Come dovrebbe essere un’audiodescrizione di qualità

Come dovrebbe essere un’audiodescrizione di qualità? Quante ce ne sono, e bastano per parlare di inclusione? «In realtà – scrive Laura Raffaeli- l’audiodescrizione italiana rimane ancora un mistero alieno per molti, purtroppo, a volte, anche tra gli addetti, e questa enorme lacuna la viviamo sulla pelle noi italiani con disabilità della vista. Si tratta invece di un ausilio fondamentale per la nostra autonomia e prima di definirsi audiodescrittori, bisognerebbe fare pratica, ma soprattutto sarebbe necessario conoscere e interagire con la disabilità per cui si dovrà a lavorare»

Donna di profilo con le cuffieIl percorso migliore per abbattere le barriere sensoriali non è quello (ahimè più battuto) di assecondare le lamentele di turno, ma di includere nella produzione degli ausili le persone che conoscono bene la disabilità perché la vivono personalmente.
In questo contributo, dunque, parleremo di audiodescrizioni, in attesa di soffermarci in seguito anche sulle sottotitolazioni, lo speakeraggio e i metodi di fruizione, con la speranza che questo possa essere d’aiuto per accelerare e migliorare qualitativamente il percorso di abbattimento barriere sensoriali, che in Italia deve ancora decollare, anche se, nonostante il ritardo mostruoso con cui ci si approccia, qualche passo avanti si sta facendo. Per questo è importante sapere per tempo cosa ne pensano i diretti interessati, cioè i fruitori ciechi, ipovedenti, sordi e ipoudenti, considerando che a volte il nostro parere conta più di alcune linee guida anacronistiche, ma soprattutto che paghiamo come tutti gli altri e vorremmo che le parole “parità e inclusione” non rimanessero solo voci di spesa da rendicontare al momento di ricevere credits.
Noi persone con disabilità sensoriali, nonostante Leggi dello Stato e Convenzioni ratificate, siamo ancora quasi sempre esclusi, anzi meglio dire sempre, perché rari e sparuti sono i tentativi di rendere un evento, un film o un programma accessibili, ciò che non basta a farci sentire inclusi nel mondo di chi vede e sente. Tutto, infatti, è a misura di chi vede, sente e cammina, ma mentre per le barriere architettoniche le leggi spesso si applicano o le si fanno rispettare, per quelle sensoriali è davvero una farsa, mi si conceda il termine, soprattutto nel mondo dell’intrattenimento, dello spettacolo, della TV, del cinema. Eppure basterebbe davvero pochissimo per non escludere ed emarginare più nessuno.
Per ora, quindi, forniamo alcuni suggerimenti sulla qualità di quelli che sono ausili a tutti gli effetti, e si definiscono tali, quali tutti quegli oggetti o servizi realizzati per abbattere una barriera e quindi per migliorare la qualità della vita a chi è disabile. Scopriamo in sostanza come dovrebbe essere un prodotto/ausilio di qualità, e la qualità possiamo definirla solo noi fruitori.

Se chiedete a chiunque nel nostro Paese «cos’è l’audiodescrizione?», davvero pochissimi italiani saprebbero cosa rispondere. L’audiodescrizione italiana, infatti, rimane ancora un mistero alieno per molti, purtroppo anche tra gli addetti, a volte, e questa enorme lacuna la viviamo sulla pelle noi italiani con disabilità della vista.
Si continua a formare personale, e va bene: c’è l’Italia da audiodescrivere, ma i corsi devono essere svolti seriamente; invece a volte i corsi stessi sono scadenti, non riconosciuti, spesso improvvisati e di pochissime ore, come se l’audiodescrizione fosse solo “un lavoretto” per guadagnare qualcosa in più, o la si paragonasse a qualsiasi altro servizio, dimenticando l’importanza che invece ha come ausilio per la nostra autonomia. Prima di definirsi audiodescrittori, dunque, bisogna fare pratica, ma soprattutto è necessario conoscere e interagire con la disabilità per cui si dovrà a lavorare.

Dal 2006, anno in cui fondai l’Associazione Blindsight Project, mi batto per far sì che le audiodescrizioni siano di qualità, perché non basta prendere una sceneggiatura e tirarne fuori qualche frase, come purtroppo a volte succede (e noi ce ne accorgiamo, perché siamo ciechi, ma non stupidi), oppure audiodescrivere continuamente senza lasciare un po’ d’aria tra il sonoro del film e l’audiodescrizione ecc., fino ad audiodescrivere cose utili solo a chi vede. Fare cioè un’audiodescrizione tanto per farla equivale a fare una rampa per chi non cammina così ripida da far cadere anche chi è “normodotato”, e da impedire a chi invece non cammina di essere autonomo. Oppure realizzare una sedia a rotelle con le ruote quadrate. Insomma, un ausilio fatto male e improvvisato è davvero una cosa diabolica, e l’audiodescrizione è un ausilio per una disabilità che è inclusa tra quelle gravissime.

Il primo segnale di un’audiodescrizione non di qualità è la modalità di aderenza alle Linee Guida.
Le Linee Guida delle Audiodescrizioni vengono periodicamente aggiornate, e capiamo che stare al passo con tali aggiornamenti è impegnativo. Gli “improvvisati” rimangono ancorati a versioni desuete delle Linee Guida risalenti agli Anni Novanta, perché, non trattandosi di professionisti, si fermano alle informazioni trovate in rete (ad esempio le Linee Guida per l’Audiodescrizione Filmica di Blindsight Project, che sono scaricate più di ogni altra cosa dal sito della nostra Associazione, ma che risalgono al 2014, pur essendo più complete di altro che gira in rete).
Secondo segnale: i professionisti lavorano e collaborano direttamente con le persone con disabilità visiva, partecipando anche ad incontri e iniziative per conoscere meglio la disabilità e per avere la certezza che il loro lavoro sia di ottima qualità. Dal canto loro, gli “improvvisati” non sono attivi in tal senso, e questo si avverte nel loro prodotto, nostro malgrado.
L’ultimo segnale è rappresentato dalla quantità di lavoro svolto. Serve molta applicazione prima che il lavoro di un audiodescrittore passi da discreto a ottimo, e perché diventino prodotti di qualità serve molta esperienza, che noi fruitori avvertiamo facilmente. Questo distingue il professionista dal neofita che, per quanto abile e magari anche ben formato, manca di pratica, e soprattutto di esperienza e conoscenza della disabilità visiva. Si evince che l’insegnamento dovrebbe essere appannaggio esclusivo dei professionisti.

Va detto che finora di audiodescrizioni ce n’è davvero niente rispetto a tutta l’offerta, sia gratuita che a pagamento, sia in TV che al cinema: in TV o sulle piattaforme in abbonamento, l’audiodescrizione è qualcosa arrivata da poco in Italia, rispetto ad altri Paesi, e sinceramente molte lasciano proprio a desiderare, tanto che come Blindsight Project riceviamo quotidianamente feedback negativi, e quasi tutti sono prodotti a pagamento. Ovviamente ci sono anche quelli positivi: spesso ci chiedono di chi era quella tale audiodescrizione e per questo, secondo noi, è importante pronunciare il nome dell’audiodescrittore e dello speaker, che sono in ogni caso professionisti come gli altri.

Fino a quando, dunque, non ci si adeguerà davvero al terzo millennio, accessibilità in TV e al cinema incluse, mi permetto di consigliare a chi fa audiodescrizioni di non fare tanti errori: a volte più che per inesperienza succede solo per presunzione, intesa nel senso buono di chi non conosce la cecità, con la convinzione che, siccome siamo ciechi, dobbiamo accontentarci, meglio anzi se pure ringraziamo per un servizio che arriva tardi e male, e spesso è pure pagato.
Ma quali sono gli errori da non fare per chi fa audiodescrizioni? Bene, facciamolo dire a chi paga ed è cieco, cioè a coloro per cui vengono realizzate le audiodescrizioni stesse, che troviamo spesso solo su qualche serie TV, su qualche film, ma mai in programmi di cultura. Troppo facile per chi ha fatto un’audiodescrizione dire che va bene così, oppure farla collaudare da chi vede: un’audiodescrizione vera dovrebbe essere innanzitutto realizzata insieme alla persona con disabilità visiva, ma soprattutto il test finale lo si può fare solo con chi è obbligato a fruirne, cioè non è vedente. Sì, è vero, a volte i lavori vengono consegnati con scadenze pazzesche (ad esempio pochi giorni per decine di puntate di una serie TV), ma realizzare un’audiodescrizione con chi vive la disabilità visiva significa accorciare i tempi di scrittura, perché difficilmente si sbaglierà, e un film audiodescritto testato solo da un vedente è davvero un fatto grottesco.

Da anni ormai noi persone con disabilità visiva abbiamo la possibilità di poter fruire  dell’audiodescrizione da un’app che tutte le piattaforme forniscono, oppure dal web, tramite tablet, smart TV o smartphone, peccato che siano poche; viene quindi da chiedere: quali sono i criteri per scegliere il programma, il film o la serie TV da rendere per tutti, cioè inclusivi grazie all’audiodescrizione, questo quando la rete la fornisce, a differenza di tanti altri che non la considerano affatto? Perché tante serie TV vengono prese in considerazione, mentre tutti i programmi di cultura, utilissimi a migliaia di studenti con disabilità visiva, rimangono solo per vedenti? E perché le audiodescrizioni dei film italiani che hanno ricevuto credits vengono depositate in Cineteca Nazionale, anziché essere fruibili dalla prima uscita in sala come vuole la Legge 220, la cosiddetta “Legge Cinema” [Legge 220/16, “Disciplina del cinema e dell’audiovisivo”, N.d.R.], che vincola il film all’accessibilità? Quest’ultima non può essere solo una voce tra le tante spese da rendicontare, ma dev’essere fruibile concretamente da parte delle persone con disabilità visiva concretamente, e ovviamente realizzata da professionisti.

Qualche risposta, ma anche qualche domanda: quando anche noi ciechi e ipovedenti italiani avremo gli stessi servizi e prodotti di chi paga il nostro stesso abbonamento o noleggio, quando non dovremo ringraziare per un’audiodescrizione in TV, a un festival, o al cinema, quando questo sarà la normalità come lo sono i titoli di coda di un film, forse di domande non ne faremo più.

Presidente dell’Associazione Blindsight Project. Il presente testo costituisce il riadattamento di un contributo già apparso nel n. 98 della testata «Diari di Cineclub». Per gentile concessione.

A questo link è disponibile il podcast del presente testo, letto da Raffaella Castelli.

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