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Un bel “pesce d’aprile”… ma bello davvero!

Vaccinazione anti-Covid a persone con didabilità

Vaccinazione anti-Covid a persone con didabilità

Fortunatamente che fosse il 1° aprile lo ricordai dopo. Se ci avessi pensato prima, mi sarei creduto vittima del solito scherzo, anche se il clima del Paese (e del paesino dove vivo) non è tanto adatto ai pesci d’aprile…
Facciamola breve: sono passati novanta minuti o poco meno dalla prima telefonata di preavviso all’avvenuta vaccinazione. Quasi tutto perfetto e dico sul serio, non è la solita battuta che i vecchi marinai liguri facevano mentre la nave affondava…
Siamo stati abbastanza bravi; abbiamo raccolto due grossi faldoni di documentazione clinica di Silvia [la figlia con grave disabilità di Giorgio Genta, N.d.R.], documenti di identità e tesserino sanitario dei tre vaccinandi (lo scrivente, Silvia e l’infermiera che ci coadiuva al mattino), tirata giù la bimba dal piano di statica sul quale era stata appena posta, caricata la medesima sulla carrozzina e caricata anche la carrozzina con i soliti 70 chili di accessori: bombolino di ossigeno, due saturimetri, zainetto tattico con pallone Ambu e vari farmaci di pronto intervento, nonché guanti sterili, sonde tracheali, nasini umidificatori per la tracheo, secondo zainetto griffato con cambio completo di vestiario (Silvia, come il Diavolo, veste Prada e infatti abbiamo seguito tutte le regate di Luna Rossa nella Coppa America alla 4 del mattino…), occhiali da sole, visiera parasole e poncho argentino assai comodo, perché privo di maniche da tirare su per la vaccinazione. Per una lieve dimenticanza è rimasto nella stanza di Silvia l’aspiratore tracheale a batteria, apparecchio veramente indispensabile. Uno sciocco pensa: «Poco male, tanto ne abbiamo uno di riserva in macchina».

La mamma di Silvia non l’abbiamo dimenticata, ma era necessario che qualcuno restasse in casa per evitare che i soliti ladri ci facessero loro il “pesce d’aprile”!
Carichiamo quindi i risultanti 110 chili (40 di Silvia + 70 di accessori) sul vecchio fedele Viano, fortunatamente dotato di robusto elevatore e, con un silenzioso ringraziamento al dio che più vi piace o al santo di turno, in un lampo copriamo i 9 chilometri circa che ci separano dall’Hub vaccinale.
Troppo facile? Mica tanto, perché i suddetti chilometri sono della mitica via consolare Aurelia, il cui tracciato risale più o meno ai tempi di Gesù, con modeste migliorie napoleoniche. E sia i legionari che i figli della Rivoluzione Francese, pur andando a piedi, la trovavano un po’ strettina…
L’Hub vaccinale è al centro di uno dei borghi più belli d’Italia, in un complesso conventuale trasformato in centro congressi (incidentalmente già sede di alcuni convegni della Federazione Italiana ABC-Associazione Bambini Cerebrolesi) di non facilissimo accesso, ma splendidamente privo di barriere architettoniche grazie ad ardite rampe a norma di legge, armonizzate con lo stile del sito (credo XIV secolo).

Se a questo punto non avete indovinato il borgo, molto frequentato dai biker, non posso proprio suggerirlo, perché l’Azienda Autonoma locale è un po’ in arretrato con le mie spettanze mensili (un bicchiere di lumassina e un pezzo di focaccia…). E non pensate vi creda poco svegli, quello poco sveglio sono io, perché l’ultimo mio sonno è del pomeriggio antecedente, la notte essendo dedicata al mio vero lavoro (“guardiano di notte” e di mattina, orario di lavoro 18 ore su 24). Per una più agevole comprensione del testo, effettivamente un po’ criptico, confido che il redattore che mi ospita letterariamente guarnirà il tutto di decine di richiami ad ipertesti esplicativi… [si veda ad esempio, su queste pagine, il testo di Giorgio Genta, “‘Guardiano di notte’, ovvero disabilità, fislosofia, caregiver e molto altro”, in cui si parla del suo libro “Guardiano di notte ovvero Le diecimila e una notte con Silvia e non con Sherazade”, N.d.R.].

Facciamola breve: siamo all’interno del grande salone operativo dello staff vaccinale, ove si prodigano una cinquantina tra medici, infermieri e amministrativi, nonché volontari della Croce Rossa, della Protezione Civile, degli Alpini (in omaggio al generale Figliuolo?) e tutto è organizzato assai bene.
Superati gli scogli burocratici in pochissimi minuti (sanno già tutto! Sarà la “fama” di Silvia, come lei crede, o la magia dell’organizzazione telematica?), ci manca solo un dato: quel misteriosissimo numerino di 20 cifre stampato piccolissimo in basso sul retro del tesserino sanitario. Quest’ultimo, naturalmente, ce l’ho già in mano, mentre mi accorgo di avere scordato in macchina il secondo aspiratore tracheale e che quindi spero in bene…
L’organizzazione non è mai stata il mio forte, mentre nell’Hub è di casa e gentilmente ci permettono di usufruire di una bellissima postazione di primo soccorso, ove troneggia un ipertecnologico aspiratore di un bel giallo canarino, efficace quanto il personale che lo gestisce.
Oplà, pochi attimi e siamo tutti vaccinati (prima dose di Pfizer), Silvia come “ultrafragile”, io come caregiver settantacinquenne e l’infermiera come personale sanitario, nel pieno rispetto della legge vigente. Ci attendono tra ventuno giorni – noi contenti, loro non so quanto -, per la seconda dose.

A questo punto possiamo togliere quel “quasi tutto” (perfetto) dall’incipit iniziale: tutto davvero perfetto, perché alle 13.15 siamo a casa, grazie anche al fatto che a quell’ora sia i legionari romani che i rivoluzionari francesi mangiano…
Silvia mangia in perfetto orario, dalla stomia gastrica, guardando come vanno le vaccinazioni in TV. Io la solita foglia di insalata!

Federazione Italiana ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi) (abcliguria@gmail.com).