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“Bianco è il colore del danno”: non una semplice biografia

Copertina di F. Mannocchi, "Bianco è il colore del danno"Bianco è il colore del danno (Einaudi, 2021) è il titolo dell’ultimo libro di Francesca Mannocchi, giornalista freelance che si occupa di migrazioni e conflitti, e collabora con numerose testate, italiane e internazionali, e televisioni. Mannocchi ha realizzato reportage in Siria, Iraq, Yemen, Palestina, Libia, Libano, Afghanistan, Egitto, Tunisia, Turchia e ha vinto numerosi premi giornalistici (tra cui il Premio Ischia, il Premio Giustolisi e il Premiolino 2016). Nella sua ultima pubblicazione, però, non racconta altre persone o altre realtà, racconta se stessa e il suo diverso modo di percepirsi e guardare il mondo da quando, quattro anni fa, ha scoperto di avere la sclerosi multipla, patologia cronica per la quale, com’è noto, al momento, non esiste cura.

Bianco è il colore del danno non è una semplice biografia. Elaborata con la competenza di chi scrive per mestiere e ha dimestichezza con l’analisi critica, l’opera descrive con estrema lucidità, e senza concessioni al “politicamente corretto”, la sconvolgente esperienza di chi non nasce con una disabilità, ma la incontra in un momento successivo della propria vita.
«Vedo un uomo in carrozzina, so che non si dice carrozzina, si dice sedia a rotelle, insomma lo vedo e penso: meglio a lui che a me. Penso ancora: io così non ci finisco. Mi sento un essere umano spregevole. Il malato è cattivo?» (pagina 106).

Esiste un prima ed esiste un dopo. Quando il corpo ti tradisce, cambia la percezione di sé e, inevitabilmente, anche tutte le relazioni, a partire da quelle più strette. Cambia il rapporto col proprio figlio, con i propri genitori, col proprio compagno.
La relazione con il figlio è un filo rosso che attraversa il libro. «Non mi spaventa tanto la sedia a rotelle, mi spaventa che mio figlio abbia una madre su una sedia a rotelle. […] Com’è la madre danneggiata di un figlio appena nato?» (pagina 47). «Che madre sono se non ti accudisco? Di più: che madre sarò se non potrò accudirti, e non per mia volontà? E oltre: è dunque solo l’imperativo dell’accudimento a fare di una donna una madre?» (pagina 157).

Sono messi in discussione i modelli femminili («La rinuncia è stata il freno della mia vita, l’esempio che le donne mi hanno dato, è stata il loro sacrificarsi per gli altri, sacrificarsi anche per me», pagina 113), e in primo luogo quello materno: «A chi “aspetta un figlio” (locuzione in cui la donna è già scomparsa, passiva, nella tela dell’attesa) corrisponde uno schema sacrificale, tendenzialmente asessuato, privo del diritto all’infelicità. Chi aspetta un figlio è comunque docile, finalmente risolto, grosso modo addomesticato. L’immagine materna è insindacabile» (pagina 154).
Va da sé che Mannocchi non si fa alcuno scrupolo a disattendere le aspettative sociali, quando queste non corrispondono al suo sentire.

Cambia poi il rapporto con il tempo: «Ora so che il tempo non mi appartiene più, che il tempo è un’attesa» (pagina 75). «Ho imparato in fretta che il malato vive nel presente, tende a seppellire il passato, perché il passato è la stanza ancora in ordine, e trascura il futuro, perché è il tempo del potrei ma non so» (pagina 91).

Nel suo percorso l’Autrice impara che si può venire a patti con la malattia: «[…] non posso guarire ma posso ri-conoscermi attraverso la malattia. […] Non posso spostare indietro l’asse del tempo, ma posso provare a non essere schiacciata dal passato e dal futuro» (pagine 90-91).
Mette a fuoco, inoltre, quanto sia fondamentale la sanità pubblica. Quando, non potendo aspettare i tempi della lista d’attesa per eseguire una risonanza, Mannocchi si risolve a ricorrere alla sanità privata, osserva: «[…] il senso di minorità arriva prima della consapevolezza dell’ingiustizia che stai subendo. Dovrei pensare: pago le tasse, la risonanza presto e a spese del Servizio sanitario nazionale è un mio diritto, non un capriccio. Invece penso: non me lo posso permettere. Questa è la vergogna» (pagina 132).

Il tema della vergogna ricorre infine anche quando Mannocchi riflette sullo sguardo degli altri. C’è «un corpo traditore che ci rende nudi allo sguardo degli altri. La vergogna è questa cosa qui. Ci rivela l’inesprimibile di noi, e ci rivela cosa siamo per gli altri, quanto valiamo nel catalogo dei vivi, ora che siamo guasti» (pagina 138).

Come detto, Bianco è il colore del danno non è una semplice biografia. Una biografia racconta la vita di una persona, e nel testo c’è anche questo, una narrazione senza sconti della vita dell’Autrice e della sua famiglia. Ma ci sono modi e modi di raccontarsi. E Mannocchi, nel farlo, esprime, neanche troppo velatamente, una visione politica e uno sguardo femminile sul mondo.
Nell’analizzare la condizione delle donne con disabilità si fa solitamente riferimento alla loro doppia discriminazione (esiste un’ampia letteratura su questo). Nel testo questa espressione non è mai utilizzata, ma la doppia prospettiva, quella della donna e quella della persona che si scopre disabile, è costantemente presente, nel tenace tentativo di tenere insieme la Francesca che è stata con la Francesca che è. (Simona Lancioni)

Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa), e viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.