Bene il powerchair football sul palco di Sanremo, ma va migliorato il linguaggio

«La presenza al Festival di Sanremo di Donato Grande campione di powerchair football e giocatore della Nazionale di questa disciplina – scrive Claudio Arrigoni -, è stata una grande occasione per mostrare che lo sport può essere praticato in qualunque condizione e che a nessuno può e deve essere precluso di potersi divertire e affermare attraverso lo sport stesso, ma la rappresentazione di quella partecipazione, e soprattutto un certo linguaggio, denso di abilismo e pietismo, devono cambiare, perché il mondo è cambiato e la cultura ha fatto passi avanti nella percezione della disabilità»

Zlatan Ibrahimovic e Donato Grande

Donato Grande, campione di powerchair football e giocatore della Nazionale di questa disciplina, insieme a Zlatan Ibrahimovic sul palco del recente Festival di Sanremo

Non è la prima volta che la disabilità è stata rappresentata al Festival di Sanremo. A volte si trattava di arte e l’arte, come lo sport, sa mettere in mostra le abilità. Momenti sublimi quelli con la musica di Ezio Bosso, emozionanti con la danza di Simona Atzori, incisivi con la recitazione di Antonella Ferrari, proprio in quest’ultimo Festival. Erano loro con la loro maestria a parlare. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Per fortuna, viene quasi da pensare ora, dopo avere ascoltato con quali parole, e anche con quale tipo di rappresentazione, conduttore e autori hanno cercato di raccontare la disabilità, in questo caso lo sport paralimpico.
È accaduto quando sul palco è salito Donato Grande, campione di powerchair football e giocatore della Nazionale di questa disciplina, che rappresentava lo sport paralimpico italiano tutto.

Chiariamo: è stato importante che quell’intervento ci sia stato e che Donato fosse presente. Una grande occasione per mostrare che lo sport può essere praticato in qualunque condizione e che a nessuno può e deve essere precluso di potersi divertire e affermare attraverso lo sport stesso. Quindi, è stata una buona cosa che Grande sia stato invitato a Sanremo e che milioni di persone abbiano potuto conoscere uno sport come il powerchair football. Bene, inoltre, hanno fatto Marco Rasconi, presidente della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), e Andrea Piccillo, presidente della FIPPS (la Federazione a cui fa riferimento anche il powerchair hockey, altra meravigliosa disciplina paralimpica, dove gli Azzurri nel 2018 sono diventati campioni del mondo) a sottolinearlo nei loro commenti. Un momento importante, da ricordare anche.
Era doveroso e giusto fare questa premessa. L’analisi però non deve e non può fermarsi qui. Perché non è accettabile che un professionista della comunicazione come Amadeus utilizzi ancora termini come “portatore di handicap” o espressioni come “soffre di disabilità” davanti a milioni di persone. O che legga quattro frasi sul fatto di non parcheggiare senza permesso sui posteggi dedicati a chi ha una disabilità, usando quella distanza fra “noi” e “loro”, i “fortunati” che non ne hanno bisogno e i “poverini” che li devono usare.
È apparso, ma questa è magari solo un’impressione, che Ibrahimovic fosse il campione e Grande un suo tifoso, mentre su quel palco i campioni erano due e sarebbe stato bello far percepire meglio aspetto. E questo malgrado Donato Grande abbia cercato di mostrare e raccontare le abilità degli atleti paralimpici.
Una rappresentazione del genere, densa di abilismo e pietismo, deve cambiare perché il mondo è cambiato e la cultura ha fatto passi avanti nella percezione della disabilità, soprattutto attraverso lo sport e l’arte.
Ormai da decenni si è invitati a usare il termine “persona con disabilità”, semplicemente, ricordando che la disabilità non è un concetto assoluto, ma dipende dall’ambiente e varia nello spazio e nel tempo. L’attenzione è sulla persona, la sua condizione, se proprio serve esprimerla, viene dopo. Alle Paralimpiadi si è invitati a farlo da oltre trent’anni e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – che fra l’altro è la Legge 18/09 dello Stato Italiano – lo ha sostanzialmente codificato all’inizio di questo secolo. Non “diversamente abile”, “disabile”, “handicappato”, “portatore di handicap”, “invalido”. Nessuno si porta appresso l’handicap, un termine che non ha più senso da decenni. Usare termini che implichino il concetto di “sofferenza” (“è afflitto da”, “soffre di” ecc.), per indicare una persona con disabilità è una forma abilista, che la pone come una vittima, da aiutare, non come una persona che può dare un contributo importante alla società. Confondere malattia e disabilità è sempre sbagliato, ma sul linguaggio corretto si potrebbe continuare.
Le parole non devono mai discriminare e devono sempre essere rispettose di ogni condizione. Ecco perché occorre usarle nella maniera giusta. Sono importanti, mostrano il grado di civiltà di una società. L’uso corretto delle parole è una maniera per comprenderlo.

Ma per chiudere con una nota positiva, tornando alla premessa iniziale, va ribadito essersi trattato di un momento importante che speriamo abbia un seguito. Usiamo proprio le parole di Donato Grande, che è stato bravissimo in quella situazione, per capirlo meglio: «Sono riuscito a esternare maggiormente la comunicazione non verbale con gesti atletici importanti, come i twist (piroette), emozionando, spero, il pubblico da casa, rispetto alla comunicazione verbale. L’emozione, la tensione di cinque ore di attesa mi ha giocato brutti scherzi e mi hanno bloccato. Prima di salire sul palco avevo in mente così tante cose da dire sul powerchair football e sulla federazione che si occupa anche del powerchair hockey che voi non avete idea. Al di là di questo, molti genitori di bambini in carrozzina elettrica mi hanno già contattato, dicendomi che da ieri per il loro piccolo sono il loro idolo e che vorrebbero tanto giocare anche loro a calcio! Io ho promesso loro che offrirò tutto il mio supporto affinché il loro bomber possa presto giocare a calcio e ho detto che la Federazione è pronta a sostenerli».

Testo  già apparso in “InVisibili“, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Sanremo, la disabilità e un linguaggio da migliorare”. Viene qui ripreso – con alcuni riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

Stampa questo articolo