La storia di “Vasco” e Alessandro: uno squarcio di luce nel buio della guerra

In mezzo alla tragedia dell’Ucraina, che sta scuotendo l’ordine mondiale e provocando una lacerante crisi delle relazioni globali, c’è fortunatamente qualche “squarcio di luce” e storie che riguardano anche la disabilità, come quella che ha per protagonista Vasyl, assistente personale di Alessandro, persona con grave disabilità motoria. Una storia di grande solidarietà, nell’affrontare il dramma della guerra

Vasyl "Vasco" e Alessandro

Vasyl “Vasco” e Alessandro

La guerra in Ucraina ha superato le due settimane. Sono già centinaia le vittime, in particolare civili, che si stanno sommando giorno dopo giorno. Alcuni milioni sono gli sfollati e i rifugiati che stanno lasciando le loro case per cercare rifugio in diversi Stati dell’Unione Europea, in primis Polonia, Romania, Ungheria e Slovacchia, ma non solo.
In mezzo a questa immane tragedia, che ha scosso l’ordine mondiale e provocato una lacerante crisi delle relazioni globali, ci sono storie che vanno raccontate e che nello specifico riguardano anche la disabilità. Una di queste ha per protagonista Vasyl Moisiuk, assistente personale trentaseienne di Alessandro Bruno, persona con disabilità motoria residente a Milano.

Il 4 marzo scorso Vasyl, chiamato Vasco dagli amici italiani, di comune accordo con Alessandro ha preso la propria macchina e ha deciso di andare fino in Ucraina con la moglie Lubov a prendere e portare in Italia i due figli di 8 e 9 anni, rispettivamente Nikita ed Emma.
«È stata una scelta condivisa. Di fronte alle notizie che guardavo nei TG dei bombardamenti e delle città sotto assedio, ho parlato con il mio assistente personale che mi aiuta nella mia quotidianità, di giorno e di notte, e gli ho dato l’ok per partire e salvare i suoi bimbi»: a dirlo è Alessandro Bruno, quarantacinquenne con distrofia muscolare, non autosufficiente che ha bisogno quasi ventiquattr’ore su ventiquattro di qualcuno per assisterlo. «Ero consapevole – aggiunge – che la partenza di Vasco mi avrebbe creato disagi e criticità, visto che vivo da solo con mia madre Maria, che è anziana, pensionata e che non riesce più ad aiutarmi come vorrebbe, ma ho compreso la drammaticità della situazione. Con lei abbiamo stretto i denti, ma la cosa più importante era dimostrare la totale solidarietà nei confronti del mio assistente personale in questo periodo difficilissimo».

Vasyl, diunque, è partito il 4 marzo all’ora di pranzo per un lunghissimo viaggio durato due giorni infiniti. Con la moglie è arrivato fino ad appena fuori il confine ucraino, dato che essendo un uomo, poi una volta dentro il territorio ucraino sarebbe dovuto andare ad arruolarsi e abbandonare la propria famiglia. Sul confine ha preso i suoi figli che i parenti hanno accompagnato lì. «Quando li ho visti mi sono emozionato», racconta.
Si è trattato di un viaggio straziante. «Ho vissuto tantissime emozioni – dice Vasyl -, ero da una parte preoccupato perché ero costretto a lasciare Alessandro da solo con la madre anziana, ma dall’altra parte avevo paura di non rivedere più i miei figli che vivevano in Ucraina». In quei giorni, infatti, le notizie riportavano di pesanti raid militari contro le principali città ucraine, soprattutto nelle zone a nord, a sud e ad est del Paese. Alessandro ha voluto rinunciare per qualche giorno al suo assistente, mostrando senza alcun tentennamento una comprensione umana. «Mi sembrava la cosa più naturale da fare», afferma Bruno.
Ma come nasce precisamente l’idea di partire per una “missione di salvataggio un po’ fai-da-te”? Vasyl ha chiamato Lubov e con la sorella della moglie hanno deciso di andare a prendere i bambini grazie all’aiuto dei nonni che li aspettavano sul confine tra Romania e Ucraina.
«All’inizio – rifersice Alessandro – Vasyl era un po’ titubante perché gli dispiaceva lasciarmi da solo, ma poi abbiamo deciso che era meglio per tutti che partisse». «Pensavo quasi solo a voler salvare i miei bambini, al tempo stesso speravo che Alessandro non subisse troppo la mia lontananza, perché ha necessità del mio intervento quotidiano».

Non potendo entrare in territorio ucraino, Vasyl e Lubov si sono fermati nella cittadina di Siret, dalla parte romena del confine, a pochi chilometri dalla città della frontiera ucraina Porubne. In quella striscia di terra sul confine hanno visto i loro figli, li hanno presi e sono ripartiti per l’Italia.
«Ho vissuto con la mia famiglia un’esperienza drammatica, abbiamo lasciato la nostra casa e quasi tutte le nostre cose in Ucraina, mai avrei pensato di dover vivere una cosa del genere. Ora siamo molto preoccupati per i parenti e gli amici rimasti lì», spiega Vasyl. Il 7 marzo, dunque, intorno alle tre del pomeriggio, Vasyl è ritornato a Milano e ha potuto riabbracciare Alessandro. «La voglia di aiutare Vasco – dice quest’ultimo – mi ha fatto superare tutte le difficoltà di quei giorni senza il mio assistente e devo anche ringraziare la mia famiglia, mia sorella e mia madre in primis, che mi hanno sostenuto, perché ho bisogno di ricevere assistenza continua, qualcuno che mi alzi dal letto, mi vesta, mi posizioni sulla carrozzina, mi aiuti a mangiare, mi lavi, insomma quasi ogni cosa».

Adesso i bambini sono al sicuro, vivono con la mamma ospiti di una famiglia italiana a Lainate (Milano). Ogni tanto Alessandro invita Nikita ed Emma a venire a casa sua per stare un po’ in compagnia con il papà, talvolta anche a dormire. «Visto che non posso fare a meno di Vasco, ho pensato che fosse meglio ospitare i suoi figli a casa mia, ci arrangiamo un po’ con gli spazi in casa, ma vederli sorridenti e felici mi riempie di gioia. Sono contento di poter fare qualcosa per loro», dice Alessandro.
In Ucraina Nikita giocava in una squadra di calcio ed Emma praticava nuoto in piscina. Adesso hanno smesso le loro precedenti attività, compresa per ora la scuola. La famiglia di Vasyl viveva nella città di Chernivtsi, per il momento ancora scampata dagli attacchi dell’esercito russo. I bimbi ora si ritrovano catapultati in una realtà diversa dalla loro, in un altro Paese dove si parla una lingua per loro incomprensibile, senza i loro amici e compagni di classe.
«Una cosa molto bella che ho notato – conclude Alessandro – è che entrambi i bambini, vedendo che vivo su una carrozzina, mi vogliono aiutare senza farsi troppi problemi, pur non parlando l’italiano; si avvicinano incuriositi e sorridenti, non esiste nessuna barriera tra noi, ma anzi dimostrano con piccoli gesti di volermi dare letteralmente una mano. Di fronte a loro, insomma, la disabilità quasi sparisce».

Il presente contributo è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Alessandro e Vasyl, la solidarietà che sa affrontare il dramma della guerra”) e viene qui ripreso – con alcune modifiche dovute al diverso contesto – per gentile concessione.

Stampa questo articolo