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Una persona di fiducia vicina alle persone particolarmente fragili in ospedale

In primo piano mano di assistente che stringe quella di una persona disabile ricoverata in ospedale, di cui si vede il volto sfuocato sullo sfondoChe un caregiver familiare debba essere accanto a una persona con disabilità grave ricoverata in ospedale, anche (e soprattutto) in questi tempi di pandemia, lo scriviamo da molti mesi su queste pagine, riprendendo anche gli appelli in tal senso lanciati da varie Associazioni.
«Il caregiver familiare – avevano scritto ad esempio le Associazioni romane Hermes e Oltre lo Sguardo, in una lettera inviata qualche tempo fa al Ministero della Salute, della quale avevamo ripreso i contenuti – è una figura affettiva che, proprio per il fatto di avere ricoperto a lungo il ruolo di prestatore di cura e, al contempo, di facilitatore tra la persona non autosufficiente e il resto del mondo, rappresenta una risorsa indispensabile e universalmente riconosciuta per qualsiasi approccio terapeutico complesso, a maggior ragione in contesti di emergenza come quelli che occorre affrontare in una pandemia, dove la scarsità di risorse umane è costantemente in sovraffaticamento. Per questo motivo appare indispensabile e urgente effettuare un protocollo obbligatorio, non più lasciato al giudizio insindacabile di un direttore/dirigente sanitario, che permetta la presenza del caregiver familiare per le persone non autosufficienti affette da Covid in ospedale sin dal loro ingresso in pronto soccorso e nei reparti di degenza, fino alle aree di terapia sub-intensiva».
Su linee analoghe si erano quindi espresse anche altre Associazioni, tra cui l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), che dopo il caso riguardante una donna con sindrome di Down, morta per Covid al Policlinico di Catania, lontana dai familiari che sempre si erano presi cura di lei, aveva sottolineato, tramite le parole della propria presidente Tiziana Grilli, «la necessità di un protocollo che preveda la presenza di un caregiver accanto alla persona con disabilità grave ricoverata».
L’importanza di tale questione, poi, era stata ancora una volta evidenziata da una situazione come quella denunciata dal quotidiano livornese «Il Tirreno», con l’articolo intitolato Disabile al 100% sparito all’ospedale di Livorno: «Nessuna notizia, era come disperso, sulla quale pure ci eravamo soffermati qualche settimana fa.

È quindi con particolare piacere che registriamo ora la mozione approvata dal Comitato Nazionale per la Bioetica, importante organo consultivo della Presidenza del Consiglio, che svolge funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre Istituzioni, oltre ad informare l’opinione pubblica sui problemi etici emergenti.
In tale documento, infatti, intitolato La solitudine dei malati nelle strutture sanitarie in tempi di pandemia (disponibile integralmente a questo link), si legge tra l’altro che «pur con la precauzione e la prudenza necessarie per far fronte alla condizione di emergenza, si faccia ogni sforzo possibile anche all’interno delle strutture ospedaliere per assicurare la presenza di almeno un familiare, o di una persona di fiducia, in particolare nelle situazioni più gravi, nelle fasi terminali e per i pazienti in condizioni di particolari fragilità». (S.B.)

Ringraziamo per la segnalazione l’AIPD Nazionale (Associazione Italiana Persone Down).