Opinioni

Lunga vita al lavoro dei Centri Territoriali di Supporto

Un bimbo con disabilità di una scuola elementare, costretto a trascorre le ore scolastiche con la sua carrozzina in uno stanzino, senza alcun tipo di supporto

«Mi auguro – scrive Salvatore Nocera – che gli ambienti ministeriali e governativi interpretino nel modo giusto i recenti Decreti Delegati sull’inclusione, consolidando, anziché far cessare, la fondamentale esperienza dei CTS, i Centri Territoriali di Supporto all’inclusione, ridando così slancio alla formazione sulle didattiche inclusive di tutti i docenti. L’inclusione, infatti, o è frutto di tutti loro o rimane un’esperienza mutilata, che rischia l’emarginazione degli alunni con disabilità con i “loro” docenti per il sostegno»

Veramente si vuole privare l’Umbria di questo patrimonio?

Veramente si vuole privare l’Umbria di questo patrimonio?

«Il concreto rischio di chiusura del Centro per l’Autonomia Umbro – scrive Andrea Tonucci, elencando i tanti risultati importanti ottenuti in quattordici anni da tale struttura, che è anche la sede della FISH Umbria – significherebbe per le persone con disabilità non poter più disporre di supporti essenziali per accrescere le proprie conoscenze e consapevolezze ed essere privati di un’importante opportunità per definire e perseguire i propri obiettivi di Vita Indipendente»

Un Paese civile non può abbandonare così i suoi cittadini

Un Paese civile non può abbandonare così i suoi cittadini

«Dietro alla vicenda di Loris Bertocco – scrive Fulvio De Nigris – che ha deciso la via del suicidio assistito in Svizzera, dopo avere detto di essere stato “abbandonato dalle Istituzioni” e di “non avere più soldi per curarsi”, c’è la stessa solitudine di tante persone con disabilità e delle loro famiglie, che chiedono assistenza». «Quello che manca – conclude – è la volontà di farsi carico di una cittadinanza troppo spesso definita “di serie B” e sulla quale si investe ancora troppo poco. Ma un Paese civile non può abbandonare così i suoi cittadini»

Cooperazione e disabilità: un asse trasversale di qualità umana per tutti

Un’immagine tratta dalla mostra “Diritti accessibili. La partecipazione delle persone con disabilità per uno sviluppo inclusivo”, che sarà anch'essa presente e visitabile, durante il Festival della Cooperazione Internazionale di Ostuni

«Includere la disabilità nella cooperazione internazionale allo sviluppo non vuol dire semplicemente creare un settore di intervento al suo interno, ma farne un asse trasversale di qualità umana per tutti, con servizi sanitari e sociali migliori e accessibili a tutti, scuole migliori e accessibili a tutti i bambini e le bambine, attività economiche migliori e possibili per tutti»: a dirloè Francsco Colizzi, coordinatore del Festival della Cooperazione Internazionale, grande manifestazione in programma fino al 15 ottobre a Ostuni (Brindisi), primo evento del genere dedicato a questa materia

La burocrazia continua ad arrivare prima dei diritti

Un'aula scolastica sin troppo affollata

«Pensare che una problematica così delicata come il processo di inclusione scolastica – scrive Gianluca Rapisarda, riflettendo su due Note Ministeriali riguardanti il numero di alunni in classe – possa essere in balia e alla mercé della superficialità degli Uffici del Ministero e dei loro refusi, è inaccettabile in un Paese come il nostro, che si pregia di avere nel settore la legislazione più avanzata al mondo. Come dire che in Italia, ancora sin troppo spesso, viene prima la burocrazia ministeriale, con le sue non sporadiche clamorose “sviste”, e poi i diritti fondamentali dei cittadini»

Mi offro volontaria per la pubblicità

«Dicono che la pubblicità non sia vera – scrive Rosa Mauro – e che non rispecchi la realtà… Beh, di sicuro è così per quanto riguarda la diversità e la sua rappresentazione. Perché noi, persone con disabilità, per questo variegato mondo che di fatto interessa TV, carta stampata e web, non esistiamo! Per questo mi offro volontaria per le pubblicità di dentifrici, prodotti alimentari (purché senza glutine), cucine accessibili, poltrone elettriche, sopratutto quelle supermassaggianti, e robot da cucina. Anche stereo e telefonini, però, vanno bene, la tecnologia mi piace…»

L’accessibilità nelle scuole non può essere un optional

«L’accessibilità – scrive Gianluca Rapisarda – non è un optional o, peggio ancora, una gentile concessione da “elargire” alle persone con disabilità, ma un diritto da garantire in partenza a tutti i cittadini, anche e soprattutto a scuola. Solo così si potrà assicurare una volta per tutte agli alunni e studenti con disabilità del nostro Paese la realizzazione di un progetto di vita indipendente, riconoscendo loro i sacrosanti princìpi di autodeterminazione e cittadinanza attiva, con la garanzia di un autentico processo di inclusione»

Condannato per ciò che è, non tanto per ciò che ha fatto

«Le critiche e le disapprovazioni – scrive Maurizio Trezzi, a proposito della triste vicenda della Ferrari posteggiata a Milano sul parcheggio per disabili, con successiva aggressione verbale nei confronti del padre di un ragazzo con disabilità – sono particolarmente dure, soprattutto perché il protagonista in negativo è ricco, residente in Svizzera e ostentatore sfacciato della sua bella vita. Viene quindi criticato per quello che è, e non tanto per quello che ha fatto. Assai scarsa, invece, appare la considerazione con cui viene commentata la vicenda, guardata nell’ottica della vittima»

Le famiglie non potranno scegliere il docente per il sostegno

«Il neonato Decreto sull’inclusione – scrive Gianluca Rapisarda – aveva aperto per le famiglie la possibilità di intercedere a favore di questo o quel bravo supplente, che nel corso dell’anno scolastico si fosse contraddistinto per il suo lavoro insieme all’alunno con disabilità. Qualche giorno fa, però, tutto si è inceppato e tale opportunità è di fatto svanita, in attesa di una nuova riunione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, che a quel punto passerà definitivamente la “palla” al Consiglio di Stato, rimandando quindi per chissà quanto ancora una decisione definitiva»

Forse un “bizzarro virus” sta colpendo chi fa televisione?

Vien da pensarlo, dopo l’inqualificabile utilizzo del termine “mongoloide” da parte del giornalista Marco Travaglio e di un cronista di “Sky Sport”, ciò che tra l’altro ha dato vita a un assurdo dibattito sull’opportunità di sdoganare quella stessa parola come sinonimo di “assolutamente incapace”. Ultimo episodio in ordine di tempo, quello che ha visto la giornalista e conduttrice televisiva Myrta Merlino definire “autistico” chi scrive senza riflettere. «Vorrei darle la possibilità – scrive Stefania Stellino – di farle conoscere più da vicino cosa significhi la condizione autistica»

Malattie ereditarie della retina: il diritto di avere il test genetico

«Lanciamo un appello – dichiara Assia Andrao, presidente dell’Associazione Retina Italia, in occasione della Giornata Mondiale della Retina del 30 settembre – per promuovere e sostenere quello che riteniamo il diritto ormai non più negoziabile di poter avere una diagnosi completa e corretta, con il test genetico per le patologie retiniche ereditarie»

Ma il solo docente per il sostegno non basta

«Caro genitore – scrive Gianluca Rapisarda – ti rammento che solo le condizioni inclusive dell’intero contesto scolastico, e non la delega esclusiva al docente di sostegno, potranno realisticamente garantire al tuo figlio con disabilità pari opportunità nel raggiungimento del massimo possibile dei traguardi individuali d’istruzione e la realizzazione di un reale ed efficace progetto di Vita Indipendente»

L’ho sentito anche in televisione!

«Noi familiari di persone con sindrome di Down – scrive Francesco Giovannelli – conosciamo bene la pericolosità del termine “mongoloide”, che trasuda disprezzo, irrisione e stigma. Nel mondo della scuola può essere l’anticamera di fenomeni di bullismo. Utilizzarlo per offendere un interlocutore nel corso di una trasmissione televisiva – come ha fatto il giornalista Marco Travaglio – ha un effetto ancora più negativo: se infatti qualcuno si rivolgerà con quel termine a mia figlia e io protesterò, come faccio in ogni occasione, mi si potrà dire: “L’ho sentito usare pure in televisione”»

Troppe supplenze senza titolo: il caso Sicilia

«Sembra proprio – scrive Gianluca Rapisada – che l’esperienza di questi ultimi quarant’anni non abbia affatto insegnato al Ministero dell’Istruzione che precarietà e scarso investimento sulla formazione degli operatori non giovano ai ragazzi con disabilità e ricorrere a tanti insegnanti per il sostegno “senza titolo” non è garanzia di qualità dell’inclusione scolastica. In tal senso appare particolarmente preoccupante la situazione della Sicilia, tanto da far temere che anche per quest’anno la qualità dello studio per gli allievi con disabilità resterà solo sulla carta»

Lo stereotipo di una persona cieca che non esiste

«Mi sembra – scrive Lorenza Vettor, riferendosi a un articolo dedicato al nuovo film di Silvio Soldini, “Il colore nascosto delle cose” – che l’autore di quel pezzo si sia creato una figura generica di persona cieca che non esiste! E non è nemmeno un’evenienza rara, contrariamente a quanto egli scrive, che una persona cieca o ipovedente abbia un compagno o una compagna di vita che vede. Sarebbe quindi sufficiente che egli parlasse con alcune persone con disabilità visiva, per rendersi conto che quanto esposto nel suo pezzo è al di fuori della realtà!»

Giulia, quando non ci sei ci manchi…

«Giulia ci manchi, quando tu non ci sei la classe non è la stessa…»: lo ha scritto in quinta elementare un compagno di Giulia, ragazza con sindrome di Down, una volta che lei non era potuta andare a un appuntamento comune. Ora Giulia è in seconda media e il papà Francesco Giovannelli ne racconta l’attuale percorso e si augura che un po’ per volta «una persona con disabilità in classe venga considerata non solo come un problema organizzativo in più, ma sempre più come un’ottima “palestra” per i compagni, che possono imparare presto come vivere insieme alle diversità di condizione»

Un “semaforo” per la diversità in TV

«Special sui “grandi obesi”, sulle persone di piccola statura, grandi investimenti per seguire le Paralimpiadi o film strappalacrime: tutto ciò sottolinea – secondo Rosa Mauro – che, nel bene o nel male, la TV vuole vederci. Ma ci riesce o la sua è solo una illusione? E, soprattutto, questa visibilità è adeguata, e comunica il giusto messaggio? Per capire quale possa considerarsi buona comunicazione, quale contenga elementi sia buoni che cattivi e quale invece risulti controproducente, prendiamo in prestito le luci verde, gialla e rossa del semaforo»

L’autismo tra giudizi e pregiudizi

«L’esigenza di superare l’equazione “autismo = disabilità invisibile” – scrive Gianfranco Vitale – è tanto più comprensibile, tenndo conto che l’autismo è spesso segnato da eventi dolorosi, che non si possono derubricare a meri fatti di cronaca». E chiede: «Un autistico che vaga senza meta e senza identità è uguale a un autistico che porta con sé un braccialetto che funge da sistema di geolocalizzazione e che in una sacca o sulla placchetta intorno al collo reca informazioni atte a facilitare il riconoscimento della sua condizione e dati che permettono di risalire facilmente ai suoi cari?»

La sola continuità sempre garantita è quella della burocrazia

«La Legge sulla “Buona Scuola” – scrive Flavio Fogarolo – aveva tra i suoi obiettivi nientemeno che “la revisione dei criteri di inserimento nei ruoli per il sostegno didattico, al fine di garantire la continuità del diritto allo studio degli alunni con disabilità”. Nulla di tutto questo, però, si trova nel relativo Decreto Legislativo sull’inclusione, approvato quattro mesi fa, e anche quella parte di esso che avrebbe potuto portare a una maggiore continuità rispetto agli insegnanti precari, è tuttora bloccata dalla mancata emanazione del necessario Decreto Ministeriale»

Tutti i dettagli dell’accessibilità

In una Milano ove si stenta ancora a fare applicare le leggi sull’accessibilità dei locali, anche se la situazione sta oggettivamente migliorando, può accadere di arrivare in un ristorante nuovo e di dover riflettere – come è capitato a Antonio Giuseppe Malafarina – sul fatto che «l’accessibilità è fatta di funzionalità e non è onesto pretendere che si applichi in una direzione sola. Una struttura sia accogliente e la persona con esigenze specifiche si renda partecipe dell’accoglienza. L’accessibilità, infatti, è biunivoca, altrimenti è parziale»