Quando chi dovrebbe “prendersi cura” rischia di aggravare la situazione

«Chi dovrebbe “prendersi cura” – scrive Raffaele Ciccio -, talvolta rischia invece di aggravare le condizioni di degenza di chi in quel momento ha difficoltà ad autodeterminarsi e a far rispettare la propria dignità. È quanto accaduto nei mesi scorsi a mia sorella, persona con grave disabilità, ricoverata per una grave polmonite non legata al Covid. Ritengo che dare evidenza alla sua vicenda serva a manifestare il disagio che noi parenti, in questa grave situazione di pandemia, abbiamo vissuto insieme ai nostri cari ricoverati presso le strutture ospedaliere»

Primo piano di persona con la SLAVorrei manifestare il disagio che noi parenti, in questa grave situazione di pandemia, abbiamo vissuto insieme ai nostri cari ricoverati presso le strutture ospedaliere, poiché “costretti”, a causa dei protocolli di accesso alle strutture del Servizio Sanitario Nazionale, a non vedere né tanto meno assistere i nostri cari.
È il caso di mia sorella, persona con grave disabilità ricoverata il 4 marzo scorso all’Ospedale di Siracusa per una grave forma di polmonite non legata al Covid, successivamente trasferita qualche giorno dopo nella Casa di Cura convenzionata Villa Salus, sempre a Siracusa.
Ebbene, per tutti gli altri giorni di marzo e fino al 1° aprile è stato un periodo di buio e blackout totale, di difficoltà ad avere informazioni certe sulle condizioni e sulla degenza, dato che si poteva interloquire con lo staff medico un’ora al giorno e per pochi minuti, sabato e domenica esclusi, con un vuoto di comunicazione assurdo.

Durante le mie chiamate, ho più volte chiesto ai medici di avere maggiore attenzione, poiché mia sorella, persona con grave disabilità, come detto, mi scriveva attraverso il cellulare di avere dolori alle gambe e che necessitava di essere cambiata di posizione, situazione che ha favorito la formazione di diverse piaghe da decubito che ancora oggi stiamo curando a casa.
Ho inviato messaggi all’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico, al Direttore Sanitario del reparto, oltreché alla Direzione della struttura ospedaliera, ma nessuno mi ha mai risposto.

Tutto questo è incomprensibile e soprattutto inaccettabile: i familiari delle persone ricoverate negli ospedali si fidano e si affidano totalmente ai medici e allo staff sanitario, ma  mia sorella riferiva che il personale sanitario, durante la sua degenza, rispondeva  che «non potevano star lì a decifrare cosa lei chiedeva», essendo totalmente priva di voce a causa dalla malattia; e inoltre che spesso spegnevano il cicalino della camera solitamente usato dai pazienti per richiamare l’attenzione dello staff sanitario. Una situazione paradossale, dunque, che ha mortificato pazienti e familiari.

Chi dunque dovrebbe “prendersi cura”, talvolta rischia invece di aggravare le condizioni di degenza di chi in quel momento ha difficoltà ad autodeterminarsi e a far rispettare la propria dignità.
Come si dice in certe occasioni, al peggio non vi è mai fine: burocrazia infinita per ottenere servizi e presìdi, risorse economiche scarse e servizio di Assistenza Domiciliare Integrata mal gestito… ma questa è un’altra storia.

Spesso diamo spazio, sulle nostre pagine, alla “Carta dei Diritti delle Persone con Disabilità in Ospedale” presentata per la prima volta a Roma nel 2013 dalla Cooperativa Spes contra spem e poi nel resto dell’Italia. Si tratta di un documento e delle relative iniziative di cui auspichiamo costantemente la maggior diffusione possibile in tutte le zone del nostro Paese, ovviamente anche in periodi di emergenza come quello di quest’ultimo anno e mezzo. A questo punto, quindi, è quasi superfluo sottolineare che quel documento sia ancora del tutto ignoto alle strutture qui menzionate da Raffaele Ciccio.

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