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L’energia di Laura Boerci era, ed è, irrefrenabile

Laura Boerci

Laura Boerci

È scomparsa nei giorni scorsi Laura Boerci, scrittrice, autrice e regista teatrale, pittrice, donna con disabilità che già fu assessora nel Comune di Zibido San Giacomo (Milano), nonché, su tutt’altro versante, collaboratrice del noto programma TV Striscia la notizia nei panni dell’“inviata a spinta” con Max Laudadio. La ricorda così Antonio Giuseppe Malafarina.

Ciao Laura. Scrivo così, diretto. Una lettera, no. Una chiacchierata con l’interlocutore che non c’è. Parliamoci. Non sei più materialmente con noi e non posso negare questo dato di fatto. Ti parlo perché non ci sei più dal 15 settembre. Ma ti parlavo anche prima e adesso ti parlo ancora con più forza perché vorrei che tante persone fossero partecipi del nostro dialogo. Tu, personaggio storico. E la storia non deve morire.

Ci siamo conosciuti molti anni fa. Sono andato a controllare nel mio archivio: ti ho intervistato nel 2013, avevi 44 anni, tu nata a Milano nel ’69. Ma ti conoscevo da prima. Ti avevo visto a Striscia la notizia. Un’edizione sola, se ricordo bene. O erano due? Banalmente: Paganini non ripete. Il capolavoro non è ripetibile. Non è così. In televisione le cose vanno come vanno. Non seguono le logiche che molti si aspettano. Peccato, il tuo era un buon lavoro di denuncia costruttiva assieme a Max Laudadio, caposaldo della trasmissione.

Sei stata fra le prime persone con disabilità a portare in una trasmissione di grande audience la denuncia delle inefficienze dello Stato. E della gente. Ma che bello il tuo locale Mi-Rò! [circolo culturale di Zibido San Giacomo, in provincia di Milano, particolarmente amato da musicisti blues e jazz, N.d.R.]. Non ci sono mai stato, ma me ne parlavi con enfasi. Mi avevi invitato a venirci, ma io sono così: una cosa o l’altra e raramente porto a termine le mie missioni ludiche.
Era un capannone sulla strada fra Milano e Roma. Un luogo alle porte di Milano dove organizzare eventi di danza, teatro e arte in genere. Il nome allusivo all’artista spagnolo. Un appellativo poetico, come eri tu, che dipingevi con la bocca straordinariamente. Poi quell’esperienza è finita. Ma è nato Happiness Cafè, altro locale dove tessere incontri. A Zibido San Giacomo, dove sei stata Assessore Comunale.

Eri laureata in scienze politiche perché la facoltà di Psicologia stava a Padova e viaggiare era complesso. Psicologa mancata, artista in pieno. Pittrice, autrice di libri e commedie che hai anche diretto. Ma rammento benissimo che sei stata fra i fondatori de I Legamani (acronimo dei nomi dei creatori), compagnia teatrale con lo scopo di regalare sorrisi.
Poi c’era la beneficenza e un mucchio di altre cose. E c’è una frase, quella che ci siamo detti quando ti ho intervistato e che mi ha colpito molto. Ma la ricordiamo alla fine.

Intanto mi piace ricordare quando ci siamo visti. Tu innamoratissima del tuo amore. Io in casa a ospitarti. Avevi una grande carrozzina e parlavamo di noi. Dicevamo del fare, dell’essere, non tu della tua atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo due, né io della mia tetraplegia. Perché ne parlo ora? Per dovere di cronaca. Del resto tu eri persona dal linguaggio preciso.
E qui un rammarico: volevo scrivere di te negli ultimi mesi e per i fatti della vita non ci sono riuscito. Volevo parlare del tuo video, quello che si può guardare cliccando qui sopra. Quel tuo La mano in testa: volevo dirti che lo trovavo ficcante. Ti piace il termine? Dai, diciamo incisivo.
Quant’è odiosa quella caspita di mano in testa che ti mettono tante persone alla stessa maniera con cui si accarezza un cagnolino. Una modalità spontanea che nasconde, anzi rivela, un approccio insano alle persone con disabilità: quando incontri una qualunque persona per strada le metti la mano in testa? Perché ai disabili sì?
Il video è molto orecchiabile e chiaro su alcune parole da usare, come quel “persona disabile” che scandisci esattamente, in maniera cadenzata per sottolinearne il senso. Gli artisti sanno come esaltare i concetti.

Eccoci qui. Fine della chiacchierata con Laura che non c’è più. E che resta nella storia della disabilità di questo Paese. Ho sorvolato sui momenti di difficoltà degli ultimi anni, durissimi. Ne abbiamo accennato di sfuggita in chat, Laura.
La vita è difficile, anche se dalla nostra chiacchierata per l’intervista alla mia domanda sul tuo affrontare la disabilità mi avevi risposto: «Ho vissuto intensamente ogni attimo, ogni incontro, ogni emozione, senza mai piangermi addosso, perché non sarebbe servito a nulla e perché la vita è troppo bella per essere sprecata».
Alle volte si cambia parere. Alle volte semplicemente non ci sono le forze per reagire gioiosamente alla vita. Ma la tua energia era, ed è, irrefrenabile. E allora chiudo con il pensiero, tuo, di cui parlavo prima. A te l’ultima parola. Laura, cosa detesti della vita? «Che finisca».
Ciao Laura, un sorriso.

Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Una chiacchierata con Laura Boerci”). Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.