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Nello spazio siamo tutti persone con disabilità!

Simulazione di un volo spaziale con una persona con disabilità (immagine concessa dall'ESA)

Simulazione di un volo spaziale con una persona con disabilità (immagine concessa dall’ESA)

«Nello spazio siamo tutti disabili. Non siamo fatti per viverci. Manca l’aria e quindi i suoni, manca la gravità e non ci si muove così come siamo abituati a fare sulla terra. Ma abbiamo trovato il modo e la tecnologia di adattarci all’ambiente e di abitarci». Parola di Ersilia Vaudo-Scarpetta, astrofisica e Chief Diversity Officer dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea). E allora perché non rendere lo spazio accessibile a tutti? «Lavoriamo per l’umanità, ma quale umanità se iniziamo a escluderne una parte?»: il 16 febbraio scorso, dunque, l’ESA ha annunciato di aver riservato due posti da astronauta a candidati portatori di specifiche disabilità fisiche.
Luca Parmitano, il primo italiano ad effettuare un’attività extraveicolare , il 9 luglio 2013, ha però sottolineato che «il progetto Parastronaut sarà uno studio di fattibilità e per questo non possiamo garantire che il parastronauta volerà nello spazio, ma metteremo tutto il nostro impegno per capire come adeguare i programmi». È una decisione che sembra un viaggio nel futuro, dove un «astronauta è sempre un astronauta che abbia o meno una disabilità» chiosa Vaudo-Scarpetta.

Negli anni scorsi, l’ESA aveva già effettuato alcuni voli “a parabola” per simulare condizioni di microgravità, coinvolgendo otto giovani con disabilità, tra cui l’italiano Francesco Vassallo, accompagnato dall’astronauta Maurizio Cheli.
Atterrare all’ESA è come salire su una navicella spaziale e avventurarsi su un pianeta alieno, in cui la diversità è un valore aggiunto e non una bella réclame da regalare al pubblico. «È semplicemente il nostro DNA di scienziati e quello di un ente composto da ventidue Paesi in cui si parlano diciotto lingue», prosegue Vaudo-Scarpetta. «Nazioni che hanno culture e storie diverse, ma che insieme sono riuscite a realizzare cose che nessun Paese da solo sarebbe stato in grado di fare, come l’atterraggio della sonda Rosetta sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenk a miliardi di chilometri dalla terra».

Vaudo-Scarpetta è un’astrofisica e lavora all’ESA dal 1991. Nel 2015, il direttore generale uscente Jan Woerner l’aveva chiamata a dirigere l’ufficio che si occupa delle diversità e dell’integrazione. «È stato volutamente scelto un approccio scientifico al problema, un punto di vista che non fosse solo legato al mondo delle risorse umane. Si voleva dare alla questione un’importanza strategica».
Da marzo il timone del comando passerà all’austriaco Josef Aschbacher, già direttore dei programmi di osservazione della Terra dallo Spazio dell’ESA. «Mi aspetto un’ulteriore accelerazione di questo processo. Molti studi dimostrano che le imprese che si impegnano nella diversità ottengono nel tempo risultati migliori. È la capacità di ibridare il pensiero, di guardare le cose da punti di vista differenti, dando luogo a visioni più dettagliate, sfaccettate e ricche. Inoltre, le giovani generazioni, nella scelta del loro futuro lavorativo, non guardano solo al tipo di business, ma scelgono le aziende che hanno ed esprimono valori. È una spinta inarrestabile», continua l’astrofisica.

Da un paio d’anni all’ESA è attivo un programma per l’inserimento di neolaureati con disabilità. « Sono una ricchezza che non vogliamo farci scappare, le persone con disabilità hanno un pensiero laterale e fuori dagli schemi che ci è molto utile. In un certo senso ci ascoltiamo a vicenda e impariamo gli uni dagli altri». E ricordiamo anche l’impegno di Samantha Cristoforetti, che nel 2014 ha realizzato con la pattuglia aerea di piloti con disabilità italiani WeFly! Team l’iniziativa WeFly! Con Futura… osa volare, per sensibilizzare l’umanità sull’importanza di lottare contro i pregiudizi, ritenendo la disabilità non un limite bensì un’opportunità.

Il bando prodotto dall’ESA chiarisce il tipo di disabilità: un’amputazione a livello dei piedi o sotto le ginocchia, una forte differenza di lunghezza delle gambe o una statura inferiore ai 130 centimetri. «Per scegliere i criteri ci siamo avvalsi della collaborazione del Comitato Paralimpico Internazionale e abbiamo considerato i vincoli delle attuali navicelle e della stazione orbitante. Non parliamo di quote, i criteri di selezione per quando riguarda le conoscenze e le abilità sono gli stessi degli altri candidati, tutti devono essere nelle stesse condizioni di sicurezza e offrire le stesse performance operative. Andranno nello spazio? Se ci saranno le condizioni sì, altrimenti rimarranno tra le riserve». E lavoreranno con un team di esperti per lo studio delle soluzioni abitative e tecnologiche per la loro permanenza nello spazio o parteciperanno alle missioni simulate.
«Questa è la vera promessa che dobbiamo fare – conclude Vaudo-Scarpetta. – Così come bisogna lavorare anche a un’ulteriore promessa: avvicinare le bambine al mondo delle materie scientifiche. C’è un dream gap, ovvero il fatto che le bambine non pensano di poter essere in grado di diventare astronaute. Bisogna restituire loro questo sogno. Anche con piccoli gesti come la “Barbie –Cristoforetti” che stiamo realizzando con la Mattel. Piccoli e grandi passi che devono essere irreversibili».

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Ersilia Vaudo-Scarpetta: «Un Parastronauta? Nessuna sorpresa, nello Spazio siamo tutti disabili»”). Viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.