lasciato a se stesso e quindi, a titolo gratuito e di mero volontariato – ma io la definisco responsabilità sociale che mi assumo da cittadino – gli si chiede di formarsi e aggiornarsi a proprie spese. Perché anziché chiedere ai docenti di fare, non ci si chiede: ma cosa ha deciso di fare il Ministero dell’Istruzione per il personale della scuola? Come si fa a chiedere un sempre maggiore impegno e abnegazione se poi, concretamente, il docente non è stato congruamente formato all’utilizzo della Didattica a Distanza e della Didattica Digitale Integrata? Se si nega il bisogno di allocare specifiche e ingenti risorse economiche per la formazione dei docenti, perché poi ci meravigliamo che il PEI e il PDP vengano vissuti come meri atti burocratici e ulteriori adempimenti amministrativi?

Spesso, specialmente nell’ultimo anno solare, mi chiedo se il fine ultimo del mio lavoro non sia anche quello di rischiare nell’azione del servire. Sì, considero il mio lavoro anche un “servizio” a disposizione dell’altro, ovvero una relazione di aiuto nel senso più nobile del termine, ma, al tempo stesso, credo che sia necessario rischiare. Non voglio solo rispettare le regole e l’applicazione pedissequa delle norme, ma voglio anche rischiare. Non voglio solo celare le mie attività didattico-educative dietro il paravento della realizzazione di un programma ministeriale. Non voglio essere un “servo pigro” che si limita a occuparsi di facilitare e mediare l’apprendimento di contenuti disciplinari. Credo che ogni docente debba mettersi in gioco, rischiare, insegnante specializzato in primis. Occorre osare, superare l’atteggiamento di indifferenza che sta contaminando negativamente l’intera società umana. Occorre andare oltre la propria pace e sicurezza per sé, lasciandosi condizionare dal contesto di disvalori. Io credo che sia il nostro operare sinergico che debba essere risupportato nella classe dei docenti, ma come? Iniziando innanzitutto a formare le persone al primato della corresponsabilità del NOI.
Andiamo oltre, superiamo l’impasse di un’inclusione incistata, tanto dichiarata quanto faticosamente perseguita e realizzata in poche situazioni. Premiamo lo spirito di iniziativa che talvolta viene tarpato da rigidità procedurali che anche i Dirigenti Scolastci, in alcune occasioni, introducono nelle prassi scolastiche. Infatti, nonostante il DPR 275/99 conferisca autonomia alle istituzioni scolastiche e responsabilità di programmazione agli Organi Collegiali, troppo spesso questi ultimi abdicano al loro ruolo di interlocutori delle disposizioni che i Dirigenti Scolastici impartiscono.
E chiudo con un’esortazione: sebbene la classe docente non sia opportunamente valorizzata, non è il caso di abbandonare quel dilagante disimpegno sociale che fa sì che ci si adagi, per il quieto vivere, nell’ipocrisia dell’esistenza scolastica quotidiana?

Insegnante specializzato e consigliere di orientamento.

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