Solo operatori preparati possono far trovare lavoro alle persone con disabilità

«Sono indispensabili – scrive Marino Bottà – figure professionali che definisco come “disability job supporter”, che sappiano cioè supportare le persone con disabilità nel difficile percorso di accesso al lavoro, rendendo efficace l’opera dei servizi di inserimento e collocamento al lavoro e che aiano estremamente utili anche alle aziende soggette all’assolvimento degli obblighi della Legge 68/99. È assodato, infatti, che il Collocamento Disabili italiano non funzioni e a mio parere la causa principale è proprio che non esistono operatori preparati in modo adeguato»

Omino dentro un labirinto

A tutt’oggi per tantissime persone con disabilità (soprattutto intellettiva e psichica) trovare un lavoro è come cercare di uscire da un labirinto

Le persone con disabilità disoccupate dispongono di figure professionali che le aiutano nelle fasi del percorso di avvicinamento e mantenimento al lavoro, non esiste però un “traghettatore” in grado di portarle dalla disoccupazione al lavoro. Come ho già avuto modo di scrivere su queste stesse pagine, nella tradizione dei paesi di frontiera, il passeur è colui che aiuta i clandestini a passare il confine. Per fare questo, però, deve conoscere il percorso, le abitudini delle guardie frontaliere, le risorse psicofisiche delle persone che accompagna e i problemi che possono insorgere lungo il cammino. Dal passeur, in sostanza dipende la possibilità di oltrepassare il confine.
Ho definito a suo tempo il “disability job supporter” come un “passeur della disabilità”, una figura professionale non assimilabile ai tutor, ai disability manager, ai coach, ai “promotori 68” e altri ancora, una figura indispensabile per supportare le persone con disabilità nel difficile percorso di accesso al lavoro, per rendere efficace l’opera dei servizi di inserimento e collocamento al lavoro, ed estremamente utile anche per le aziende soggette all’assolvimento degli obblighi della Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili).
Ma chi è esattamente il disability job supporter? Quali sono le sue competenze e dove opera? Opera nella scuola, prendendo in carico gli studenti con disabilità che frequentano l’ultimo anno del percorso scolastico, e dopo avere fatto il bilancio di competenze, valutato il potenziale occupazionale, verificata l’intensità di aiuto necessaria e calcolato la distanza dal mondo del lavoro, redige il progetto di accompagnamento al lavoro, curando le procedure necessarie all’iscrizione nel Collocamento Disabili. Egli sostiene inoltre gli insegnanti nella ricerca di stage personalizzati e adeguati alle prospettive occupazionali, suggerisce l’apprendimento dei prerequisiti necessari per l’accesso al lavoro, supporta il giovane e la sua famiglia nella delicata fase di transizione dalla scuola al lavoro.
Per curare il passaggio dallo stato di disoccupato a quello di occupato è indispensabile una conoscenza funzionale della persona con disabilità e a chi si deve rivolgere per essere aiutata. Il disability job supporter, quindi, deve conoscere il mercato del lavoro, i soggetti pubblici, privati e del privato sociale che se ne occupano, gli strumenti disponibili, le politiche attive ecc. In questo momento è attento alle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che le singole Regioni metteranno a disposizione del Collocamento Disabili. È consapevole, inoltre, del ruolo delle Agenzie per il Lavoro, del loro modo di operare e delle trasformazioni in essere. Non c’è collocamento, infatti, senza conoscere come si muove il mercato da una parte, come si evolvono le tecnologie dall’altra. Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente e cambierà costantemente. Nell’arco di dodici anni ci sono state la crisi finanziaria del 2008, la pandemia, la guerra in Ucraina, la globalizzazione e ora la crisi di quest’ultima. A questo si è sommata l’evoluzione tecnologica, passando dalla meccanica avanzata alla robotica, all’intelligenza artificiale, alla digitalizzazione e così via. Tutto questo ha trasformato gli ambienti produttivi, le mansioni, i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali. Non è quindi pensabile erogare servizi per l’inserimento o il collocamento mirato senza un aggiornamento continuo.

Il disability job supporter, inoltre, deve avere particolari competenze nel momento di incontro con l’azienda, presentando adeguatamente il candidato con disabilità, esponendone i punti di forza e di debolezza, elencando gli strumenti contrattuali e le agevolazioni economiche cui fare ricorso, garantendo infine, attraverso il monitoraggio, interventi risolutivi in caso di necessità. Al contempo deve conosce gli adempimenti previsti dalla Legge 68/99 a carico dell’ azienda ed essere in grado di redigere un “Progetto personalizzato per l’assolvimento degli obblighi”.
Le aziende, va ricordato anche, sono diverse le une dalle altre e pertanto devono essere conosciute direttamente. In altre parole, il disability job supporter non deve confezionare abiti standard, ma su misura, sartoriali, ossia costruire un progetto non utilizzando unicamente gli istituti previsti dalla normativa, ma ricorrendo alle buone prassi e alle sperimentazioni, come previsto del resto anche dal Decreto Legislativo 151/15 e dalle conseguenti e recenti Linee Guida in materia di collocamento mirato delle persone con disabilità. Si tratta infatti di strumenti che tengono in considerazione la persona con disabilità, l’azienda e il contesto socio economico di riferimento. Non è possibile operare in questo campo restando in ufficio, nessuna realtà viva può essere oggettivata e decodificata su tavoli tecnici. Il disability job supporter, quindi, deve operare concretamente con le persone, con i servizi, e con le aziende della realtà territoriale interessata.
Riassumendo: si parla di una figura professionale che lavora nella scuola, nei servizi pubblici e privati che si occupano di collocamento e di integrazione lavorativa, nelle aziende, nelle cooperative sociali, nelle  associazioni, nelle agenzie per il lavoro, nelle associazioni imprenditoriali e sindacali e nelle associazioni dei consulenti. Può essere un libero professionista o un dipendente, oppure “noleggiato” dalle realtà elencate. E soprattutto dev’essere un operatore competente, creativo, con buone doti negoziali, e che vive nel territorio.

Il mercato del lavoro, le fasce deboli, e soprattutto la disabilità, hanno bisogno di passeur esperti per non essere perennemente esclusi. Purtroppo chi opera nei servizi per il collocamento pubblico, privato e del privato sociale è mal distribuito sul territorio nazionale, del tutto insufficiente, e soprattutto non adeguatamente preparato. Non conosce infatti le leggi che regolano il mercato, i rapporti di lavoro, il mondo produttivo, l’organizzazione aziendale, il linguaggio imprenditoriale, le strategie di marketing e, troppo spesso, nemmeno le persone con disabilità in rapporto al lavoro. Il disability job supporte, quindi, deve operare invertendo il paradigma: «Non dal disabile al lavoro, ma dall’azienda al disabile».
A tal proposito la nostra organizzazione [ANDELAgenzia Nazionale Disabilità e Lavoro, N.d.R.] ha deciso di realizzare, in collaborazione con l’Università eCampus, un master per la formazione del disability job supporter [se ne legga anche la presentazione su queste pagine, N.d.R.], cui faranno seguito corsi di specializzazione per aree di interesse. Tutto è già stato sperimentato, realizzato e verificato. Pertanto il programma di formazione, i contenuti, e la conduzione delle lezioni sono pragmatici. Chi segue le lezioni si sente in un laboratorio dove si impara ad operare concretamente, ricordando che se si parla più in generale di job supporter, si tratta di una figura professionale indispensabile nell’attuale mercato del lavoro non solo per ler persone con disabilità, ma per tutte le categorie di persone in cerca di lavoro: giovani, donne, “over” ecc. Possiede infatti una formazione complessiva, estremamente pragmatica, perché letteralmente “immerge le gambe e le mani” nel mercato del lavoro, come a suo tempo le mondine nell’acqua delle risaie ed è in grado di accompagnare chiunque abbia potenzialità lavorative, portando la persona giusta nel posto giusto, realizzando nella sua essenza il concetto di collocamento mirato.
Questo tipo di necessità, allargata ben oltre il fronte stesso della disabilità, era stata compresa anche dagli ideatori dei Navigator, poi dimenticandosi, però, di fornirli di un’adeguata preparazione. Ora, grazie al citato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, siamo entrati nell’“età dell’oro” per il sistema di collocamento italiano, disponendo dell’occasione “storica” di trasformare gli uffici burocratici del collocamento in reali servizi al cittadino. Purtroppo la gestione delle risorse economiche e la formazione degli operatori saranno di competenza degli stessi che ci hanno portato all’attuale situazione fallimentare ed è per questa ragione che come ANDEL ci rivolgeemo all’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro) e alle Regioni per proporre un programma formativo all’altezza dei bisogni e promuovere la la figura del disability job supporter.
È ormai assodato che il Collocamento Disabili italiano non funziona; lo stesso ministro del Lavoro Orlando, nel corso di un’audizione del 22 aprile 2021, presso la IX Commissione della Camera, ha riconosciuto le difficoltà e le gravi disparità territoriali in cui versa il sistema pubblico italiano. Le cause sono tante, ma la principale, a parere di chi scrive, è dovuta al fatto che non esistono operatori preparati in modo adeguato. Evitiamo quindi di sprecare ulteriori risorse e di emanare norme e progetti che non hanno nessuna utile ricaduta sociale, e che non risolvono minimamente il bisogno occupazionale delle persone con disabilità.

Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco è oggi direttore generale dell’ANDEL (se ne legga la presentazione sulle nostre pagine), l’Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro (marino.botta@andelagenzia.it).

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