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Scuola: servono cura e ascolto, ma anche relazione e socializzazione

Albert Anker, "Die Dorfschule von 1848" ("Scuola di villaggio del 1848"), 1896, Basilea, Kunstmuseum

Albert Anker, “Die Dorfschule von 1848” (“Scuola di villaggio del 1848”), 1896, Basilea, Kunstmuseum

Dopo avere letto su queste stesse pagine gli interessantissimi e stimolanti articoli di Salvatore Nocera, e in particolare Non si dissolve, con la pandemia, il diritto all’inclusione scolastica, ho cominciato a riflettere su questa situazione in cui si attuano, di fatto, le tanto temute “microesclusioni” che già da un paio di lustri si stanno, in modo strisciante, affermando nella prassi scolastica, complice l’impreparazione del personale docente e spesso dei dirigenti scolastici.
Chiaramente non posso non condividere appieno le proposte che vengono sostenute da Nocera, ma al contempo desidero fare un passo più in là e pensare a quello che la didattica a distanza è diventata, ovvero un non spazio, un non luogo e al contempo tutti confinati, docenti e discenti, rigorosamente in casa (tranne le eccezioni nefaste che si sono reiterate: solo le persone con disabilità in aula, se la trovavano aperta, con il loro insegnante di sostegno. In altri casi gruppetti di alunni con Bisogni Educativi Speciali che, oltre a stare fra loro, a rotazione erano affiancati dall’insegnante specializzato. Ho già scritto, su queste pagine, che da figura di sistema, come insegnanti specializzati rischiamo di diventare  “badanti”!).

Partiamo dall’assunto che le norme sin dal precedente anno scolastico sono chiare, ma che esse vengono rigorosamente disattese e che nella realtà dei fatti ciò che si garantisce è la mera presenza a scuola degli studenti e delle studentesse con disabilità, le cui famiglie hanno chiesto di far frequentare le lezioni a scuola (a tal proposito va evidenziato che ci sono dirigenti scolastici che neppure chiedono alle famiglie se vogliono mandare i loro figli a scuola).
Pragmaticamente il diritto enunciato, anche nell’ultima Nota Ministeriale n. 662 del 12 marzo, diventa non esigibile e quindi svuotato di senso, poiché le Istituzioni Scolastiche non lo mettono in pratica e a questo punto mi chiedo se la scuola è aperta, perché non è inclusiva? Si abbia il coraggio, politico-sociale, di chiuderla per tutti!
Al di là della provocazione, provo a cercare di fare una breve disamina del perché siamo giunti a tale deriva, ciò che sempre su queste colonne avevo già evidenziato con forza, una deriva accelerata dal Covid, cercando un filo rosso che connetta il “tutto e subito”. Cercherò quindi di esprimere una proposta potenzialmente utile, per dare a tutti, docenti e studenti, suggerimenti operativi che possano rimettere in moto innanzitutto il pensiero. Al contempo, infine, proverò ad offrire spunti utili per realizzare attività pratiche a valenza inclusiva, per sostenere, anche se a distanza, il desiderio di partecipare.

Quando si entrava nell’aula delineata fisicamente, voleva dire incontrare gli alunni e le alunne della classe, incrociare sguardi, voleva dire cercare di prendere in considerazione alcuni aspetti tangibili che appartengono al vivere quotidiano di ogni persona, di qualsiasi età: il tempo, lo spazio e la comunicazione, che è alla base delle interazioni umane.
Noi viviamo costantemente in uno spazio e in un tempo e il tempo della classe è un tempo comune in cui si costruisce una storia collettiva che concorre a creare un senso di appartenenza. (I “miei” specializzandi di sostegno, in sede universitaria, vengono da me pungolati affinché ricordino che, come insegnanti specializzati, abbiamo la responsabilità di  realizzare un cammino insieme agli studenti con disabilità e che le nostre storie personali di docenti di sostegno incrociano, immancabilmente, le loro storie. Infatti, è proprio partendo dall’altro che, insieme, possiamo esplicitare sul campo un’efficace azione di accompagnamento lungo quella direttrice di “sana formazione” che porterà il nostro alunno con disabilità, al pari degli altri compagni di classe, a realizzare il suo pieno sviluppo).
Il secondo aspetto è dato dallo spazio della classe che si identifica con l’aula in sé e con l’insieme di ciò che in essa è presente. Lo spazio, quindi, concorre a costituire il setting che facilita od ostacola il processo di insegnamento-apprendimento. Ne segue che il “semplice ambiente” diventa uno strumento di apprendimento.
Il terzo fattore che caratterizza la didattica in presenza attiene all’interazione, fondata sulle relazioni che si instaurano all’interno del gruppo dei pari, fra tutti i membri della classe e il loro docente curricolare; al tempo stesso si instaura una dinamica relazionale fra i ragazzi e le varie tematiche disciplinari trattate in aula, mediate anche dall’azione didattico-educativa dell’insegnante di sostegno. In altri termini, si costruisce una diretta interazione fra i vari soggetti dell’apprendimento, alias studenti, e i contenuti che devono essere insegnati e appresi. Va da sé che il docente, adulto ed educatore, che sa ammaliare crea quella condizione che affascina la classe e ciò fa sì che si catturi l’attenzione dei discenti…
Inoltre, va sottolineato che l’entrare in classe permette non solo di entrare in relazione con la cultura, ma anche di cominciare a costruire la propria storia, connessa con il sapere sedimentato nei secoli. Ne segue che la classe diventa essa stessa un mezzo di apprendimento, oltreché il luogo ove si estrinseca in vivo il processo di insegnamento-apprendimento.

Lavorare a distanza è la stessa cosa? Il tempo classe permette di storicizzare le situazioni, di poterle raccontare in quanto intrise di interscambi a valenza emotiva fra i singoli e all’interno del gruppo classe? Come facciamo a realizzare ciò attraverso uno schermo?
Oggi è ineludibile pensare a una neo-realtà che ci vuole tutti virtualmente interconnessi, ma rigorosamente a distanza. La drammatica situazione esistenziale vuole una profonda riflessione che dovrebbe spostarsi dagli aspetti razionali (i meri contenuti delle varie materie si possono veicolare a distanza anche attraverso l’etere), a quelli più emotivi che immancabilmente vengono attivati dal contesto in cui ci si trova a vivere.
Orbene, fare i conti con tale situazione sociale, che viene vissuta da chiunque in modo quanto meno atipico (secondo me l’attuale situazione è anomala, etichetta chiara che prelude al fatto che  tale situazione malata va “curata”), vuol dire prendersi cura anche degli aspetti socio-relazionali ed emotivo-affettivi in cui i nostri studenti vengono a trovarsi, studenti con disabilità in primis (manca loro il “naturale” interscambio con i pari).
Le recenti “proteste” emerse nella piazza milanese hanno fatto luce che più che sulla mancanza dell’istituzione scuola, si evidenzia l’assenza della scuola come luogo di aggregazione; a maggior ragione, poi, se pensiamo a quegli indirizzi di studio i quali, alle superiori, non hanno attività laboratoriali e quindi le attività in presenza sono letteralmente azzerate.
Di fatto la nostra beneamata scuola si è trasformata da luogo ove ci si recava per apprendere e socializzare, a spazio immateriale: ecco perché, nonostante gli sforzi profusi dai docenti nella didattica a distanza, si fatica a coinvolgere gli alunni-adolescenti che, a ragione, non la considerano più “vera scuola”.
Va ricordato inoltre che le informazioni registrate a scuola, affinché si trasformino in conoscenze, è necessario che vengano trattenute in memoria ed è risaputo che per fare ciò bisogna effettuare un’esperienza a tutto tondo, emotivamente significativa. L’esperienza dell’apprendimento “qui ed ora” fatta anche dall’enfasi che il docente può metterci in presenza, dall’avvicinarsi al posto banco, dall’espressione mimico-faciale, ovvero da tutta quell’area che pertiene alla comunicazione non verbale, fa sì che nello spazio aula si realizzi un’esperienza pregnante e coinvolgente. Ne consegue che lo studente ricorderà una certa informazione anche dal modo in cui il docente l’avrà offerta, dal suo unico e irripetibile modo di fare (quante volte i nostri studenti imitano i loro prof?).
Qui tornano alla mente le parole del pedagogista Paulo Freire: «Si fa fatica a immaginare quel che un semplice gesto dell’insegnante può rappresentare nella vita di un alunno». Ma come è possibile che ciò accada in didattica a distanza o in didattica digitale integrata? E a maggior ragione mi chiedo: quale spazio di relazione e crescita viene così offerto all’alunno che ha delle difficoltà intrinseche?

Tutto ciò premesso, provo a fornire qualche indicazione operativa, partendo dal concetto che lavorare in prima persona stimola e sollecita la partecipazione. In altri termini mi chiedo: come è possibile far diventare interattivi gli incontri a distanza, tenuto conto che il “fare” è vitale, oltre che  essenziale, per apprendere?
Innanzitutto occorre transitare dall’ascoltare una lezione, in presenza o a distanza (tale modalità molto in uso prevede una “passività” che viene accentuata dal virtuale) alla componente del fare, dell’agire, che si identifica, ad esempio, con il leggere e lo scrivere.  Il fare, come in ogni situazione formativa, permette di entrare in contatto con il compito, meglio se di realtà, e al contempo l’agire permette di transitare dall’ascoltare al leggere e allo scrivere (aspetti tecnico-esecutivi e organizzativi che si alternano).
Ricordando che avere a che fare con adolescenti a scuola oggi è complesso ma non complicato, ritengo che i nostri ragazzi vengano da un lato pensati come studenti-persone dai loro prof., facendo emergere dall’altro lato cosa faccia nascere in loro la percezione delle materie, in termini di pensieri, vissuti e attese. In altri termini, cercare di capire come oggi, in epoca di pandemia, l’alunno viva il rapporto con una materia è importante, in quanto la singola disciplina può suscitare paura di non farcela, timore del fallimento e ciò è spesso evidente negli alunni con qualche fragilità cognitivo-apprendimentale.
Necessita, a maggior ragione in quest’epoca di distanziamento sociale, sostenere il desiderio di voler agire in prima persona ovvero, oggi più di ieri, occorre spostare lo sguardo sui propri alunni e fornire quella necessaria attenzione e ascolto ad personam, così come dovrebbe fare un buon insegnante di sostegno, spesso costretto a fare i conti con quelle esigenze di integrazione con cui si devono confrontare gli stessi alunni con disabilità: scarso coinvolgimento diretto, marginalizzazione dalle attività didattico-educative estrinsecate con la classe…
Pensando alla triangolazione docenti, discenti e cultura – saperi formali inclusi -, occorre valorizzare le interrelazioni e le interconnessioni che sono le fondamenta del nostro essere e stare in classe, anche se virtuale.
Spesso i nostri adolescenti ci sorprendono anche nelle loro disarmonie e mi chiedo: riusciamo ancora a raccontarci che sarebbe utile chiedere loro cosa passa per la mente in questo periodo buio?
Gli adulti, un po’ ripiegati sul loro tran-tran quotidiano, rivolgono poca attenzione  agli studenti in quanto persone e continuano, imperterriti, a spiegare online, esigendo però una telecamera accesa. È pur vero che se da un lato i nostri ragazzi crescono sotto i nostri occhi, dall’altro non vogliono essere troppo visibili, desiderando spesso rifugiarsi nel loro mondo fatto di reiterate connessioni a distanza mediate dai social; al contempo, però, essi chiedono sempre di più attenzioni personalizzate e mi domando: ci stanno ancora a cuore? Noi insegnanti-educatori ci teniamo sinceramente alle future generazioni o pensiamo solo a sopravvivere all’emergenza sanitaria e socio-economica in atto?
Francamente non so rispondere alla domanda, ma una cosa è certa: dalle bocche degli adulti-docenti sento solo parlare di studenti e non di persone giovani che vanno supportate con congrue azioni di scaffolding [l’aiuto dato da una persona ad un’altra, per svolgere un determinato compito, N.d.R.].
A mio modesto parere occorrerebbe innanzitutto cambiare paradigma: transitare, cioè, dal parlare, trasmettere, spiegare, all’accogliere, ascoltare e promuovere autonomia personale e sociale. Tenuto conto, dunque, che l’insegnante dovrebbe avere un’elevata consapevolezza della propria azione didattico-educativa, credo sia ora di introdurre, come strumento di lavoro, il cosiddetto sapere narrativo. Narrare, scrivere e raccontare permette di riflettere, permette di comprendere meglio ciò che si sta facendo: Martina, l’alunna con certificazione di disabilità che ho l’onore di sostenere lungo il suo cammino formativo, sostiene con forza di volere scrivere, per focalizzare meglio e di volere qualcuno a cui raccontare ciò che ha imparato… e ha 21 anni.
Voglio quindi sottolineare con vigore che, grazie alla scrittura, si riesce non solo a interiorizzare contenuti, ma anche a socializzare vissuti e sensazioni percepite che tanto influenzano il nostro vivere quotidiano. In altre parole, la narrazione è un modo per condividere emozioni, vissuti e percezioni che, tanto per iniziare, potrebbero essere registrate, nelle nostre classi, mediante specifici questionari le cui risposte potrebbero sicuramente concorrere a definire una migliore qualità della vita organizzativa didattico-educativa.

Consapevole che la vita è anche narrazione di sé agli altri, penso che tali strumenti, quelli appunto del raccontare e dello scrivere, i cui contenuti potrebbero successivamente essere condivisi con i compagni di classe, debbano essere trasversalmente introdotti specie nella didattica a distanza. Infatti, essi facilitano da un lato il processo  meta-cognitivo, permettendo di implementare la consapevolezza del comprendere, consentendo dall’altro lato sia di narrarci che di rileggerci a distanza di tempo. Introiettare cioè incorporare dentro di sé, facendoli propri, i contenuti che scriviamo, è di fondamentale importanza, in quanto permette quella che viene definita la bilocazione cognitiva: si può guardare in maniera distaccata il proprio racconto e riflettere sui vissuti che possono essere socializzati con il gruppo dei pari e questi possono trasformarsi in elaborati da valutare in italiano, nonché tradurre in inglese, francese… ovvero da considerare come veri e propri lavori individuali, con una ricaduta immediata anche in termini di voti da assegnare in più materie.
A mio avviso questa potrebbe essere una concreta modalità mediante la quale si potrebbe ancora fare qualcosa al servizio della tanto decantata inclusione pure durante la didattica a distanza; permetterebbe infatti ad ogni studente, e soprattutto a coloro che hanno esigenze specifiche, di capire che in seno alla classe c’è un mondo di vissuti emotivi profondi che possono essere condivisi e compartecipati alla pari.

Il paradosso è che assisto alla promozione e validazione, direttamente e indirettamente, di interessanti progetti interdisciplinari – ad esempio quello relativo all’educazione civica – che non hanno alcun valore aggiunto socio-emotivo.
Mi spiego meglio: gli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado hanno deciso – in forza delle disposizioni legislative che hanno reso obbligatoria dal corrente anno scolastico la disciplina Educazione Civica – di segmentare le ore di questa materia trasversale, facendo in modo che più docenti ne trattassero un segmento di contenuti all’interno delle varie materie insegnate  (italiano, storia, geografia, diritto ecc.); e tuttavia non ci si è neppure avvicinati alla tematica della pandemia, che tanto incide nel vivere quotidiano di ogni cittadino italiano di tutte le età. Non sarebbe stato utile far registrare le emozioni, le percezioni e le sensazioni provate dai ragazzi di una classe al fine di costruire una mappa di rappresentazione dei vissuti indotti da tale situazione? Non sarebbe stato utile effettuare un tema, una relazione, su questa importantissima tematica di attualità? No. Viene tutto rigorosamente evitato, ma nel frattempo le classi vanno in quarantena.
Non costruiamo spazi di rappresentazione mentale, né dedichiamo tempi al raccontarsi, aspetti che sino a un anno fa venivano affrontati in classe e insieme allo studente con disabilità presente… e tutto ciò era di assoluta e vitale importanza. Ma è così che vogliamo fare scuola? Personalmente non ci sto! Non ci sto a negare che la persona-studente adolescente non debba parlare di sé e narrarsi. Personalmente compenso ciò realizzando incontri ad personam (meet), anche se le istituzioni scolastiche non considerano preziosa tale attività. Infatti, di norma, la scuola secondaria di secondo grado – per lo studente con disabilità – pensa che sia utile la frequenza pomeridiana del cosiddetto “sportello” (lavoro di recupero disciplinare ovvero gli studenti delle superiori frequentano una lezione, in piccolo gruppo, di ripasso e esercitazioni…), ma come persone, i nostri studenti hanno bisogno solo di questo?

Mi batterò per tutta la mia vita e con tutte le mie forze per affermare che in alcune situazioni specifiche, in cui spesso si trovano i nostri studenti con disabilità e non solo, è essenziale garantire, anche con modalità ad personam, un supporto e un sostegno in chiave emotivo-motivazionale.
Ma come far diventare l’inclusione bagaglio di ogni insegnante se non si sostiene la formazione dei docenti? Serve solo conoscere le tematiche inclusive o è di fondamentale importanza anche una formazione psicopedagogica?
Fermo restando che la scuola è impoverita nelle sue componenti relazionale e sociale, è utile farla diventare non solo luogo di resilienza, ma anche di resistenza, uscendo dagli schemi noti del processo di insegnamento-apprendimento. Solo dedicando tempo e attenzione alla reciprocità adulto-adolescente, ci si potrà riconquistare la necessaria fiducia sociale che sta alla base della collaborazione intergenerazionale; oppure si pensa che, investendo sulle “nuove metodologie di insegnamento” – leggasi neo-tecnologie – si potrà fare il cambio di passo? Se la scuola è il propulsore della cultura, perché non si crede che partendo da insegnanti più preparati e formati non si possa concorrere a formare cittadini capaci di ripensare anche al modello di sviluppo socio-economico che di fatto accentua le differenze e non sostiene le pari opportunità?

E vorrei concludere su quello che ho definito il mio divenire “badante in progress”. Onde evitare equivoci e/o fraintendimenti, desidero sottolineare che tale funzione, pur non appartenendo al mio  ruolo, non mi fa certo ribrezzo, ma chiedo che ci si assuma la responsabilità di dichiarare che la crescita dell’uomo, e degli adolescenti in primis, ha bisogno non solo di cura, attenzione e ascolto – che oggi sono andate sullo sfondo – ma anche di relazione, comunicazione e socializzazione.
Interessa parlare di queste componenti di sviluppo tipicamente umane all’epoca del distanziamento sociale? Si vuole guardare il futuro con uno sguardo diverso? E chi occupa il Dicastero di Via Trastevere [sede del Ministero dell’Istruzione a Roma, N.d.R.], è ancora interessato alla piena realizzazione della persona umana? Attendo lumi.

Insegnante specializzato e consigliere di orientamento.