Il 5° Festival della Cooperazione Internazionale ovvero L’arte di vivere insieme

«Lo scorso anno ci siamo interrogati sulle possibili lezioni che si possono trarre dalla pandemia, quest’anno vogliamo indicare la necessità di un’arte di vivere insieme durante e dopo la pandemia stessa»: lo scrive Franco Colizzi, coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, evento promosso dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) insieme alla RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), la cui quinta edizione, centrata sul tema “L’arte di vivere insieme nel Mediterraneo dopo la pandemia”, si terrà in Puglia da domani, 26 ottobre, fino a sabato 30

Manifesto del 5° Festival della Cooperazione InternazionaleDa domani, 26 ottobre a sabato 30, partiranno ancora una volta dalla Puglia (Brindisi, Ostuni, in provincia di Brindisi e Massafra, in provincia di Taranto) gli importanti messaggi lanciati dal Festival della Cooperazione Internazionale, evento giunto alla sua quinta edizione e sempre seguito negli anni scorsi anche dal nostro giornale, organizzato dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau) e dalla RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), l’alleanza strategica avviata nel 2011 da due organizzazioni non governative – la stessa AIFO e EducAid – insieme a due organizzazioni di persone con disabilità, quali DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), alle quali si è aggiunto successivamente l’OVCI-La Nostra Famiglia (Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale), con l’obiettivo di occuparsi di cooperazione allo sviluppo delle persone con disabilità, in àmbito internazionale.
Tema di questa edizione sarà L’arte di vivere insieme nel Mediterraneo dopo la pandemia e rimandando i Lettori e le Lettrici al programma completo (a questo link), cediamo ben volentieri la parola per una presentazione a Franco Colizzi, coordinatore della manifestazione, che parla tra l’altro di «un Festival per fraternizzare anche nell’incertezza».

La quinta edizione del Festival Nazionale della Cooperazione Internazionale si svolgerà ancora una volta in un periodo di grande incertezza. Lo scorso anno ci siamo interrogati sulle possibili lezioni che si possono trarre dalla pandemia, quest’anno vogliamo indicare la necessità di un’arte di vivere insieme durante e dopo la pandemia. Per la RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo (AIFO, FISH, DPI, EducAid, OVCI) promotrice della manifestazione, questa necessità è presente già da tempo nell’umanità ed è dunque universale.

Le cinque giornate previste (26-30 ottobre) conservano come riferimento di fondo l’Agenda ONU 2030 con i suoi diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, ma vorrebbero soprattutto contribuire ad alimentare una speranza che si opponga all’attesa passiva del futuro, onorando così anche l’impegno profuso in sessant’anni di vita dall’AIFO.
Stiamo vivendo dentro una sindemìa, un evento di proporzioni catastrofiche che è insieme personale, sociale e ambientale. È utile allora aggiungere che viviamo tempi di grandi cambiamenti (la quarta rivoluzione industriale segnata dalla digitalizzazione, i cambiamenti climatici planetari che reclamano una rivoluzione ecologica) e di inattesi mutamenti (lo shock del terrorismo islamico globale con l’11 settembre 2001; lo shock economico-finanziario del 2008-2009 che ha fatto traballare il mito della crescita che sembrava vincente secondo la narrazione della globalizzazione). In questi ultimi vent’anni è aumentata l’incertezza e in parte si è incrinata la fiducia su cui si regge l’ordine sociale.
Con l’arrivo della sindemia, che ha aggiunto tanta insicurezza alla nostra nuda vita, corriamo il rischio che si rafforzi la spinta verso quella che Martha Nussbaum definisce «la monarchia della paura». Una paura che si mescola facilmente con diversi sentimenti tossici, come la rabbia, il risentimento, la colpa e l’invidia, tutti ostacoli per la costruzione cooperativa di un futuro migliore e induttori di errori anche gravi nella vita democratica.
Il Covid-19 ha rilanciato la fragilità come una delle questioni centrali per l’agenda dei prossimi anni. Gli anziani sono fragili in particolare nella salute, i giovani lo sono specialmente nell’economia. Ma c’è di più. La scienza, come scrive Telmo Pievani, aveva già svelato la finitudine di tutte le cose. Oggi però possiamo imparare che la finitudine non comporta necessariamente nichilismo, ma anzi può suscitare solidarietà, rivolta, ricerca di una vita piena, pur sospesa tra fragilità e libertà.
Insomma, hanno ragione Chiara Giaccardi e Mauro Magatti a farci riflettere a fondo sul fatto che «nella fine è l’inizio». Ci occorre per questo una consapevolezza profonda, un nuovo pensiero e una vera e propria arte del saper vivere insieme, nonostante la grande incertezza nella quale siamo gettati.

Nel cammino verso questo orizzonte possiamo farci accompagnare dalle grandi visioni di speranza, come quella che Raoul Follereau ha condensato nella frase «l’unica verità è amarsi» e come l’approccio del convivialismo che ci ricorda innanzitutto la nostra comune naturalità, il nostro essere in un rapporto essenziale di interdipendenza con la Natura.
Le esperienze di speranza di cui è ricca la genuina cooperazione internazionale valorizzano anche la comune umanità e la comune socialità di ogni essere umano, riconoscendone il bisogno legittimo di individuazione e di opposizione creatrice. Ecco allora che la cooperazione internazionale si presenta a tutti noi come un grande patrimonio di pratiche di speranza, al cui interno possono fiorire visioni di giustizia sociale, movimenti di protesta e di volontariato, religiosità inclusive, il pensiero critico e le arti espressive della diversità umana.

Quasi a sottolineare l’importanza di proseguire l’avventura del Festival della Cooperazione internazionale giungono da Brindisi, dalla realtà territoriale che ospita l’evento, due buone notizie: il 30 giugno di quest’anno si è tenuto un vertice dei ministri degli esteri del G20 presso la Base UNHRD [Basi di Pronto Intervento Umanitario delle Nazioni Unite, N.d.R.], situata tra Brindisi e San Vito dei Normanni e il direttore esecutivo del PAM (Programma Alimentare Globale) ha definito la Base ONU di Brindisi come «la spina dorsale della logistica dell’ONU in tutto il mondo», grazie alla quale vengono portati aiuti in oltre 170 Paesi.
Il vertice ha ribadito inoltre, con il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Di Maio, la necessità del multilateralismo, cioè della cooperazione tra Stati, organismi sovranazionali e organismi non governativi, e l’importanza delle missioni di peace-keeping dell’ONU (attualmente l’Italia opera in cinque missioni e guida quella in Libano).
La seconda buona notizia, invece, fa riferimento al fatto che dall’inizio di questo Anno Accademico partirà presso l’Università del Salento, nella sede di Palazzo Nervegna a Brindisi, un Corso di Laurea Magistrale in Scienze della Cooperazione Internazionale con due curriculum (Sviluppo e Cooperazione Internazionale, Supporto umanitario e Peace-Building).

Qualcosa si muove, dunque, anche se a piccoli passi. È camminando assieme che si riconosce che c’è un unico destino condiviso per l’umanità, che sempre (è ancora Follereau che parla) deve scegliere tra amarsi o scomparire.
L’unica via che si intravede dentro e oltre la pandemia è quella di espandere e intensificare la consapevolezza civile, sociale e istituzionale, sviluppando una vera e propria arte di vivere insieme. Imparare a superare le divisioni, a gestire pacificamente i conflitti, a contrapporsi senza massacrarsi e anzi in maniera collaborante.
L’arte di vivere insieme attraversa l’economia – che oltre ai profitti deve tutelare i lavoratori, i consumatori e l’ambiente -, la società – che dev’essere laica, inclusiva e priva di ogni forma di discriminazione – e la politica – che utilizzando la Carta Costituzionale deve riconoscere ogni soggetto politico all’interno della dialettica democratica, mirando a sintesi legislative ed interventi sul territorio centrati sul bene e sui beni comuni.
L’arte di vivere insieme, in definitiva, è una forma dell’arte di amare e di amarsi e richiede un impegno costante, generoso, a volte doloroso, ma sempre gratificante.
Lottare assieme, fraternizzando, contro le innumerevoli circostanze avverse, in nome di tutte le forme di vita, rappresenta l’impegno più nobile di tutta l’umanità. Come direbbe il centenario Edgar Morin, perseguire la fraternità vuol dire «resistere alla crudeltà del mondo».

Coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale.

Ricordiamo ancora il link al quale è disponibile il programma completo del 5° Festival della Cooperazione Internazionale. Per ogni ulteriore informazione e approfondimento: festival.cooperazione.internazionale@aifo.it.

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