Essere una donna con disabilità visiva in terra di Calabria

«I meccanismi subculturali – scrive Annamaria Palummo – in cui fermentano discriminazione e violenza, si superano nel momento in cui ognuna di noi decide di mettere in campo la forza necessaria rispetto a quello che si vuole, come persona, come donna, come donna con disabilità visiva, nel mio caso. Io questa forza l’ho trovata dando forma al mio pensiero critico, prendendo coscienza di quello che sono; e ciò per me è stato vitale: questa forza mi ha permesso di difendere il mio diritto a Essere… A essere una persona, una calabrese, una cittadina, una Donna!»

Particolare di donna cieca con il bastone bianco che attraversa una stradaLa dimensione femminile tra diritti universali e specificità particolari – con peculiare riferimento alla realtà della cecità e dell’ipovisione –valica lo spazio e pure il tempo. È una tematica complessa, impossibile da trattare rapidamente, in merito a cui, tuttavia, vorrei cercare di offrire qualche spunto di riflessione e discussione, ponendo l’accento sulla situazione riscontrabile in Calabria, dove per altro, in merito alla questione oggetto della trattazione, appaiono evidenti caratteristiche di respiro, purtroppo, globale.
Al riguardo ritengo opportuno affrontare subito la cruda verità, concernente l’emancipazione civica delle donne calabresi, che è un processo incompiuto, con tanti spazi dove risultano dominanti la presenza e il pensiero maschili, anzi, maschilisti, per la precisione: sistemi subculturali che occultano la sudditanza delle donne, mogli e figlie, verso mariti e padri autoritari; precariato nella condizione lavorativa, a causa della crisi produttiva di alcuni settori ad alta caratterizzazione femminile; scarse, o addirittura assenti, misure a sostegno della famiglia, intesa come sfera di espressione esistenziale libera e consapevole, non come ambito ghettizzante; isolamento e discriminazioni per le donne svantaggiate per condizioni di non autosufficienza o per minorazioni fisiche o sensoriali; pregiudizio, o meglio, luogo comune endemico, veicolante la correlazione tra successo femminile e dubbia moralità.

Per le donne, per noi donne, non si tratta di rivendicare potere, bensì, piuttosto, di constatare come, tuttora, risulti difficile ricondurre l’organizzazione, la gestione e il funzionamento di settori strategici per il benessere collettivo, non solo femminile, a una modalità di governo connotata da un pensiero e da una concezione del mondo illuminati dagli astri splendenti nell’altra metà del cielo.
Non si sta qui a recriminare se e come le donne siano più brave, più intelligenti e più belle: non è questo che ci interessa! Le donne, in Italia, hanno conquistato il diritto di voto, a livello nazionale, solo nel 1946, in forte ritardo rispetto a tanti Paesi del circolo planetario. In questi 75 anni, la coscienza, ma soprattutto la libertà politica, apparentemente si sono evolute, però, de facto, non è così, anche quando ci si trova al cospetto di strumenti che dovrebbero garantire le pari opportunità; strumenti che, sovente, serbano l’ombra della discriminazione ciò che, invece, dovrebbero scongiurare: consideriamo, ad esempio le “quote rosa”, la cui natura ha i tratti propri di una concessione piuttosto che quelli di una naturale e intangibile condizione.

Una concessione che, in Calabria, in ogni caso, non riesce a garantire, a parte poche e rimarchevoli eccezioni, un’effettiva equità di genere nella gestione della cosa pubblica e, nel complesso, nei ruoli di responsabilità. Anche la violenza sulle donne e alle donne (io penso sia più congrua quest’ultima espressione, nell’argomentare rispetto a tale fenomeno criminale), spesso spiegata e giustificata come eventualità naturalmente connessa alla vita di coppia e di relazione, rappresenta il segnale di quanto il processo culturale sia in ritardo con quello formale stabilito dai tempi che viviamo.
Secondo la moderna cultura laica e occidentale, donne e uomini sono uguali, nei diritti e nei doveri; eppure, ancora oggi, in certi contesti, piccoli, come talune realtà periferiche del cosiddetto mondo occidentale, e grandi, come alcune realtà statuali, tali valori risultano schiacciati da costumi e credenze, spesso di natura religiosa, tesi a ridimensionare, nell’ottica di un’ipocrita difesa della sacralità femminile o, d’altro canto, di un’inaccettabile discriminazione sessista, il ruolo della donna nella società e nelle sue istituzioni. Un ridimensionamento che, sovente, anche contestualmente a società culturalmente evolute come la nostra, trova respiro in situazioni particolari: una di queste riguarda il caso in cui la donna è portatrice di handicap, un’eventualità, questa, che aliena la donna dalla normalità, alzando barriere e palesando – soprattutto in alcuni contesti, e in Calabria non sono pochi, dove la modernità ancora non ha trovato compiuta cittadinanza – il vizio sociale: quello che, nel considerare il visus mancante un elemento totalizzante, assimila i ciechi e gli ipovedenti a soggetti socialmente marginali. Una visione totalmente errata o, per usare un’espressione gergale molto in voga nell’epoca attuale, una fake news: la donna cieca e ipovedente è una donna che deve agire secondo il senso dell’olfatto, dell’udito, del tatto, delle percezioni propriocettive e vestibolari; sensi che, in presenza di ambienti e strumenti adeguati a supportare le specificità connesse a cecità e ipovisione, sono in grado di garantire un elevato livello di autonomia e un’esistenza aperta a opportunità e personale realizzazione.
Alla luce di quanto ho detto, risulta chiaro un dato: condizioni come isolamento e depressione, sovente affliggenti le donne cieche e ipovedenti, non sono dovute all’handicap né, tanto meno, alle peculiarità a esso connesse, bensì sono cagionate da ambienti non sufficientemente semplificati e lineari, nonché poco funzionali a rappresentazioni mentali accessibili; sono questi i fattori deteriori che narcotizzano le relazioni, creando l’humus ove il disagio va ad annidarsi e a cronicizzarsi. La donna cieca e ipovedente può, insomma, esprimersi liberamente come cittadina, ma può farlo solo se ai diritti formali si coniuga quell’impegno, sancito dalla Costituzione Italiana, di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (articolo 3, comma 2).
La donna cieca e ipovedente, poi, in Calabria e in ogni dove, è in difficoltà quando vuole esprimersi nel diritto di genitorialità o maternità: spesso l’istinto materno e il desiderio di crescere un figlio vengono repressi perché la paura degli altri diventa paura personale, capace di instillare dubbi insensati, come quello relativo alla sicurezza o allo sviluppo della personalità per i bambini cresciuti da donne cieche o ipovedenti. Che sciocchezza, quanta stantia superficialità! È tempo di pensare a una nuova stagione di sensibilizzazione e rivendicazione, per indurre il consesso sociale, in senso globale, non solo regionale e neanche unicamente nazionale, a rimodulare spazi e concezioni, tenendo sempre fermo il principio che l’esistenza umana, in qualsiasi genere si manifesti, con qualunque peculiarità trovi espressione, è un diritto da valorizzare, curare, scambiare, condividere e amare senza alcun pregiudizio.
Fondamentale è l’educazione all’amore, ad amare – non semplicemente a rispettare – la libertà, la dignità, i sentimenti propri dell’Universo femminile, che colora le giornate di grazia e cura: grazia e cura, gemme preziose, diamanti chiamati a illuminare anche la straordinarietà di una terra, quella calabra, che è Unica, nelle sue potenzialità e nella sua complessità; una complessità estrema, come la bellezza delle sue erte, delle sue vallate, delle sue onde… Una bellezza tanto sfolgorante, tanto femminile.

Nel concreto, i meccanismi subculturali, in cui fermentano discriminazione e violenza (che, in effetti, è conseguenza di un pensiero discriminatorio, inquadrante la donna come oggetto, come proprietà di cui disporre a piacimento) si superano nel momento in cui ognuna di noi decide di mettere in campo la forza necessaria rispetto a quello che si vuole; rispetto a quello che si vuole come persona, come donna, come donna con disabilità visiva, nel mio caso.
Io questa forza l’ho trovata dando forma al mio pensiero critico, prendendo coscienza di quello che sono; e ciò per me è stato vitale: questa forza mi ha permesso di difendere il mio diritto a Essere… A essere una persona, una calabrese, una cittadina, una Donna!

Ringraziamo Simonetta Cormaci per la segnalazione.

Consigliera nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Il presente testo corrisponde all’intervento presentato il 25 novembre scorso, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, nell’àmbito di un convegno sul tema in questione, organizzato dall’UICI di Crotone. Esso è già apparso sul periodico online «Giornale UICI» e successivamente anche nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa). Viene qui ripreso – con minimi riadattamenti al diverso contenitoreper gentile concessione.

Per approfondire ulteriormente la questione riguardante la violenza nei confronti delle donne con disabilità, e in generale il tema Donne e disabilità, oltre a fare riferimento al lungo elenco di testi da noi pubblicati, presente a questo link, nella colonnina a destra dell’articolo intitolato Voci di donne ancora sovrastate, se non zittite, suggeriamo la consultazione, nel sito di Informare un’h, delle Sezioni La violenza nei confronti delle donne con disabilità e Donne con disabilità.

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