La vacanza di un cliente con disabilità

«Come fare – scrive Giuseppe Fornaro – per rendere realmente accessibile una meta turistica e far sì che il cliente con disabilità possa andare in vacanza senza incontrare ostacoli? Innanzitutto non basta che sia accessibile solo il punto d’arrivo e anche quando ci si trova di fronte a situazioni definite come accessibili, ricordare che la disabilità non è standard. Importante, in ogni caso, è vivere la vacanza come un’avventura, senza dimenticare le difficoltà che si possono presentare e, se serve, chiedere assistenza in modo corretto a chi si ha intorno»

Realizzazione grafica con pupazzetto in carrozzina e con una valigetta, sopra a una cartina geograficaConsiderato che spesso ogni persona con disabilità ne porta con sé (almeno) altre due fra accompagnatori, familiari o amici, per soggiorni medi di una settimana e per più di un viaggio all’anno, il turismo accessibile rappresenta un vero e proprio mercato e non una questione etica o di adempimento burocratico. Siccome, però, non ci sono regole precise, il cliente con disabilità fatica a soddisfare la sua esigenza turistica, spesso anche perché egli stesso talvolta non conosce bene le proprie esigenze. Ma come fare per rendere realmente accessibile una meta turistica?

Non basta rendere accessibile il solo punto di arrivo, ma bisogna che lo siano anche le località di destinazione, cioè la struttura prescelta, i mezzi di trasporto, le strade, gli esercizi pubblici e così via. Il turista con disabilità deve potersi muovere al di fuori dell’albergo dove ha scelto di villeggiare e deve anche poter trovare, ad esempio, un albergo accessibile nei pressi del museo che ha scelto di visitare.
La conoscenza dell’accessibilità di una meta si diffonde anche col passaparola, dove ognuno fornisce informazioni sulle caratteristiche del posto, per offrire agli altri una panoramica dettagliata del luogo, affinché il cliente sappia a cosa va incontro e possa comprendere se quella destinazione è più o meno adatta a lui.
Anche poi in presenza di situazioni accessibili, è bene far capire ai potenziali clienti come questa è stata realizzata affinché ognuno possa comprendere se il grado di accessibilità della meta gli è sufficiente, considerato che la disabilità non è standard, mentre le disposizioni sono destinate a un utente standard che potrebbe appunto non corrispondere alle caratteristiche individuali.
Le persone con disabilità, quindi, in vacanza ci vanno se possono.

Per quanto riguarda nello specifico i turisti non vedenti, oggigiorno ci sono diversi strumenti di autonomia a loro disposizione, a partire da Google Maps che è un’applicazione accessibile e aiuta a prenotare ristoranti, alberghi, il luogo di vacanza, lo stabilimento balneare o la passeggiata. Senza le barriere sarà ovviamente più facile muoversi. Si possono adottare dei rilevatori posizionati sotto l’ombrellone o lungo un percorso che, attivati tramite un telecomando dal non vedente, aiutino ad individuare la direzione verso cui dirigersi, oppure si possono utilizzare dei segni particolari per orientarsi lungo una passerella o un corrimano. Per i momenti di pausa, poi, oltre che lo stare in compagnia, può essere bello ascoltare un audiolibro o della musica rilassante.

L’importante, vorrei dire in conclusione, è affrontare la vacanza come un’avventura, senza dimenticare le difficoltà che si possono presentare, chiedendo assistenza in modo corretto a chi si ha intorno e vivere nel miglior modo possibile un’esperienza rilassante che faccia ricaricare, per poi ripartire con sprint.

Consigliere nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), coordinatore del Gruppo Software-App e Accessibilità dell’INVAT (Istituto Nazionale Valutazione Ausili e Tecnologie).

Stampa questo articolo