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Come incentivare il libro digitale accessibile

Dito puntato sul video di un computerL’idea base di questa mia analisi è quella di incentivare la circolazione del libro digitale accessibile, rimodulando, aumentando e comunque razionalizzando i contributi statali all’editoria.
In questo settore, infatti, non si tratta di garantire una qualche procedura speciale per permettere alle persone con disabilità di accedere alla cultura stampata. Sarebbe una strada che non porterebbe da alcuna parte, poiché non possono esserci tre milioni di persone soggette a procedura speciale o protetta. Lo stesso concetto di protezione non avrebbe più senso…
Ma cerchiamo di andare per ordine.

Tentativi falliti di “procedure protette”

Nel contrastare l’idea di una “procedura protetta”, mi riferisco ad esempio al motivo ricorrente delle misure anticopia sui supporti multimediali.
Si tratta di un approccio già fallito alcuni anni fa sia sul piano delle leggi che su quello delle convenzioni privatistiche tra soggetti rappresentativi delle categorie coinvolte. Da un lato mi riferisco al ruolo del Comitato per la Conciliazione delle Controversie in materia di diritto d’autore (ex articolo 190, Legge 633/1941), come modificato dal Decreto Legislativo 68/2003, che avrebbe dovuto dirimere eventuali controversie riguardo all’esercizio di alcune eccezioni al diritto d’autore stesso, come ad esempio la riproduzione per uso personale e non commerciale delle opere da parte dei disabili (art. 71 bis) ed altri soggetti, che in pratica in questa Legislatura non ha avuto storia: le linee guida per la produzione di materiale formativo multimediale accessibile “dormono” negli anfratti ministeriali!
Analogamente la convenzione stipulata nel 2001 tra l’UIC (Unione Italiana Ciechi) e l’AIE (Associazione Italiana Editori), per la fornitura dei libri in formato digitale per la riproduzione in braille o a caratteri ingranditi, di fatto riesce a garantire una percentuale tra il 2% e il 4% sul totale dell’offerta libraria complessiva.
 
Molti contributi, pochi investimenti
Sull’altro piatto della bilancia abbiamo più di 600 milioni di euro solo dal bilancio statale in contributi all’editoria, compresa quella scolastica e libraria. Tale importo, diviso il numero dei contribuenti italiani,  grava su ogni cittadino-contribuente per circa 20 euro all’anno. Un contributo, in altri termini, che copre circa un quinto dell’intero giro d’affari dell’editoria libraria.
Sembrerebbe lecito attendersi dunque – innanzitutto da contribuente – che dette sovvenzioni fossero finalizzate alla crescita e all’ammodernamento tecnologico di un comparto cruciale, se è vero come è vero che più del know-how tecnologico, è proprio l’accesso alla cultura, alla ricerca che fa la differenza tra i Paesi avanzati e quelli emergenti.
Del resto, proprio su questo terreno siamo tra gli ultimi in Europa e dunque usare la leva della finalizzazione dei contributi all’editoria per supportare processi di ammodernamento che investano appunto sull’ampliamento e l’elevamento culturale, permettendo ad esempio l’accesso alla cultura stampata a milioni di persone con disabilità (e non solo), è sicuramente un investimento, laddove siamo in presenza di un settore in crisi da dieci-quindici anni e nonostante che in Italia si legga circa la metà rispetto alla maggior parte dei nostri partner europei.
Paradossalmente, però, sebbene la distribuzione via internet sia l’unico canale che abbia fatto registrare ottimi incrementi percentuali, non si investe affatto su di essa, continuando invece a privilegiare gli altri canali di distribuzione, tutti in flessione.
Il paradosso, fuori dai canoni di un’economia sana, si spiega forse con il fatto che circa la metà della produzione libraria non arriva nemmeno alla catena distributiva: dati, questi, contenuti nel verbale di audizione in Commissione Cultura dei vertici dell’AIE e di manager di editori come la Mondadori o la Feltrinelli.
Come ottenere un grande risparmio sociale
Cosa significa questo in parole povere? Che una buona fetta della produzione libraria è ordinata, stampata e distribuita con capitale pubblico e dunque, in tutto o in parte, non passa dai normali canali.
Allora la strada giusta, rispetto all’editoria, non dovrebbe certo essere quella di “contributi a pioggia”, scoordinati, spesso addirittura ad hoc, ma quella di contributi strutturali che potessero aiutare il comparto a fare un salto di qualità ormai ineludibile. Infatti, è l’Europa stessa a spingere per la digitalizzazione del patrimonio culturale continentale e anche colossi come Yahoo, Microsoft e particolarmente Google, stanno per avviarsi ad offrire libri digitali online.
In poche parole sta cominciando a succedere quello che già avviene con la musica: si scarica da internet! E così, accanto ai circuiti del pair-to-pair esistono e sono remunerativi per i titolari dei diritti di copyright anche circuiti in cui la musica si vende online e c’è perfino una piccola minoranza di operatori culturali che si promuove solo attraverso questa modalità.
Anche da noi esistono editori che vendono contenuti online, come la Zanichelli o Tecniche Nuove. Essi vanno senz’altro incoraggiati.
Affiancando poi a questo la distribuzione in formati accessibili – come già previsto per i siti web e per i libri scolastici dalla Legge 4/2004 (“Legge Stanca”) – il risparmio sociale potrebbe essere enorme.
Oggi le biblioteche stentano a partire nel progetto di digitalizzazione, perché difettano dei soldi per l’acquisto di megascanner e di software che riducano al minimo i processi di revisione manuale: se parte di tali risorse venissero direttamente erogate agli editori in cambio del prodotto digitale strutturato secondo uno standard accessibile, non sarebbe poi più necessario digitalizzarlo e in capo a qualche anno si disporrebbe di una quota del patrimonio culturale già digitalizzata e senza barriere. In caso contrario sarebbe come aver investito in digital divide e non in ampliamento ed elevamento culturale.

Una digressione sulla digitalizzazione
Mi si permetta a questo punto una rapida digressione tecnologica sulla digitalizzazione, per accennare a tutta una serie di altri risparmi o recuperi di efficienza, derivanti dall’approccio fin qui esposto.
Acquisire un’immagine, digitalizzare un’immagine coincide con la fotocopia elettronica della stessa: tale immagine, però, non è gestibile dagli ausili tecnologici per i disabili e spesso neanche dai robot e dai motori di ricerca.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, una volta acquisito un documento allo scanner, sono costretto ad utilizzare un programma OCR per trasformare quell’immagine in un file poniamo di Word e poterla rielaborare, riformattare coerentemente al contesto e così via.
Anziché fare con grandi spese quello che in pratica il singolo disabile – e non solo – si arrangia a fare individualmente, il problema potrebbe essere superato a monte se i contenuti testuali e non di quell’immagine fossero prodotti con le attuali tecnologie, ora tipiche del web, per cui all’occorrenza essa potrebbe essere scomposta nei suoi elementi e riassemblata per adattarsi a contesti tecnologici e di uso diversificati, compresi i palmari, i telefonini, gli “aggeggi” per i disabili, fruendone insomma tramite differenti modalità di interazione e canali sensoriali. In tre parole: design for all!
Questo abbatterebbe i costi dei processi di adattamento per i disabili – in grandissima parte pubblici ed esorbitanti per unità di prodotto (tipicamente la stampa braille o a caratteri ingranditi) – permettendo di liberare risorse che potrebbero essere più proficuamente spese e consentendo altresì di elevare la qualità di programmi di studio, percorsi formativi, di inserimento e di qualificazione.
Per fortuna i gruppi di lavoro presso il Ministero dei Beni Culturali hanno già da tempo predisposte linee guida per una digitalizzazione accessibile del patrimonio culturale, recependo le indicazioni del progetto europeo Minerva (Ministerial Network for Valorising Activities in Digitisation), ma il problema è che ciò non riguarda le opere coperte da copyright fin quando non saranno definiti i nuovi assetti distributivi. Pertanto ci si ferma in pratica al dopoguerra: ma non si va a scuola coi libri del dopoguerra, né ci si può preparare per un concorso…
 
E se le biblioteche distribuissero cultura?
Nel quadro del Progetto eEurope 2005 della commissione CEE, la commissaria Viviane Reding ha messo in linea una prima comunicazione intitolata i010 digital libraries, richiedendo le osservazioni dei cittadini e dei gruppi interessati per raccogliere indicazioni di cui tener conto nella stesura di future raccomandazioni agli Stati.
Anche in quella sede ritengo opportuno porre queste questioni perché esse mi sembrano cruciali e tali da suggerire un più moderno contemperamento tra gli interessi individuali dei detentori dei diritti commerciali e l’interesse collettivo all’ampliamento e all’elevazione della cultura.
CD su tastieraPoiché però il tutto rischia di cozzare contro l’eterno “muro” del copyright,  personalmente non avrei niente in contrario e anzi auspicherei perfino che le biblioteche si trasformassero in distributori, non soltanto restando dei conservatori del patrimonio culturale.
È un’opinione personalissima, questa mia, magari peregrina. Se fossi infatti il manager di una grande biblioteca, anziché investire in megascanner, con relativo outsourcing [l’affidamento a terzi di specifiche funzioni e servizi, N.d.R.], investirei per distribuire (anche nel senso di vendere) contenuti online, garantendo la sicurezza delle connessioni, oltre a procedure facili e accessibili. In tal modo, iscrivendomi alla biblioteca, preleverei anche parzialmente i contenuti, pagandoli. La teleteca, dal canto suo, recupererebbe i costi di gestione del servizio e verserebbe il dovuto agli editori.
Del resto è proprio quello che all’incirca si propone Google che nel suo più recente progetto coinvolge tra l’altro cinque tra le maggiori biblioteche del mondo.
 
Verso una fruizione personalizzata della cultura
Ancora una piccola digressione: oggi per mezzo dollaro si può scaricare una canzone. Per un intero album, quindi, spenderò 6-7 euro per le canzoni, più il cd, più quote già spese sull’hardware e sul software.
Alla fine non avrò pagato molto meno che in un negozio, ma l’album sarà mixato e sequenziato come voglio io, dunque personalizzato ed è in questo che sta il senso economico della distribuzione on-line: soddisfatto il cliente, remunerato il produttore!
Ebbene, questo incomincia ad avvenire anche per i libri; ad esempio, http://www.libridigitali.com/ della casa editrice Tecniche Nuove propone appunto un tipo di distribuzione definibile “a consumo”. Si può infatti richiedere il cartaceo con il print on demand [“stampa su richiesta”, N.d.R.], acquistare e scaricare l’intera opera, oppure scaricare ciascun capitolo. Ovviamente comprando i singoli capitoli, il tutto mi costerà almeno il doppio, ma, rispetto all’attuale fatica data dallo scanner, dall’OCR e dalla revisione manuale, mi starebbe ugualmente bene. E sarebbe pure una benedizione per tesisti, ricercatori, studenti e operatori della comunicazione in genere.
Come per le canzoni, dunque, sembra che anche per la cultura cartacea ci si stia dirigendo verso un modello di fruizione personalizzata dei contenuti culturali e questo ha un senso economico sia per la domanda che per l’offerta ed è già futuro-presente che sta a noi trasformare in futuro anteriore con idonee sollecitazioni.
Se poi si considera che la distribuzione in formato digitale elimina costi di confezionamento, trasporto, carta ecc., e dunque c’è un guadagno molto maggiore, il senso economico cresce ancora, proprio come per le canzoni.

Un mare di fotocopie

Infine, poiché è un altro argomento ricorrente, parliamo anche di fotocopie. Com’è noto, per legge non si dovrebbe copiare più del 15% di un libro, eppure, pur esistendo fotocopiatrici in quasi tutti gli uffici, almeno nella mia città – Napoli – le copisterie abbondano e le librerie non scarseggiano.
Personalmente non credo affatto che i copisti e i clienti rispettino i limiti di legge, anche perché “farebbero la fame”. Credo anzi, al contrario, che molti libri vengano fotocopiati per intero, specie se capita come capita che i buoni libro arrivano l’anno dopo…
Voglio dire poi che da quando vivo qui, è capitato forse raramente che qualche copisteria abbia chiuso, mentre non mi risulta che ciò sia avvenuto per le librerie le quali sono lì da sempre.
Allora governare i problemi vuol dire anche sgomberare il terreno dai vari luoghi comuni, magari emozionali.
 
La più recente politica editoriale in Italia
A questo punto, sulla scorta dei dati ufficiali a disposizione, vorrei dedicare l’ultima parte di questa analisi a cercare di tratteggiare il quadro della  politica editoriale di questi ultimi anni e delle priorità accordate, attraverso la disamina di importibeneficiari e tipologie di intervento, individuando altresì le norme di riferimento, le loro carenze e i punti da emendare, con l’obiettivo di fornire da una parte un utile punto di partenza per chiunque voglia por mano a disegni di legge in materia, dall’altra un momento di informazione e di riflessione ai lettori.

Le fonti
Va intanto dato atto al Governo, nella persona del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, di aver praticato e-government nella società dell’informazione, ponendo a disposizione in Internet il relativo dossier (www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/contributi_editoria) che mi ha permesso di supportare le considerazioni seguenti.
E tuttavia, poiché nell’information society il diritto all’informazione è più che mai un “diritto esigibile” ed essendo particolarmente sensibile al tema dell’accessibilità informatica, pur ringraziando il governo per questo documento, ne voglio segnalare alcuni gravi limiti rispetto alla sua accessibilità e fruibilità universale.
Questo dossier, infatti, è incompleto, disomogeneo e mal strutturato, all’insegna di un assemblaggio frettoloso e anche un po’ raffazzonato.
Fili variIncompleto perché mancano, dopo tre anni, i dati relativi alla seconda voce quantitativamente più rilevante, ovvero i contributi erogati ai sensi della Legge 62/2001 relativi ai crediti agevolati e di imposta. Disomogeneo perché alcuni prospetti si riferiscono al 2003 e altri al 2004, come quelli per l’editoria per non vedenti e per i crediti di imposta per l’acquisto della carta. Mal strutturato, infine, perché non ci si è nemmeno presi la briga di riportare i relativi totali, né nei prospetti né nella pagina principale, privando il cittadino di una visione sintetica e immediata delle grandezze in gioco.
In pratica, con i dati a disposizione nel dossier, non è possibile al cittadino capire quanto gravino sulle sue tasche i contributi statali all’editoria.
Per fortuna è stato possibile ricavare tale ammontare dalla lettura CNEL del bilancio dello Stato, calcolato per il 2003 in 619,25 milioni di euro.

Le leggi

Le leggi di riferimento, quelle cioè che eventualmente dovrebbero essere emendate e/o modificate, sono:
– Legge 250/1990 (7 agosto 1990)
– Legge 62/2001 (7 marzo 2001)
– Legge 649/1996 per l’editoria speciale periodica per non vedenti (articolo 8). Quest’ultima, nell’ambito di un processo di semplificazione e razionalizzazione delle relative norme, potrebbe essere abolita, accorpando la materia nell’ambito generale dei contibuti erogati a favore di iniziative editoriali da parte di cooperative, fondazioni ed enti morali, già previsti dalle leggi citate (articolo 18 della Legge 62/2001 e articolo 3 della Legge 250/1990), ottenendo una “leggina” ad hoc in meno.

Una specifica sommaria dei contributi
CONTRIBUTI PER SPESE DI SPEDIZIONE
Dal dossier si evince che  la voce di spesa che più incide su questo totale sono i 228 milioni di euro erogati nel 2004 per le compensazioni a Poste Italiane S.p.a. per le tariffe speciali applicate alle spedizioni editoriali.
Chiunque si rende conto che la distribuzione di libri in formato digitale accessibile, specie attraverso internet, permetterebbe di abbattere tali costi, oltre che di velocizzare la distribuzione e forse anche di favorire occupazione (si pensi al print on demand, ma anche a rilegature artigianali ecc.).

CONTRIBUTI SUGLI INTERESSI IN CONTO CAPITALE
La seconda voce, per ordine di importanza, come già detto non è analizzata in questo dossier. Essa si riferisce ai crediti di imposta e agli interessi per gli investimenti per l’ammodernamento del ciclo produttivo, previsti dalla Legge 62/2001. Per differenza dal totale delle altre voci, l’ammontare di tali contributi dovrebbe aggirarsi sui 180 milioni di euro.
Al riguardo va osservato innanzitutto che la definizione di prodotto editoriale adottata dalla Legge 62/2001 fa già correttamente riferimento anche alla modalità informatica, recitando all’articolo 1:
«1. Per “prodotto editoriale”, ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici».
Pertanto, volendo incentivare la produzione e la distribuzione del libro digitale accessibile, sarebbe sufficiente apportare poche modifiche agli articoli dal quinto all’ottavo della Legge 62/2001, con particolare riguardo al fondo per le agevolazioni di credito alle imprese del settore editoriale, di cui all’articolo 5.
Vediamo quali dovrebbero essere queste modifiche:
– aumentare la dotazione del fondo, facendovi ad esempio affluire anche risorse dal Progetto CEE I2010 Digital libraries o da altre fonti (come si è già detto per la Legge 649/1996);
– rimodularne la ripartizione in modo congruo all’incentivazione del libro digitale;
– armonizzare con queste modifiche le relative procedure per la concessione dei contributi previste dai successivi articoli 6 e 7;
– ampliare e meglio specificare i requisiti dei progetti ammessi ai contributi di cui al comma 2 dell’articolo 8.
Va notato che paradossalmente tutti i sei casi previsti perché i progetti possano essere ammessi al contributo (punti 1-6, secondo comma, articolo 8) devono avere contenuto tecnologico e hanno a che fare con la tecnologia, con i programmi, con i robot, con i brevetti. Insomma, tutto tranne che per l’incentivazione del libro digitale accessibile, specie per i libri scolastici, per i quali esiste un obbligo di legge come quello definito dall’articolo 5 della Legge 4/2004 (“Legge Stanca”), a suo tempo approvata all’unanimità.
In realtà, quindi, internet non viene nemmeno sfiorato dalla Legge 62/2001, nonostante gli slogan come «un computer in ogni classe» o le fandonie a proposito di “zainetti elettronici”. Internet è tabù, come se fosse di là da venire!
Infatti, i progetti ammessi al contributo (ex articolo 8) possono avere ad oggetto:
– «l’acquisto, l’installazione, il potenziamento, l’ampliamento e l’ammodernamento delle attrezzature tecniche, degli impianti di composizione, redazione, impaginazione, stampa, confezione, magazzinaggio, teletrasmissione verso le proprie strutture periferiche e degli impianti di alta e bassa frequenza delle imprese di radiodiffusione, nonché il processo di trasformazione delle strutture produttive verso tecnologie di trasmissione e ricezione digitale»;
– «sistemi basati su apparecchiature elettroniche che governino, a mezzo di programmi, la progressione logica delle fasi del ciclo tecnologico (lavorazione, montaggio, manipolazione, controllo, misura e trasporto)»;
– «sistemi basati su robot che controllino fasi del ciclo produttivo»;
– «sistemi elettronici per l’elaborazione dei dati destinati al disegno automatico, alla progettazione, alla produzione della documentazione tecnica, alla gestione delle operazioni legate al ciclo produttivo, al controllo e al collaudo dei prodotti lavorati, nonché al sistema gestionale, organizzativo e commerciale»;
– «acquisto di brevetti e licenze relative a tali sistemi».
Come si può vedere, tutto tranne la diffusione via internet e la produzione di libri digitali.
Per il 2006 la materia – con qualche modifica per quanto riguarda le agevolazioni a cooperative editoriali – è regolata  dalla Legge Finanziaria 2006 (266/2005, articolo 1, commi dal 454 al 465 e comma 574).
Va osservata infine la natura triennale della Legge 62/2001 e del collegato Decreto del Presidente del Consiglio (28 dicembre 2002) che la concretizzava, cosicché essa è stata in vigore nel triennio 2003-2005, onde l’ulteriore necessità e urgenza di porvi mano.

CREDITI DI IMPOSTA PER L’ACQUISTO DELLA CARTA
Nel 2004 i crediti di imposta pari al 10% delle spese per l’acquisto della carta ammontano a circa 86 milioni di euro di cui hanno beneficiato circa 500 aziende, che hanno dichiarato appunto acquisti di carta per 857 milioni di euro.
Se si ipotizza indicativamente un costo di un euro al chilo di detta carta, se ne ricava una massa di 857.000 tonnellate di cui 85.000 a carico dello Stato, con le relative implicazioni di impatto sull’ecosistema, sia a livello del rapporto tra produzione della cellulosa e deforestazione, sia per quanto riguarda la compattazione e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
La materia offre dunque ampi margini di manovra a un’intelligente e funzionale azione riformatrice centrata sul “sistema-paese”, che sappia cogliere le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e da internet.

CONTRIBUTI PREVISTI DALLA LEGGE 250/1990 PER QUOTIDIANI E PERIODICI
Vengono qui raggruppati una serie di contributi diretti, sostanzialmente a favore della stampa periodica, che per il 2003 ammontano a circa 160 milioni di euro, così ripartiti:
– 89,4 milioni di euro a quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti, giornali italiani editi all’estero o lingue di confine, erogati a una settantina di aziende;
– quasi 60 milioni di euro a giornali e periodici organi di partito e movimenti politici e di minoranze linguistiche, erogati a una quarantina di soggetti. In quest’ultima cifra sono compresi anche i contributi a quotidiani e periodici editi da cooperative costituite da movimenti politici previsti dall’articolo 153 della Legge 388/2000, ora abrogata;
– 13 milioni di euro prelevati dal Fondo per la Mobilità e la Riqualificazione dei Giornalisti di cui hanno beneficiato 24 aziende;
– 3,2 milioni di euro per pubblicazioni edite da cooperative, fondazioni ed enti morali di cui hanno beneficiato 111 soggetti, in stragrande maggioranza pubblicazioni parrocchiali e diocesane;
– 2 milioni di euro per quotidiani teletrasmessi all’estero di cui hanno fruito il «Corriere della Sera» e «L’Espresso»;
– 1,4 milioni di euro per pubblicazioni italiane edite fuori dalla CEE, dirette alle locali comunità italiane nei principali Paesi di emigrazione (Canada, Argentina, USA, Venezuela ecc.), di cui hanno beneficiato 125 aziende;
– 0,5 milioni circa per l’editoria speciale periodica per non vedenti, che ha beneficato una trentina di soggetti.
La Legge Finanziaria per il 2006 ha raddoppiato quest’ultimo contributo, portandolo a un milione di euro.