Se potessimo svegliarci dall’incubo!

«Il magma ribollente dell’opinione pubblica – scrive Giulio Nardone, a proposito di quanto sta accadendo in Ucraina – impiegherà più tempo ad assorbire il colpo e a separare la responsabilità di un popolo, forse in gran parte ancora ignaro delle vere ragioni e dei terribili effetti dell’aggressione in corso, da quella di chi sta commettendo dei crimini di guerra. Ah, se potessimo svegliarci dall’incubo!»

Johann Heinrich Füssli, "L'incubo", 1781

Johann Heinrich Füssli, “L’incubo”, 1781

Essere cieco, “a ben vedere”, può anche offrire dei piccoli vantaggi: ad esempio quello di non subire il pugno allo stomaco di chi ha visto sullo schermo un carro armato russo sterzare decisamente per schiacciare frontalmente un’automobile e i suoi occupanti. Ma le descrizioni aggirano l’organo della vista e penetrano direttamente nel cervello, scatenando emozioni profonde.

A dieci giorni dall’inizio di questo assurdo film catastrofico, chi scrive si rende conto di non averlo ancora accettato nella sua terribile realtà. E non perché non creda alle notizie, alle immagini scioccanti che gli vengono descritte, ma perché il subconscio lo rifiuta e lo vorrebbe confinare nella finzione cinematografica delle serate televisive.
Molto probabilmente non si tratta di un disorientamento isolato, ma anzi se ne possono notare i sintomi in molti comportamenti disforici di personaggi noti, sia del mondo politico che di quello civile, come anche nell’opinione pubblica.

Potrebbe esserne un esempio la recente disputa circa l’opportunità o meno di confermare la conferenza su Dostoevskij, che il professor Paolo Nori doveva tenere presso l’Università di Milano Bicocca e che è stata prima confermata, poi frettolosamente annullata a furor di social media, e infine giustamente ripristinata, ma rimandata di un mese, con la richiesta all’oratore di parlare anche di uno scrittore ucraino, come per rispettare una discutibile par condicio! Ben comprensibile a questo punto è stato il definitivo rifiuto dell’accademico.

Ma il disorientamento non è da individuare tanto in questo comportamento ondivago, quanto nelle motivazioni in parte logiche, ma proprio per questo pleonastiche, con cui si è voluto motivare il triplo cambio di programma. In realtà, sarebbe stato sufficiente spiegare che i responsabili non hanno avuto neppure il tempo di ragionare sull’illogicità o meno di scaricare la vendetta sul “mostro sacro” della letteratura russa, ma che hanno reagito d’istinto come può fare un pacifico cittadino che dentro un luogo civile, come un museo, riceve improvvisamente un pugno in faccia: arretra e si mette in difesa, cercando disperatamente di capire cosa sta succedendo. Al contrario, sui social prevale la psicologia di massa e la folla, di fronte all’attacco imprevedibile, reagisce con la rabbia cieca e il linciaggio.

Questa, a nostro avviso, potrebbe essere la ragione profonda dei due diversi comportamenti, ma, mentre quello delle Istituzioni ha potuto riprendere rapidamente il sentiero della ragione, il magma ribollente dell’opinione pubblica impiegherà più tempo ad assorbire il colpo e a separare la responsabilità di un popolo, forse in gran parte ancora ignaro delle vere ragioni e dei terribili effetti dell’aggressione in corso, da quella di chi sta commettendo dei crimini di guerra.
Ah, se potessimo svegliarci dall’incubo!

Presidente nazionale dell’ADV (Associazione Disabili Visivi), aderente alla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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